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Gestire le emozioni nel volontariato

25 Novembre 2011

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Il volontariato è un’ attività non retribuita che può essere svolta da chiunque abbia i requisiti richiesti dall’associazione di volontariato; solitamente viene organizzato dall’associazione un corso di formazione ma, mentre è assolutamente necessario nel caso di prestazione di attività paramedica (per es. servizio in ambulanza), non accade lo stesso nelle associazioni che si occupano prevalentemente di attività socio-assistenziali.
Ciò significa che per svolgere queste attività non è riconosciuto dalle associazioni di volontariato l’obbligo di formazione ed i corsi ed i seminari sono lasciati all’iniziativa delle singole associazioni o, peggio, dei singoli volontari.

In realtà operare nelle attività di volontariato sociale richiede diverse competenze:

  • In primo luogo nozioni generali di medicina e psicopatologia che ci permettono di “avere almeno un’idea” dei problemi, delle difficoltà delle persone a cui prestiamo servizio (per es. sapere cosa comporta la schizofrenia, la differenza tra autismo e ritardo mentale).
    Il numero di malattie (fisiche e mentali) e le continue nuove riclassificazioni diagnostiche rendono quasi impossibile l’iniziativa personale dei “non addetti ai lavori”, quindi la responsabilità di fornire il materiale ricade necessariamente alle associazioni di volontariato, che se non riescono ad organizzare un corso specifico in cui illustrare le principali patologie di cui si occupa, devono almeno fornire un colloquio per dare indicazioni riguardo la patologia dell’assistito (evitando invece magari le informazioni più personali per rispetto della privacy) almeno qualche giorno prima di iniziare il servizio, per dare modo di poter cercare eventualmente altre informazioni su quella specifica patologia (attraverso internet, enciclopedie mediche, etc.).
    Informazioni molto utili si possono ottenere parlando con gli operatori volontari che hanno svolto prima di noi lo stesso servizio e conoscono l’assistito. Importantissimi sono dunque i fogli di descrizione del servizio, in cui sarebbe bene venisse dato spazio anche all’osservazione delle proprie emozioni e che non si trattasse, come invece in larga misura accade, di un elenco di azioni e comportamenti.
    Spesso inoltre, la stessa famiglia dell’assistito sarà disponibile a dare informazioni a riguardo, ma le considerazioni da fare sono tante: la famiglia tiene nascosta la gravità della patologia all’assistito (se è un minorenne?) oppure non ha piacere che si parli davanti a lui? La famiglia o l’assistito sono infastiditi dal dover ripetere le stesse indicazioni ad ogni “cambio” di personale volontario, oppure è per loro di aiuto parlare dell’accaduto?

 

  • In secondo luogo bisogna coltivare dentro di sè quell’attitudine a lavorare con persone disagiate che permette poi di andare oltre l’etichetta diagnostica con cui ci viene presentato il nostro “assistito”, per poterlo vedere nei suoi aspetti soggettivi- vale a dire nella sua specificità, nel suo essere persona unica e speciale.

 

  • In terzo luogo, è necessario monitorare nel tempo le nostre emozioni imparare ad ascoltare e gestire le sensazioni che emergono durante, prima e dopo il servizio volontario e che ci permette di svolgere il lavoro volontario senza pesanti ripercussioni sulla vita privata (il famoso “saper staccare”) e di fornire al nostro assistito un servizio migliore e continuativo.



Proprio di questo parleremo oggi, non solo perchè credo che sia il punto più importante ma anche e soprattutto perchè non viene quasi mai nominato. Non viene data importanza all’esperienza personale del volontario perchè si dà per scontato che se egli svolge un’attività di volontariato, abbia le capacità e l’energia sufficiente per gestire le più pesanti situazioni. Invece non è così: allora accade che operatori proseguono un servizio assistenziale in modo assiduo, ma di malavoglia, se non con evidente disagio, solo perchè “non c’e nessun altro che vuole occuparsene” e perchè il loro senso di colpa non gli permette di staccare e che alla fine interrompono bruscamente. E questo rappresenta, per l’assistito, un trauma.

