Cara Sharon, ti rispondo con molta delicatezza, come farei se fossi seduto davanti a te, guardandoti negli occhi e prendendomi il tempo che serve. Quello che racconti fa male da leggere, non perché tu stia esagerando, ma perché si sente quanto sei stanca e quanto, piano piano, ti sei ritrovata a portare sulle spalle un peso che non ti appartiene. Dieci anni con una persona sono tanti. Ci si cresce insieme, si costruiscono sogni, si fanno scelte importanti come una casa. E proprio per questo fa ancora più male quando chi dovrebbe essere “casa” diventa il luogo dove ci si sente più piccoli, più sbagliati, più soli. Le parole che lui ti dice non sono solo parole. Quando qualcuno, giorno dopo giorno, ti ripete che “non servi a niente”, che “è colpa tua”, che “non vali”, quelle frasi entrano dentro, scavano. È normale che tu ti senta triste, confusa, bloccata. Non c’è nulla che non vada in te per questo. È una reazione umana a una situazione che ti sta consumando.
Vorrei fermarmi un attimo su una cosa importante: tu non sei il tuo lavoro. Tu non sei il tuo reddito, né il tuo diploma. Tu stai facendo quello che puoi in un contesto difficile, ti arrangi, lavori quando c’è occasione e contribuisci come riesci. Questo dice di te che sei responsabile, non inutile. Il fatto che nella tua città ci sia poco lavoro non è una tua colpa, e non può diventare un’arma per ferirti.
Quando dici “non riesco a lasciarlo”, io non ci sento debolezza. Ci sento paura, attaccamento, forse anche speranza che torni la persona che era all’inizio. Ci sento dieci anni di vita condivisa, abitudini, sogni intrecciati. Lasciare non è solo andare via da qualcuno, è anche rinunciare a un’idea di futuro. Ed è normale che questo faccia paura.
Ma permettimi di dirti una cosa con molta onestà: una relazione in cui vieni umiliata non può nutrirti, anche se a volte lui è diverso, anche se a volte sembra quello di prima. L’amore non alterna carezze e insulti. L’amore non ti fa sentire in colpa per esistere.
Il fatto che tu oggi ti stia chiedendo “perché continuo a stare con questa persona?” è già una voce interna che chiede attenzione. Non va zittita. Non devi decidere tutto subito, non devi avere risposte pronte. Ma forse è il momento di iniziare a chiederti: “Di cosa ho bisogno io per stare bene?” e non solo “Come posso non farlo arrabbiare?”
Ti incoraggio davvero a cercare uno spazio tuo: una persona di fiducia, un consultorio, uno psicologo. Non per “aggiustarti”, perché tu non sei rotta, ma per ritrovarti, per rimettere insieme i pezzi della tua forza, che non sono spariti, sono solo stanchi.
E voglio lasciarti con queste parole, semplici ma vere:
tu meriti rispetto anche quando non lavori, anche quando sei fragile, anche quando non sai ancora come andare avanti.
Un caro saluto