Renè De Silvestro: la neve come ritorno a sé
Renè De Silvestro è nato il 26 giugno 1996 a San Candido, ma il suo nome sportivo è legato soprattutto a San Vito di Cadore e a Cortina, dove corre per lo Sci Club Drusciè Cortina e le Fiamme Oro. Gareggia nella categoria sitting in tutte le specialità dello sci alpino, ha esordito ai Giochi nel 2018, ha vinto argento in slalom gigante e bronzo in slalom speciale a Pechino 2022, ed è arrivato a Milano Cortina 2026 da portabandiera azzurro insieme a Chiara Mazzel. La media guide del CIP lo descrive come un atleta con “il destino scritto sulla neve”; le fonti ufficiali ricordano che ha iniziato a sciare a sei anni grazie alla passione trasmessa dal padre. Il punto di svolta è il 2013. Una caduta in allenamento prima di una gara giovanile gli provoca una lesione midollare. Due anni dopo torna in pista sul monosci e da lì costruisce una carriera di livello mondiale. Nella media guide ufficiale racconta di aver capito di poter tornare ai vertici nel momento in cui si è seduto sul monosci; in un’intervista del 2026 ha detto che lo sci è diventato “la casa a cui tornare per ritrovare sé stesso”, un luogo in cui “rimettere insieme corpo, mente e sogni”e curiosità che emergono dalle fonti pubbliche sono molto coerenti con il suo profilo psicologico: ama la velocità, parla spesso di adrenalina pura, e dice che in un minuto di gara bisogna dare tutto. In un’intervista a Oggi ha spiegato con chiarezza quanto conti il lavoro mentale: la determinazione, per lui, si allena lavorando su ciò che motiva davvero una persona. È un passaggio importante, perché sposta il focus dalla forza di volontà astratta al significato personale dell’impegno
Luca Palla: una seconda vita sulla neve
Luca Palla è nato il 22 gennaio 1986 a Feltre. Le fonti più recenti lo collocano a Livinallongo del Col di Lana / Arabba, nel cuore delle Dolomiti bellunesi, e raccontano che è arrivato ai Giochi 2026 sostenuto anche dalla moglie Paola e dai suoi due figli. Gareggia nella categoria standing, è tesserato per Luky’s Way, ed è esordiente paralimpico a Milano Cortina 2026. a sua storia ha un tempo lungo, ed è proprio questo a renderla psicologicamente interessante. Il 1° gennaio 2005, a diciannove anni, mentre lavorava con un gatto delle nevi ad Arabba, una fune d’acciaio gli trancia la gamba sinistra sotto il ginocchio. La gamba viene riattaccata e lui convive per anni con quella condizione; solo nel 2021 arriva l’amputazione definitiva, necessaria per poter usare una protesi. In mezzo ci sono anni di adattamento, di vita reale, di lavoro, di sport mai davvero abbandonato.alla è una figura molto ricca anche sul piano identitario: è stato maestro di sci alpino, poi allenatore di sci alpinismo, e solo più tardi atleta paralimpico vero e proprio. Nell’intervista al Nord Est racconta di essersi dato traguardi per “rilanciare la vita”; nella media guide si legge che l’avvicinarsi dei Giochi in casa ha “riacceso la scintilla dell’agonismo”. Il soprannome “Lucky”, che lui stesso rivendica, non è solo una nota di colore: è un modo di nominare la propria storia senza farsi definire unicamente dal trauma. Le sue curiosità pubbliche dicono molto anche del suo carattere: ama gli sport di endurance, dice di voler dare il “110%”, e sostiene che le nevi ampezzane non gli trasmettono pressione ma serenità, perché le vedeva da bambino dalla finestra di casa. Questa è una frase preziosa: mostra come il luogo della prova possa essere sentito non come minaccia, ma come base affettiva e simbolica.
