Quasi due mesi fa ho perso mio marito per una grave malattia al fegato. Tredici anni assieme e quattro mesi di matrimonio: è andato via il giorno del nostro quarto mese da sposati ufficialmente. A settembre gli fu diagnosticata la malattia, la stessa che uccise suo padre quando lui aveva dieci anni.
Sino alla diagnosi mi nascose le sue condizioni, negando quello che gli succedeva. Avrebbe dovuto smettere di bere totalmente, ma non lo fece. Nonostante le mie suppliche e quelle del dottore — “Fallo per tua moglie, ci tiene davvero a te” — lui decise di smettere solo fuori e non a casa, perché tanto era “solo un bicchiere di vino”.
Gli sto vicino, lo incoraggio a lottare, ma lui non mi aiuta ad aiutarlo, finché la malattia peggiora e un’infezione trascurata (rifiuta l’antibiotico) porta a complicazioni neurologiche. Sembra migliorare, riprende peso, ma uno shock settico lo uccide. Se ne va la sera del 28 novembre, il giorno del nostro quarto mese di matrimonio: era neurologicamente morto. La mattina mi chiamano. E il mio mondo crolla.
Dopo il suo funerale vengo a scoprire che aveva tanto da farsi perdonare. In ospedale gli chiesi scusa sin dal primo giorno: per essere stata fuori casa durante il pomeriggio per parlare con i medici del reparto dove era seguito e per prendere termometro e medicine. Lui mi disse: “Non è stata colpa tua se sono finito qui, sono io che sono stato uno stronzo”. Ammette che doveva smettere di bere totalmente, rispettare le terapie e prendere l’antibiotico. “Dovevo ascoltarti. Scusami, amore mio”.
Appena ne aveva occasione chiedeva scusa. Doveva dirmi altro, e lo scopro dopo il funerale. Vivevamo a casa di sua madre e, sin dall’inizio, mia cognata ci rende la vita impossibile: i suoi maltrattamenti, uniti all’omertà dei fratelli, lo portano a cercare rifugio nell’alcol, a farlo quando io ero al lavoro o a studiare, in quelle venticinque ore a settimana in cui non eravamo assieme. C’era il “passeggero oscuro”.
Era felice con me e non lo negava, ma era affettivamente dipendente dai fratelli e dal loro giudizio. Ma il peggio era che stava male e lo nascondeva: vomitava sangue ma giurava e spergiurava che non era vero. Una volta lo accompagnai al pronto soccorso per un malore. Mi addormentai sulla poltrona della sala d’attesa, ma lui mi svegliò e mi trascinò fuori.
Collego tutto, compresi i suoi scatti di rabbia e violenza verbale, che mi portavano a sbottare e a insultarlo, per poi arrivare anche a piangere in ginocchio, perché non pensavo quelle cose e lui lo sapeva, ma cercava comunque pretesti per portarmi a manifestare disprezzo che non avrei mai provato… e lo sapeva.
Potevo salvarlo, ma non me lo ha permesso. Per lui portarmi a disprezzarlo era una “protezione” da ciò che avrebbe vissuto, o meglio da ciò che aveva vissuto sua madre. So che non dovrei, ma mi sento tradita e abbandonata. Tredici anni assieme, e doveva conoscermi.
Buongiorno Giada, da ciò che scrive emerge con forza non solo il lutto per la perdita di suo marito, ma anche il trauma legato al modo in cui questa perdita è avvenuta e, soprattutto, a ciò che le è stato nascosto. Lei non ha perso soltanto una persona amata, ha perso anche la possibilità di esserci fino in fondo, di fare la moglie nel senso più pieno, di lottare insieme a lui. Questo lascia una ferita particolare, diversa da quella della morte in sé. È comprensibile che si senta tradita e abbandonata. Non è ingratitudine, né mancanza di compassione per la sua sofferenza. È il dolore di chi ha amato profondamente e si è sentita esclusa da una parte decisiva della verità. L’amore non è mancato, ma è mancata la fiducia piena, quella che permette di condividere anche la paura, anche la vergogna, anche il crollo.
Lei ha fatto tutto ciò che poteva fare con le informazioni che aveva. Lo ha sostenuto, incoraggiato, supplicato, accompagnato. Ha cercato di aiutarlo anche quando lui non le permetteva di farlo. Questo è un punto fondamentale, perché il pensiero “avrei potuto salvarlo” nasce spesso proprio da qui, dal fatto che l’amore e la presenza c’erano, ma l’altra persona non era in grado, o non riusciva, a lasciarsi aiutare fino in fondo.
Il nascondere la malattia, il negare i sintomi, il rifiuto delle cure, il trascinarla fuori dal pronto soccorso non parlano di mancanza d’amore verso di lei. Parlano di una lotta interna enorme, di una paura antica, probabilmente legata alla perdita del padre e a ciò che aveva visto vivere a sua madre. È possibile che, nel suo modo distorto di proteggerla, abbia pensato che tenerla lontana dalla verità fosse un modo per risparmiarle un dolore simile. Ma questo non toglie che, così facendo, l’abbia lasciata sola.
La rabbia che sente, intrecciata al senso di colpa, è una reazione molto comune in chi resta. Rabbia perché non le è stato permesso di esserci davvero. Colpa perché lo amava e perché, ora che non c’è più, la mente continua a tornare indietro cercando un punto in cui le cose avrebbero potuto cambiare. È un tentativo di dare un senso a ciò che è accaduto, non una colpa reale. Anche il contesto familiare che descrive, vissuto come soffocante e maltrattante, sembra aver avuto un peso enorme. Lei era per lui un rifugio, ma non abbastanza da spezzare dinamiche che lo tenevano legato da anni. Questo non significa che lei non fosse importante, ma che alcuni legami, soprattutto quelli costruiti nel dolore e nella dipendenza emotiva, possono diventare più forti persino dell’amore.
Il fatto che lui le abbia chiesto scusa, più volte, riconoscendo i suoi errori, è molto significativo. È come se una parte di lui sapesse esattamente cosa stava facendo e quanto la stesse ferendo. Questo rende il suo dolore ancora più ambivalente, perché accanto alla rabbia c’è la consapevolezza che lui non fosse indifferente o crudele, ma profondamente fragile.Quando lei dice “tredici anni assieme, e doveva conoscermi”, sta dicendo una cosa profondamente vera. Aveva il diritto di essere conosciuta, di essere scelta come alleata, non solo come qualcuno da proteggere a modo suo. Il tradimento che sente non riguarda soltanto le cure mancate o l’alcol, ma l’essere stata esclusa dalla verità in un momento cruciale della vostra vita insieme.
Ora si trova a portare un doppio dolore. Da un lato il lutto per l’uomo che ha amato. Dall’altro il lutto per la relazione che avrebbe potuto essere diversa se ci fosse stata più verità e condivisione. Sono due perdite che si intrecciano, ed è per questo che fanno così male. Non deve perdonare adesso. Non deve capire tutto. Non deve essere forte. Ha il diritto di sentire amore, rabbia, nostalgia, senso di tradimento, anche tutti insieme. L’elaborazione di una perdita come questa richiede tempo e, soprattutto, uno spazio in cui lei possa raccontare la sua storia senza doversi prendere cura del dolore di qualcun altro.
Un caro saluto
Milano
Il Dott. Fabiano Foschini offre supporto psicologico anche online