E qui è necessaria una precisazione: tutti siamo cresciuti anche grazie a quelle piccole cicatrici dell’anima causate dall’allontanamento di un caro amico, la perdita del primo grande amore (che si spera di scoprire più tardi essere stato solo un’ importante infatuazione) .. Sono dell’idea che anche per le persone con disabilità sia necessario passare attraverso tutto questo, ma con i giusti tempi, facilitando loro il distacco, dando spiegazioni del perchè si rinuncia all’incarico o si riduce l’orario e dando loro modo di farci eventuali domande, e, perchè no? di arrabbiarsi con noi. Proprio come avviene nelle relazioni cosiddette “normali”.

Chi svolge professioni di aiuto, tra cui gli educatori, tutti gli operatori “PSI” (psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti) e anche gli operatori volontari dovrebbero essere al corrente del rischio “burn-out”. La sindrome del burn-out , concettualizzata negli anni 80 da Freudenberger e poi approfondita da Maslach, definisce una situazione di logoramento e di stress psicofisico, un calo professionale e psicologico che è determinato dal lavoro e interessa poi anche gli altri ambiti di vita e può portare ad un deterioramento dei rapporti interpersonali.
“La situazione diviene intollerabile, in quanto l’operatore percepisce una distanza incolmabile tra la quantità di richieste rivoltegli dagli utenti e le risorse disponibili (individuali ed organizzative ) per rispondere positivamente a tali richieste. Ne deriva un senso di impotenza acquisita, dovuto alla convinzione di non poter far nulla per modificare la situazione, per eliminare l’incongruenza tra ciò che si ritiene che l’utente si aspetti e ciò che si è in grado di offrirgli, per competenza o per duttilità della struttura burocratica in cui si lavora. Ciò porta ad un esaurimento di energie che si può manifestare con sintomi fisici, quali fatica, frequenti mal di testa, disturbi gastrointestinali, insonnia, cambiamenti nelle abitudini alimentari, uso di farmaci. A livello psicologico, i segnali sono costituiti da senso di colpa, negativismo, alterazioni dell’umore, scarsa fiducia in sè, irritabilità, scarsa empatia e capacità di ascolto. Seguono quindi delle reazioni comportamentali sul luogo di lavoro molto rivelatrici del disagio dell’operatore: assenze o ritardi frequenti, chiusura difensiva al dialogo, tendenza a evitare contatti telefonici e a rinviare gli appuntamenti, distacco emotivo dall’utente, scarsa creatività, ricorso a procedure standardizzate, spersonalizzazione nei rapporti.”
(Zani, B. “Lo psicologo nei servizi territoriali, Manuale di Psicologia di Comunità, Ed. Il Mulino)

Perchè è così arduo per certe persone ammettere le proprie difficoltà con un assistito? Qual è il motivo che impedisce di vedere i piccoli segnali di allarme ed a continuare ad occuparsi di situazioni frustranti?
Facciamo però un passo indietro, e chiediamoci cosa ci ha portato a scegliere di svolgere un compito difficile, e, per di più, non pagato. Non è per svago.
E ciò che vi sorprenderà è che non è neanche per bontà d’animo.
E’ perchè lavorare con persone con disagio ci permette di stare meglio con noi stessi. Perchè riceviamo qualcosa in cambio di molto più importante del denaro che è la felicità negli occhi di chi aiutiamo, e anche l’ ammirazione sua e/o di altri.
Ed è realistico riconoscere che anche nello svolgere attività di volontariato si trae un qualche vantaggio: non economico, non fisico, ma di tipo psicologico.

