Ciao Daniele, quello che descrivi non è “un capriccio della mente”. È sofferenza vera. E il fatto che tu riesca a scriverlo, anche se non riesci a dirlo a voce, è già un atto importante.
Mi colpiscono alcune cose che dici.
La prima: i pensieri suicidari ci sono, ma rimangono pensieri. E quando diventano intensi, c’è una parte di te che si ferma pensando alla tua famiglia. Questo è molto significativo. Significa che dentro di te non c’è solo disperazione. C’è anche un attaccamento, un senso di legame, una parte che vuole proteggere qualcosa. Questa parte è preziosa.
La seconda cosa: il tema della punizione. Dici che è come se ti stessi punendo, come se non meritassi di essere felice perché hai sbagliato. Questo tipo di pensiero è molto duro. È una voce interna severissima, quasi giudicante. Spesso non nasce dal nulla: si costruisce nel tempo, magari da aspettative, confronti, sensi di colpa, delusioni. Ma una cosa è importante dirla con chiarezza: il fatto che tu percepisca di aver sbagliato non significa che tu meriti di soffrire.
La mente, quando è in uno stato di tristezza profonda, tende a costruire scenari catastrofici. Ti fa credere che il futuro sia già scritto, che “non sarai mai felice”. Ma quella non è una profezia, è un filtro. È uno stato emotivo che colora tutto di nero.
Il ritorno all’autolesionismo, anche “non troppo”, è un segnale che la sofferenza sta cercando uno sfogo concreto. Di solito non è un desiderio di morire, ma un tentativo di abbassare un dolore interno che sembra ingestibile. Non è una debolezza. È un modo maladattivo di regolare emozioni molto intense. Però è un segnale che non va ignorato.
Ti dico una cosa con molta chiarezza professionale: quando compaiono pensieri suicidari, anche se restano pensieri, è importante non restare soli con tutto questo. Non significa che tu voglia farlo. Significa che il livello di sofferenza è alto e merita uno spazio di ascolto reale.
Se in questo momento senti che potresti “cedere”, non aspettare. Contatta qualcuno subito: un familiare, un amico, oppure un numero di emergenza della tua zona. Ad esempio, puoi chiamare il 112 in caso di urgenza, oppure il Telefono Amico 02 2327 2327. Parlare con una voce reale può fare una differenza enorme nei momenti critici.
Al di là dell’emergenza, ti incoraggio seriamente a rivolgerti a uno psicologo o a uno psichiatra. Non perché tu sia “matto”, ma perché quello che descrivi è un quadro che merita un accompagnamento professionale. Quando la mente inizia a convincerti che non meriti la felicità, è difficile uscirne da soli. Serve qualcuno che ti aiuti a smontare quella narrativa pezzo per pezzo.
Mi soffermo su una frase che hai scritto: “vorrei ricominciare”. Questo è importante. Non è una frase di chi vuole finire tutto. È la frase di chi vuole una seconda possibilità. E le vite non funzionano come un esame fallito che non puoi ripetere. Si può ricalibrare, correggere rotta, rivedere scelte. Ma prima bisogna abbassare il livello di sofferenza che ti sta schiacciando.
Non sei il tuo errore. Non sei i tuoi pensieri peggiori. Non sei la voce che ti accusa.
In questo momento la priorità non è capire se hai sbagliato o no nella vita. La priorità è metterti al sicuro e farti aiutare. Anche solo prendere un appuntamento è un primo passo concreto verso quel “ricominciare” che senti.
Ti invito davvero a cercare un aiuto nel mondo reale. Non devi fare tutto da solo.
Un caro saluto