Mattia Dal Pastro: la fatica lunga e il gusto dell’introspezione
Mattia Dal Pastro è nato il 12 luglio 1988 a Marostica. Le fonti ufficiali del CIP lo presentano come atleta di sci nordico del Gruppo Sportivo Paralimpico Difesa; fonti locali lo collegano anche a Cassola, dove è noto nel tessuto sportivo e civico del territorio. Prima dello sci di fondo era stato atleta di hockey su pista, aveva avuto un passato anche nel calcio amputati, e poi era entrato nell’Arma dei Carabinieri.Nel 2016 un incidente in moto gli provoca una lesione completa del plesso brachiale sinistro. Nella biografia ufficiale del CIP racconta che, destinato a un lavoro ormai sedentario, sentiva il bisogno di cambiare vita; il GSPD gli propone di provare lo sci e lui accetta quasi per equivoco, pensando si trattasse di sci alpino, mentre si ritrova sugli sci stretti del nordico. Da lì nasce una seconda carriera sportiva.Tra tutti, Dal Pastro è forse quello che usa il linguaggio più intimamente psicologico per descrivere il proprio sport: definisce lo sci nordico uno sport “introspettivo”, “calmo”, capace di offrire “paesaggi straordinari da assaporare”. Ama le lunghe distanze, in particolare la 20 km, e ama la staffetta perché riaccende il suo spirito di squadra. Nel 2025 ha vinto un oro agli Invictus Games nel Nordic Cross Country Skiing e ai Campionati Italiani 2025 è salito due volte sul podio tra gli standing.C’è qualcosa di molto fine, qui, dal punto di vista clinico: Dal Pastro non racconta il ritorno allo sport in termini di aggressione all’ostacolo, ma in termini di riconquista di forma interna. La sua grinta non cancella la dimensione contemplativa; convive con essa. È un esempio molto bello di come la resilienza non sia sempre rumorosa: a volte ha il passo lungo, il respiro regolato, la capacità di restare dentro la fatica senza farsene travolgere. Questa lettura è un’inferenza psicologica, ma è fortemente sostenuta dal modo in cui l’atleta descrive sé stesso e la sua disciplina.
Angela Menardi: esperienza, casa, riscatto
Angela Menardi è nata il 4 gennaio 1964 a Pieve di Cadore. È una delle figure più esperte della squadra: ha partecipato ad Albertville 1992 nello sci di fondo, a Vancouver 2010 nel curling, e Milano Cortina 2026 è la sua terza Paralimpiade. È tesserata per il Curling Club Dolomiti, vive e lavora a Cortina d’Ampezzo, e per molte fonti pubbliche il Cortina Curling Olympic Stadium è letteralmente “casa sua”. A quindici anni un incidente la rende paraplegica. Da lì, però, comincia un lungo rapporto con lo sport come spazio di indipendenza. Prima nello sci di fondo, poi nel curling in carrozzina. La media guide del CIP la descrive come campionessa italiana in carica nel Mixed Doubles 2024-2025 e consigliera FISG; le fonti del 2026 la raccontano come una veterana che sogna di cancellare la beffa del quinto posto a Vancouver 2010. Sul piano umano, Menardi ha dettagli pubblici che la rendono molto concreta agli occhi del lettore: è mamma di due figlie, lavora vicino allo stadio in cui gareggia, e in un’intervista ha detto che l’emozione più grande sarà essere sul ghiaccio di Cortina perché lì “vive e lavora”. La media guide aggiunge un dettaglio molto bello: combatte la tensione pre-gara con il sorriso ed è convinta che l’equilibrio emotivo del team sia la chiave del successo. È una frase quasi da manuale di psicologia dei gruppi, ma detta da dentro l’esperienza.
