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La comprensione della NOIA circoscritta ai tempi del Coronavirus

02 Aprile 2020

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La NOIA è uno stato di malessere psicologico ed esistenziale caratterizzato da disagio e insoddisfazione. Una forma di blocco psichico, una sorda paralisi della volontà (diversa dalla paralisi depressiva), un sopore oppressivo.
Ad un livello più neuropsicologico, la condizione della noia è caratterizzata da affetti negativi, quali: ─perdita dell’interesse, ─riduzione della concentrazione, ─perdita dell’attenzione fluttuante, ─basso grado di attivazione neurofisiologica, ─riduzione dell’efficienza lavorativa.
Mi sono interrogata spesso sulla noia, alimentata da una vivace curiosità intellettuale e da un genuino interesse personale, ne ho intrapreso una moltitudine di ricerche cliniche e di studio, poiché, malauguratamente, sfavorevolmente, ne sono affetta-colpita dacché ero ragazzina; il termine, denota congiuntamente una condizione esistenziale e psichica.

Nell’accezione psicoanalitica, sia entro la noia “fisiologica”, sia entro la noia “patologica”, si ravvisa l’azione del medesimo meccanismo: in entrambe le circostanze ci si annoia perché manca l’oggetto o la meta che potrebbero soddisfare la pulsione.

Nello stato psichico fisiologico (o “normale”), l’oggetto della pulsione manca distintamente, nel secondo caso, l’oggetto è stato rimosso, ovvero nella noia patologica il soggetto non ‘saprebbe indicare’ (sul piano della consapevolezza) se sussista e quale potrebbe rappresentare un oggetto utile a direzionare la pulsione, a soddisfarne il movimento di investimento e di raggiungimento.

In entrambe le circostanze in esame, si delinea un rapporto disfunzionale, mancato, o parzialmente mancato tra la pulsione e il suo oggetto.

Per Schopenhauer, la noia è leerer Sehnen, desiderio vuoto, è tensione desiderante che mira a qualcosa che non c’è, l’autore illustrava una posizione concettuale affine alla tesi psicoanalitica sopramenzionata.

Proprio in virtù del fatto che sia una condizione psichica “vuota”, nel senso di priva di oggetto, la percezione psichica della noia comporta la sensazione svantaggiosa, sgradevole e annichilente di una spinta sordidamente coartata, orientata allo spegnimento, la pulsione allo stato puro, per certi versi.
Entro la dimensione della noia, facciamo esperienza della spinta, dell’anelito, o meglio, dell’impulso, dell’esigenza intrinseca alla pulsione medesima.
L’oggetto è parte costitutivo dell’impulso pulsionale, non va inteso nell’accezione di un oggetto “esterno”, quale un aggregato disgiunto o staccato; nella sensazione di noia, dunque, la pulsione risulta dolorosamente mutilata, penosamente amputata; ne risulta una percezione psichica analoga per il soggetto che la esperisce.
Nella noia la spinta energetica psichica è forte, ma senza oggetto e senza “senso”: una libido devitalizzata.
La noia rappresenta l’anticamera dell’angoscia, e chi abbia sperimentato l’una E l’altra di tali stati, conosce distintamente il sordo ed offuscato sapore di cui si tingono entrambe; la noia è dolore psichico, differente dal sapore amaro della malinconia secondo cui, la delusione ed il rimpianto di taluni “tempi trascorsi” dominano i nostri pensieri e gli stati emotivi correnti.
In quest’ultima, gli insuccessi del presente, gli agognati traguardi professionali non raggiunti, il venire meno di taluni riconoscimenti amorosi, la riduzione di rinforzi esterni ed apprezzamenti alla propria desiderabilità, spesso affievoliti entro la coppia, in una relazione affettiva impoverita ed ingrigita, suscitano per alcuni di noi, la sensazione di aver vissuto antecedentemente sentimenti di maggiore pienezza, di incomparabile soddisfazione, in sostanza, il declino di un appagamento forte, vigoroso e complessivo, che siamo persuasi non riprenderemo a sperimentare, poiché percepiamo quelli anticamente vissuti come di maggiore intensità e potenza, “non recuperabili, non ripristinabili” con uguale entità e fluviale soddisfacimento.
Queste ombre insidiose, cristallizzate sul ricordo malinconico e idealizzato del tempo trascorso, zavorrate sul passato, prepotentemente prendono spazio ed ingombrano la psiche avviluppandone le energie, ombre che si nutrono di fallimenti, di aspettative deluse, di promesse affettive sgretolate, di sogni salvifici infranti contro la realtà spesso arida e sterile, impediscono alle energie psichiche di assurgere al ruolo di protagonista nella cornice dell’oggi, ne trattengono l’affiorare ed il movimento propulsivo.

Purtuttavia, entro la circostanza della noia, ugualmente queste ultime (energie psichiche) spingono sordidamente in direzione vitale e prorompente: a dispetto di quanto si possa ipotizzare, soggiacente alla noia, sussiste la componente dell’ansia, che si traduce talvolta anche in un senso di agitazione generalizzata e di inquietudine, mista a quel senso ovattato, simile alla paralisi dell’amputazione e della devitalizzazione pulsionale.

