Attacchi di panico: perché il sintomo non è il nemico

Attacchi di panico: perché il sintomo non è il nemico

Un attacco di panico può arrivare all'improvviso.

Il cuore accelera, il respiro diventa difficile, il corpo trema. Possono comparire vertigini, sudorazione, senso di oppressione, nausea o la sensazione che ciò che ci circonda sia diventato improvvisamente irreale.

Ma ciò che rende il panico particolarmente angosciante è spesso il significato attribuito a quelle sensazioni.

"Sto per morire."

"Sto perdendo il controllo."

"Sto impazzendo."

Per chi lo vive, non si tratta semplicemente di "essere molto ansioso". È un'esperienza fisica ed emotiva intensa, capace di lasciare una traccia anche quando l'episodio è terminato.

La paura della paura

Dopo un primo attacco può accadere qualcosa di paradossale: il panico è finito, ma comincia la paura che ritorni.

La persona inizia a controllare il proprio corpo.

Un'accelerazione del battito, una lieve vertigine o una sensazione insolita possono diventare segnali di pericolo.

Si instaura così un circolo:

sensazione corporea → interpretazione catastrofica → paura → maggiore attivazione corporea → ulteriore paura.

Il corpo diventa qualcosa da sorvegliare.

E progressivamente anche la vita può restringersi.

Si può iniziare a evitare luoghi affollati, mezzi di trasporto, autostrade, ascensori, ristoranti o situazioni dalle quali si teme possa essere difficile allontanarsi.

Non si teme più soltanto il panico.

Si teme la possibilità del panico.

Il sistema di allarme

Il nostro organismo possiede sistemi estremamente efficienti per prepararci a reagire davanti a un pericolo.

Quando percepiamo una minaccia aumenta l'attivazione fisiologica: il cuore può battere più rapidamente, il respiro può modificarsi, i muscoli si preparano all'azione e l'attenzione si concentra sui segnali di pericolo.

Il problema è che questo sistema può attivarsi anche quando non esiste una minaccia esterna immediata.

E quando le sensazioni prodotte dall'attivazione vengono interpretate come pericolose, la paura può alimentare se stessa.

Comprendere questo meccanismo è importante.

Ma non sempre è sufficiente.

Perché proprio adesso?

In psicoterapia considero importante non fermarsi soltanto alla domanda:

"Come faccio a non avere più attacchi di panico?"

Può essere utile aggiungerne un'altra:

"Perché il panico è comparso proprio in questo momento della mia vita?"

Non esiste una risposta uguale per tutti.

A volte l'esordio avviene durante periodi di forte stress. Altre volte accompagna cambiamenti, separazioni, conflitti, lutti, responsabilità percepite come eccessive o situazioni nelle quali la persona sente di non avere più il controllo.

Talvolta il primo episodio sembra comparire senza alcuna causa riconoscibile.

Per questo la storia individuale è fondamentale.

Il sintomo non è il nemico

Definire il sintomo "non nemico" non significa minimizzare la sofferenza.

Chi soffre di panico desidera comprensibilmente liberarsene.

Significa però evitare di trasformare il proprio corpo in un avversario.

Combattere continuamente ogni sensazione può aumentare la vigilanza e rendere ancora più centrale ciò che si vorrebbe eliminare.

Il percorso terapeutico può aiutare la persona a riconoscere le sensazioni, comprenderne il funzionamento e progressivamente modificare il rapporto con esse.

Ma può anche aprire uno spazio più profondo per interrogare ciò che sta accadendo nella propria esperienza.

Curare la persona, non soltanto il panico

Esistono differenti approcci psicoterapeutici al disturbo di panico.

Nel mio lavoro parto da una formazione psicodinamica e psicoanalitica, integrando, quando clinicamente appropriato, strumenti provenienti da altri ambiti della mia formazione.

Ciò che considero fondamentale è che il metodo venga adattato alla persona e non il contrario.

L'obiettivo è certamente ridurre la sofferenza e recuperare gli spazi di vita eventualmente limitati dalla paura.

Ma può esserci anche qualcosa di più.

Comprendere il panico può diventare un'occasione per conoscere meglio il proprio modo di reagire alle emozioni, alle relazioni, alle aspettative e ai cambiamenti.

Il sintomo che inizialmente sembra soltanto interrompere la vita può allora diventare l'inizio di una domanda su di sé.

E quando la paura smette progressivamente di essere qualcosa da cui fuggire, può aprirsi uno spazio nuovo: quello della libertà di tornare a scegliere.

Dott. Paolo Russo
Psicologo – Psicoterapeuta – Mediatore Familiare – Ipnoterapeuta

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