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Sappiamo che la famiglia è il porto sicuro d’eccellenza, che il bene dei genitori è quello più puro,
assoluto ed incondizionato, che una mamma darebbe la sua vita per i figli se dovesse servire. Ci
insegnano che in famiglia possiamo confidarci senza giudizio, sentirci sostenuti, amati e compresi a
prescindere dal sesso, dal carattere, dal quoziente d’intelligenza. Eppure quel che continuo ad
apprendere dai miei pazienti è che tutto ciò non è affatto scontato.

Voglio dire, questo c’è ed è vero
nella normalità fatta di rapporti sani e maturi, che fanno a loro volta altrettante ben funzionanti
situazioni, ma è presto assente se non opposto nei casi in cui il disagio psichico e/o l’immaturità emotiva
del genitore determinano un deficit di intelligenza affettiva che porta solo e soltanto a nefaste
conseguenze.

Spesso l’adulto ha la pretesa che il figlio comprenda ciò che per sviluppo cognitivo non gli
è ancora dato capire, richiedendogli dunque uno sforzo di maturità a compenso evidentemente delle
lacune genitoriali.

Famiglie rigide e intolleranti, famiglie ansiose ed oppressive, genitori anaffettivi e
punitivi, che sia incuria (scarse attenzioni) o ipercura (eccessive attenzioni), l’esito è un figlio che cresce
temendo di non essere all’altezza, di deludere aspettative, di perdere il controllo della situazione. Vive
un forte senso di responsabilità e senso del dovere, le distrazioni verrebbero punite all’istante con
laceranti sensi di colpa, per non parlare della terribile paura di perdere l’amore del genitore
ipoteticamente deluso.

Perdere l’amore del genitore, per il bambino equivale a morire. Se nessuno mi
amerà e proteggerà io morirò, questo il pensiero terrorifico di quel bambino che crescendo tra un
attacco di panico e l’altro, continuerà a cercare il suo protettore/persecutore, una persona o situazione
dalla quale ricevere amore ma a patto che si faccia il possibile per meritarlo. E quando l’energia si
esaurisce, quando non si riesce più a far fronte alle richieste, reali e presunte, dell’ambiente, ecco che il
corpo, strettamente associato alla mente e alle emozioni, manda chiari messaggi d’arresa attraverso
sintomi di profondo malessere.

Questa in sintesi la spiegazione del panico. Mangio per far contenta
mamma, studio per far contento papà, devo far qualcosa per farli smettere di litigare e via dicendo.
“Mamma” e “papà” per me hanno pari dignità ed importanza, la psicoanalisi per prima e i filoni
successivi, hanno sempre sopravvalutato il ruolo materno coprendolo di onnipotenza ed onniscienza,
mentre è stato profondamente svalutato quello paterno che sembra abbia diritto d’esser chiamato in
causa solo perché compagno e co-procreatore.

Quel che constato è che entrambi sono ugualmente e
profondamente implicati nel percorso di crescita dei loro figli, e tanto lo sbaglio protratto dell’uno
quanto dell’altra, possono portare a questo loop ansiogeno di ragionamenti, dai quali si può scegliere
d’uscire se solo si trovasse il coraggio di correre il rischio della distanza del rifiuto di chi non ci ama per
quello che realmente siamo.

Panico è paura, e la paura fa morire anzitempo. E’ castrante, è limitante,
condiziona scelte e percorsi di vita. Essere felici è in funzione del superamento della stessa, perché la
felicità che è un’arte, richiede la padronanza di sé stessi in tutto quel che si decide di essere, costi quel
che costi.

E in questo mondo ahimè, tutto ha un prezzo che bisogna pagare, ed io preferirei perdere
cento fittizi compagni di viaggio che l’unico più sincero e fedele, me stessa. Trovatevi e troverete la
felicità.

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