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IO E L'ALTRO: la relazione come luogo di incontro

18 Luglio 2013

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Nelle scorse settimane abbiamo affrontato il vasto tema della convivenza esaminandolo nelle sue diverse declinazioni. Abbiamo, per così dire, scomposto in varie sezioni una tematica unica e complessa; a chiusura di questo ciclo si è pensato di approfondire la prima forma di convivenza, quella che si trova alla base delle molteplici ramificazioni culturalmente e socialmente connotate: la relazione.

L’incontro con l’altro è un tema un po’ speciale perché ci permette di riflettere su di una dimensione che va ben oltre le singole entità “io” e “tu”, oltre anche la semplice somma di queste due parti: incontrare l’altro significa essere partecipi di una dimensione terza, quella intersoggettiva. Un territorio, questo, che di fatto non appartiene a nessuno, ma all’interno del quale giocano forze molto potenti.

Entrare in questo “luogo dell’incontro” significa innanzitutto riconoscere l’alterità dell’altro: un gioco di parole che sembra, tra l’altro, essere scontato, e che invece rappresenta la base imprescindibile della possibilità dell’incontro. L’altro, per essere tale, è colui che identifico fuori di me, separato, differente, fuori dal mio campo personale. L’incontro può avvenire per svariati motivi, come curiosità o interesse, ma se esso ha invece luogo per soddisfare Il desiderio inconscio di rafforzare la propria identità, allora si può persino arrivare ad aumentare la distanza e aggravare la frattura tra sé e l’altro.

Molto, troppo spesso, infatti, nel nostro rapportarci agli altri non riconosciamo loro una propria identità: pensiamo ai nostri figli o partner, ad esempio, rapporti solidi all’interno delle nostre vite, ma non sempre “reali relazioni” con l’altro. Capita infatti di relazionarci alle nostre figure significative come fossero estensioni di noi stessi, immagini proiettate di noi, attraverso le quali vivere o rivivere esperienze o ancora, soddisfare i nostri bisogni.

Ci illudiamo di possedere l’altro, come magistralmente teorizzato dal prof Renzo Carli, e per dimostrare a noi stessi e al mondo questo illusorio possesso mettiamo in atto dinamiche di distruzione o di conservazione. “È mio!”, afferma il bambino prima di distruggere o tenere solo per sé il suo giocattolo. “È mio!”, afferma l’amante geloso che vuole tutto per sé l’amato. In questo possedere, l’altro viene visto e percepito come oggetto, come valore in sé, indipendentemente dalla relazione esistente. Come risultato di ciò un triste paradosso: chi persegue il possesso è e resta irrimediabilmente solo, perché il possedere lo esclude dalla possibilità dell’incontrare.

E’ la globalità di ciò che siamo che guiderà la natura della nostra esperienza relazionale: la relazione con l’altro diviene così il luogo della relazione con noi stessi. Vi contempliamo il nostro riflesso. Capita, a volte, che quell’immagine ci sia insopportabile e allora ci adoperiamo per alleviare la pena: non cerchiamo di rompere lo specchio, ma di far scomparire chi lo porta. La galleria degli specchi relazionali è quella nella quale ogni viso è una parte del nostro stesso viso. Gli altri sono noi stessi, sotto mille e una forma.

La relazione con l’altro, dunque, ci indica con estrema precisione lo stato del nostro relazionarci a noi stessi. Siamo capaci di accettare tutte le nostre parti, di prenderle tutte in consegna? Se ci riusciamo, se siamo capaci di riappropriarci, accettandoli, di tutti i pezzetti di noi con i quali investiamo gli altri, allora il nostro senso d’unità è compiuto ed apre la strada all’autentico incontro con l’altro. In questo modo scompare la sensazione di isolamento e si scopre il piacere della diversità.

In questo senso, si può parlare di convivenza: quando ci si propone la conoscenza, la relazione con l’estraneità. È importante sottolineare come l’estraneo sia una risorsa per lo sviluppo della relazione sociale. Senza diversità da conoscere imploderemmo in noi stessi.

La Convivenza è innanzitutto superamento dei sistemi per così dire familistici (ovvero collusivamente condivisi) di relazione; di conseguenza, convivere significa avere competenza a trattare con la diversità, con l’Altro diverso da noi per obiettivi, interessi, desideri, valori, cultura. Convivere significa inscrivere la relazione con l’altro entro regole del gioco condivise, negoziate e mai imposte arbitrariamente.

Interrogarsi su queste tematiche non è un mero esercizio teorico o culturale: la relazione con l’altro è alla base del nostro stesso essere. noi nasciamo già in relazione (madre-bambino), e qulla prima relazione influenza indelebilmente ciò che diventeremo. Del resto, note musicali giustapposte le une alle altre non formano altro che una sequenza, ma se messe “in relazione” tra loro possono dare luce a splendide sinfonie.

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