Matteo Ronzani: precisione, strategia, mantra
Matteo Ronzani è nato il 26 luglio 1980 a Pieve di Cadore. Le fonti più recenti lo descrivono come molto legato a Laggio / Vigo di Cadore, nel Comelico, e come uno dei pilastri della nazionale italiana di wheelchair curling. Gareggia per il Curling Club Claut, ha esordito internazionalmente nel percorso paralimpico nel 2020, ed è arrivato a Milano Cortina 2026 dopo diverse stagioni tra Mondiali, tornei internazionali e titoli italiani nel doppio misto.Anche per lui tutto cambia dopo un incidente stradale negli anni della leva militare, che lo porta in carrozzina. Prima era un appassionato di sci; poi prova il monosci e sfiora anche una convocazione, ma trova nel curling la sua vera dimensione sportiva. Questo passaggio, raccontato dalle fonti del Nord Est e del CIP Veneto, è molto significativo: la resilienza qui non consiste nel tornare identici a prima, ma nel trovare un luogo nuovo in cui esprimere agonismo, appartenenza e competenza. Le curiosità pubbliche su Ronzani sono tra le più vive: nella media guide si descrive come uno che è “preciso, simpatico e ama la compagnia”; dice di detestare la sconfitta e di lottare con l’agitazione pre-gara; per governarla usa un piccolo mantra, ripetuto mentalmente: “Forza, direzione, precisione”. È un dettaglio prezioso perché mostra, in modo molto concreto, che il lavoro mentale nello sport non è un’idea astratta ma spesso una pratica semplice, rituale, incarnata
Che cosa insegna davvero la psicologia su questi percorsi
La prima cosa da dire con chiarezza è che lo sport adattato non è soltanto “utile morale”. Una revisione sistematica del 2023 su benessere, resilienza e supporto sociale negli atleti con disabilità ha concluso che lo sport adattato ha un impatto positivo su benessere, resilienza e risorse di supporto sociale, contribuendo a sviluppo personale, qualità della vita e integrazione sociale. Nello stesso lavoro, il supporto sociale emerge come una delle leve più importanti per affrontare le sfide e recuperare dall’avversità. La seconda cosa è che il benessere mentale nello sport d’élite non può essere romanticizzato. L’IPC ricorda che la partecipazione allo sport può favorire senso di scopo, appartenenza, fiducia e piacere, ma sottolinea anche che gli atleti paralimpici possono incontrare stressor specifici sportivi, ambientali e legati alla disabilità. Il sito medico del Comitato spiega inoltre che le difficoltà mentali non sono segno di debolezza e che ai Giochi esistono supporti dedicati, come la Mind Zone, uno spazio per recupero mentale, mindfulness, visualizzazione, esercizi di respirazione e pratiche riflessive. La terza cosa, più sottile, riguarda il modo in cui la mente interpreta la difficoltà. Uno studio del 2025 sul rapporto tra growth mindset e motivazione competitiva negli atleti universitari mostra che un mindset di crescita è associato positivamente alla motivazione e agisce anche riducendo la risposta di stress. Gli autori collegano questo risultato al Challenge-Hindrance Stress Model: chi ha un mindset più orientato alla crescita tende a leggere la pressione come sfida più che come impedimento, preservando così le risorse motivazionali. È esattamente questo il punto che rende le storie paralimpiche così psicologicamente fertili. Non perché il trauma produca automaticamente crescita, ma perché in alcuni contesti — con relazioni giuste, significato, allenamento e spazio per la rielaborazione — la persona può smettere di leggere la propria ferita solo come crollo e iniziare a leggerla anche come riorganizzazione. Uno studio specifico sui para-atleti con lesione midollare acquisita ha mostrato che il ParaSport può favorire ristabilimento dell’identità, maggiore fiducia, indipendenza e forme di post-traumatic growth.
