Autismo

Osservazioni sui concetti di sintomo e comportamento nella cura di persone con autismo

10 Settembre 2013

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Alcune osservazioni sui concetti di sintomo e di comportamento nell’ambito della cura della persona con autismo

Sintomo e comportamento, a prima vista, sono due concetti appartenenti a due campi teorici distanti se non opposti e in storica contraddizione.

Sintomo, appartiene alle manifestazioni del “mondo interno”, ovvero condivide lo stesso campo di conflitto, angoscia, difesa, oggetto e così via.E' il campo del pensiero psicoanalitico e della tradizione psichiatrica.

Comportamento, appartiene al “mondo esterno”, al visibile, al misurabile. E il campo delle scienze comportamentali, campo basato sull'assunto che la mente dell'altro sia non tanto inaccessibile ma semplicemente non descrivibile attraverso concetti scientificamente attendibili.

Occorre dire che “comportarsi”, in francese si dice se conduir – condursi. Si potrebbe dire, io  mi conduco nel rapporto con gli altri, attraverso la realtà. “Comportamento” ha, quindi, una accezione radicalmente sociale – è un “comportarsi”, un portarsi al cospetto dell’altro, o del contesto di appartenenza.In inglese il termine behaviour significa non soltanto comportamento bensì condotta e addirittura contegno, significati che richiamano la presenza dllo sguardo dell'altro, e delle regole che ordinano i rapporti tra le persone. Solo in seconda battura, behaviour significa comportamento.

Com-portamento e sin-tomo condividono le 3 lettere iniziali: il latino “cum” e il greco “ sun“: con, insieme….

Sappiamo inoltre che i sintomi mutano nel tempo, al mutare dei tempi, così come e condotte vengono sanzionate positivamente o negativamente in virtù dei sistemi di valori morali correnti.Sintomo e comportamento sono, in primo luogo, dati storico-sociali. Per questo, la loro contrapposizione non ha alcun senso. Affermare: " preferisco il concetto di comportamento, o comportamento-problema – come accade nel campo dell’autismo… –  a quello di sintomo", non ha senso, e così viceversa.

Entrambi i termini, suggeriscono lo sforzo di legare insieme qualcosa. Penso che un paziente in fase acuta, un paziente, come si dice scompensato, travolto da uno scatenamento psicotico, non appartenga né alla dimensione del sintomo né a quella del comportamento.

Il paziente si slega dal contesto sociale, la mente viene violentemente scossa e occupata dall’angoscia, il corpo “macchina biologica” prende il sopravvento – è proprio il legame sociale, l’aspetto “sun” del sintomo e “cum” del comportamento che viene meno.

Bisognerebbe allora confrontarsi sul fenomeno tutto umano del legame sociale, di cui sintomo e comportamento sono espressioni.

Da qui, ha senso la dimensione educativa nella cura, così come l’opportunità di pensare a un laboratorio di regole sociali, cioè di regole che – volenti o nolenti – tutti quanti ci troviamo a dover rispettare perché fanno legame.

Le rispettiamo non perché siano educative.

Le rispettiamo perché ci legano agli altri. Ci legano agli altri, non nel senso che siamo costretti a stare con gli altri, il che ci precipiterebbe in una condizione di persecutorietà, bensì in quanto ci appoggiamo alla rete simbolica fatta di regole che ci legano – regole che non sono come quelle dettate dal bisogno: la fame, la sete, il sonno.

Fame, sete, sonno: sono bisogni che, per essere soddisfatti, possono portare ad uccidere il corpo dell’altro. Non sono sintomi, né comportamenti. Sono spinte che nascono dal corpo e dagli istinti a sopravvivere.

La produzione di sintomi e di comportamenti, di fenomeni viventi che ci legano alla realtà sociale, ci dice che possiamo fare a meno della fame e della sete e del sonno, che per procurarci il necessario per sfamarci, dissetarci e dormire dobbiamo saperci legare all’altro.

Intervenire sul comportamento sociale di uno dei nostri pazienti, come dicono i comportamentisti, può essere utile se siamo capaci di trasmettere il fatto che una rete simbolica è presente.

Un saluto, una stretta di mano, un grazie, una cortesia: non si tratta di addestrare alla corretta esecuzione di una regola, bensì di fare entrare il simbolico, rappresentato dalla regola sociale. Perché, simbolico?.

Perché una stretta di mano non ha di per sé significato. Ce l’ha in termini  di una convenzione che ha perduto, se mai ha avuto, il “ convenzionatore”.

La regola sociale è basata sull’assenza di chi l’ha dettata.

E’ questo il simbolico.

Si regge sulla pratica sociale - si auto-regge… - senza che nessuno lo stabilisca. La regola sociale si fonda su almeno due significanti che insieme costruiscono una pratica. Per esempio, ruttare nella nostra cultura è sconveniente. Nella società cinese è sconveniente non farlo, perché ruttare dopo un pasto è segno di aver apprezzato.

E’ una convenzione, ma è anche una comunicazione simbolica in cui l’Altro è già in campo.

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Domande e risposte

Sono un'insegnante di sostegno ed è il secondo anno che seguo un bambino autistico di quasi 7 anni

Buona sera a tutti, mi sono appena iscritta e sono felice di poter trovare un aiuto in questo campo...

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