L’ombra della malinconia usurpa violentemente lo spazio psichico, ne occupa il terreno con prepotenza, impedendoci di vivere con la pienezza bio-psico-energetica la condizione sociale e lavorativa del qui ed ora.

Essa, inoltre, è differente dalla perdita dell’oggetto d’amore, più calzante, invece, a definire gli stati di lutto, laddove abbiamo amato profondamente, pienamente e visceralmente una creatura/individuo o altro, che ci viene penosamente strappato, suscitando un dolore straziante, una lacerazione.
Qui, il senso è pieno, strappato, sradicato: una lacerazione del ventre e del petto, un percepirsi persi, tagliati, privati di quell’amore che era, ed è, divenuto una componente di noi stessi.
Nella noia, la sensazione, diversamente, verte prevalentemente su un senso di mancato direzionamento e sviluppo dell’impulso.
Talvolta, il substrato emotivo soggiacente è la nostra paura: a fronte della paura potrebbe attivarsi un meccanismo psicologico difensivo, quest’ultimo, ad uno sguardo di superficie, va a vestire la paura apparentemente con i panni dell’apatia o del disinteresse verso tutto quanto ci circondi.

Innumerevoli scrittori e pensatori, hanno magistralmente descritto la dimensione del tedio esistenziale, incolmabile, angosciante ed opprimente, poiché consistente nell’assenza del desiderio (molto differente dal tedio situazionale, circoscritto invece all’assenza dell’oggetto del desiderio).

In molte produzioni letterarie, la sensazione umana del tedio esistenziale parrebbe originariamente derivata dalla concezione, comprensione e percezione di un universo a cui inesorabilmente ed irreparabilmente manchi qualcosa.

La descrizione soprascritta mira ad abbozzare una breve (inesaustiva ed incompleta) cornice di riferimento delle tipologie di condizioni di noia, in cui collocare, tuttavia, per distinzione e per discordanza, altre forme nelle quali la noia si presenta oggi, entro la circostanza attuale della severa limitazione alle attività e del divieto di dare luogo ad incontri sociali.
Ad oggi, entro la situazione corrente, infatti, lo stato psicologico della noia segnalata da numerosissimi individui, potrebbe acquisire valenze e significati molto differenti, che andrebbero più precipuamente calati nella situazione contingente.

L’impossibilità a svolgere le attività di incontro sociale, di pratica sportiva all’aperto, di recarsi presso sedi di cura estetica incide profondamente sull’immagine che nutriamo di noi stessi.

In modo particolare, per taluni individui la rinuncia ad espletare tali attività, assume il significato di perdita del riconoscimento sociale che serve a nutrire l’auto-percezione della propria stimabilità, operata abitualmente mediante il riscontro di terzi.

Molti soggetti esperiscono attività e pratiche quali nutrimento psichico alla propria stimabilità/desiderabilità, ne fanno da esempio: la cura del proprio aspetto esteriore sottoponendosi a trattamenti presso i centri estetici (“ho un bell’aspetto”), rispecchiarsi favorevolmente negli occhi dei colleghi d’ufficio (“gli altri riconoscono il mio lavoro”), la pratica sportiva presso la palestra (“sono in forma fisica”), la partecipazione ad incontri sociali (“sono socialmente desiderabile, sono una persona simpatica e cordiale: gli altri entrano volentieri in relazione con me”).

Per costoro, dunque, le mancate operazioni attuali rappresentano globalmente il venir meno di un plauso e di una conferma (spesso parzialmente inconscia), dunque, sia pure lamentate quali “sentimento di noia”, esse in realtà potrebbero costituire una affaticante perdita di elementi utili alla propria autostima, a cui stentano a reperire una forma compensatoria alternativa.

In queste personalità, la noia attuale non verrebbe a costituire la tensione desiderante, ossia il desiderio vuoto che mira a qualcosa che non c’è, la pulsione senza oggetto, (in accezione psicoanalitica), piuttosto il venire meno di fattori che nutrono il senso dell’autostima, veicolata perlopiù da pratiche situazionali esterne.

Ad una indagine più superficiale inoltre, che concerne un gruppo sociale differente, vi sono anche soggetti ai quali la richiesta di rinunce risulta “nuova”, essi non ne sono avvezzi, poiché nel percorso esistenziale che li ha connotati, non hanno conosciuto il gusto amaro della frustrazione e della privazione, a fronte della quale non hanno, dunque, sviluppato capacità di resistenza psichica.

Per costoro, il godimento di comfort, l’immediatezza del piacere e quanto possa costellare un agio esistenziale complessivamente inteso, ha rappresentato la quotidianità.

Anche per questa seconda categoria, l’accezione della noia definita in una concezione psicoanalitica, mal si presta, nella misura in cui questi individui non hanno fatto l’esperienza frustrante del dispiacere, del disagio imputabile all’attesa di un appagamento al proprio desiderio, diversamente, hanno riempito lo spazio ed il tempo, attraverso comodità e agiatezza, indistintamente (vale a dire senza operare una distinzione entro: presenza ed assenza, piacere e dispiacere, godimento e privazione, soddisfacimento e frustrazione, bensì, essi hanno vissuto l’esperienza del piacere in “continuato”).

Per questi ultimi, in sostanza, la “noia” contingente all’epoca del Coronavirus potrebbe assumere il significato di un senso di estraneità alla neo-condizione corrente di privazione e di rinuncia.

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