Un’altra linea di ricerca, sullo sport-injury related growth, mette in evidenza che dopo un infortunio severo possono emergere benefici positivi nonostante il dolore fisico e psicosociale: cambiamenti nel modo di vedere sé stessi, nelle relazioni, nelle priorità, nel senso attribuito all’esperienza. Questo non rende il trauma “bello”, ma spiega perché, in certe condizioni, esso possa diventare anche generativo.Naturalmente esiste anche il lato opposto, e va detto. Le revisioni sulla psicologia dell’infortunio mostrano che l’identità atletica forte può rendere più doloroso il post-infortunio, perché l’atleta sente minacciata una parte centrale di sé; la paura, l’incertezza e il timore di non tornare più come prima pesano molto sul rientro allo sport. Proprio per questo la letteratura insiste sul fatto che le componenti psicologiche debbano essere considerate al pari di quelle fisiche nel trattamento e nel ritorno alla prestazione.
Renè De Silvestro racconta la ricostruzione della fiducia: ritrovare il proprio mondo attraverso un corpo cambiato, senza rinunciare all’adrenalina che lo definisce. Luca Palla racconta la temporalità lunga del trauma: non una rinascita istantanea, ma anni di convivenza con una ferita prima di trasformarla in nuova forma agonistica. Mattia Dal Pastro racconta la resilienza introspettiva: la fatica come luogo di ascolto e non solo di prestazione. Angela Menardi racconta la continuità identitaria: una vita sportiva che si reinventa restando fedele a sé. Matteo Ronzani racconta la creatività adattiva: cambiare superficie, dallo sci al ghiaccio, senza rinunciare alla precisione e alla voglia di competere. Questa è una lettura interpretativa, ma è aderente ai dati biografici e alle loro stesse parole pubbliche
n termini clinici e umani, il punto forse più bello è questo: la forza mentale non coincide con la durezza. Non è negare la paura, la rabbia o il lutto. È imparare a farci qualcosa. A volte attraverso un mantra, a volte attraverso una disciplina, a volte grazie a una squadra, a una famiglia, a un allenatore, a un professionista della mente. La ricerca sullo sport adattato e quella sulla salute mentale degli atleti convergono proprio qui: supporto sociale, significato, regolazione emotiva, identità flessibile e ristrutturazione della difficoltà sono ingredienti cruciali del percorso.
La lezione più grande
Questi cinque atleti veneti non dicono che il limite sia facile. Dicono qualcosa di più serio: che il limite può diventare materia di lavoro psichico. Non sparisce, non si addolcisce per magia, non smette di fare male solo perché arriva una medaglia. Però può essere trasformato. E quando questo accade, l’ostacolo non è più soltanto qualcosa che affossa: diventa una domanda, una direzione, una forma di creatività
Trasformare le difficoltà in una sfida: quando la mente trova nuove strade
Molte persone si chiedono come superare un momento difficile, come affrontare gli ostacoli della vita o come trovare la forza mentale per andare avanti quando una situazione sembra bloccare il proprio percorso. Le storie degli atleti paralimpici mostrano proprio questo: la possibilità di sviluppare resilienza e di trasformare le difficoltà in una sfida, non negando ciò che accade ma imparando a guardarlo con uno sguardo diverso.
La psicologia aiuta a comprendere come sviluppare la resilienza psicologica, come reagire alle difficoltà della vita e come ritrovare la motivazione dopo un momento difficile. Ogni persona attraversa fasi in cui il cambiamento, lo stress o le relazioni diventano più complessi da gestire. In questi momenti può essere utile fermarsi, dare significato a ciò che si sta vivendo e costruire nuove strategie per affrontare le sfide.
Nel mio studio di psicologia e psicoterapia a Noale accompagno persone che desiderano capire meglio ciò che stanno vivendo e trovare strumenti concreti per affrontare momenti di difficoltà. Un percorso psicologico può aiutare a sviluppare maggiore consapevolezza, rafforzare le proprie risorse interiori e imparare come trasformare le difficoltà in opportunità di crescita personale.
Se vivi a Noale, Mirano, Salzano, Scorzè, Santa Maria di Sala, Martellago,Trebaseleghe Piombino Dese, San Dono, Camposampiero, Badoere uno spazio di ascolto psicologico può diventare un punto di partenza per affrontare con maggiore serenità le sfide della vita e ritrovare nuove possibilità di cambiamento.
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