Mi piace ricordare un libro letto i primi anni di università: esso è una lettera a coloro scelgono di occuparsi di Psicologia dinamica, a cui l’Autore si rivolge chiamandoli provocatoriamente “Apprendisti Stregoni” .
“Essa (la scelta) nasce da un tuo bisogno antico, precocissimo. Non una cicatrice, ma una ferita ancora aperta, non rimarginata. Ma tu sai, caro il mio Apprendista Stregone, che a proposito di quella ferita io mi servo volentieri di un gioco di parole, peraltro assolutamente legittimo sul piano etimologico: è una ferita, ed è una feritoia, un minuscolo varco che ti consente di tenere d’occhio il tuo mondo interiore, di scrutare e indagare la parte più misteriosa e segreta di te stesso, la parte sommersa”.
(Aldo Carotenuto “Lettera aperta ad un apprendista stregone, Passaggi Bompiani)

Quale che sia la nostra piccola ferita, essa rappresenta la feritoia attraverso cui siamo in grado di empatizzare con gli altri, di “metterci nei loro panni”; è ciò che ci ha reso sensibili ai temi sociali e ci ha portato a scegliere di lavorare con persone disagiate.
Curando le loro ferite dell’anima, pensiamo di curare le nostre. In realtà, non possiamo curarle, ma semplicemente crescere e crescere insieme ai nostri assistiti.

Il punto di cui avevamo parlato in precedenza “monitorare nel tempo le nostre emozioni, imparare ad ascoltare e gestire le sensazioni che emergono durante, prima e dopo il servizio volontario” nasce proprio qui, nella consapevolezza di sè, nel ripensare al momento in cui abbiamo scelto di diventare volontari, nella considerazione del perchè continuiamo a svolgere questo compito. La consapevolezza di sè non è uno stato che si raggiunge una volta per tutte, ma richiede continui “aggiustamenti”, un sapersi rimettere in discussione periodicamente. Ciò significa, nella pratica:

  • saper valutare in modo realistico i propri tempi (compresi quelli importantissimi di riposo)

  • esercitarsi ad ascoltare le emozioni che proviamo durante lo svolgimento dell’attività di volontariato, prima e dopo l’attività, e annotare magari le osservazioni su un quaderno personale. Questa è una tecnica molto utile soprattutto se il nostro assistito ha una situazione di grave disagio in cui sono coinvolti disturbi mentali: in questo caso mettere su carta significa “liberare la mente” dalle angosce di cui l’assistito involontariamente ci rende partecipi. Inoltre un quaderno in cui annotare le nostre sensazioni fisiche, emotive o le nostre osservazioni su come è andato il servizio ci permette di cogliere in tempo importanti segnali di stanchezza.

  • imparare a chiedere aiuto, a chiedere informazioni, consigli

  • essere pronti a rallentare il ritmo se sentiamo che le energie iniziano a venire meno.

La prima cosa che bisogna fare nel primo soccorso è assicurarsi della propria incolumità fisica: non si può soccorrere l’incidentato se si rischia a propria volta di subire un incidente, perchè l’ambulanza si troverebbe a dover soccorrere poi due persone. Allo stesso modo, nei servizi assistenziali non si può pensare di aiutare qualcuno non avendo cura del proprio vissuto interiore, della propria “incolumità psicologica”.


Voglio concludere questo intervento sul “gestire le emozioni” proprio sulla scelta del titolo; si era inizialmente pensato a “controllo” delle emozioni , ma questo termine mi riportava ad immagini di persone intente a non lasciarsi coinvolgere dagli affetti, che cercano di sopprimere, reprimere. In realtà noi dobbiamo fare proprio il contrario! Lasciarci coinvolgere da questa bellissima esperienza che è il volontariato e nel rapporto con l’altro, ascoltare le emozioni che emergono e viverle pienamente.

Come il tronco d’albero non si piega al vento, ma si spezza di fronte alla tempesta, accade che le persone che mettono in silenzio gli affetti, finiscano per crollare psicologicamente quando queste difese vengono meno.
Dobbiamo imparare dai fuscelli: leggeri ed elastici, a sentire ogni vibrazione di vento (le nostre emozioni) cosicchè alla tempesta, non ci spezzeremo.

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