Dopo la fine di una relazione possiamo trascorrere moltissimo tempo a pensare. Ricostruiamo conversazioni, cerchiamo di individuare il momento esatto in cui qualcosa è cambiato, rileggiamo vecchi messaggi e immaginiamo cosa sarebbe successo se avessimo risposto o agito diversamente.
È comprensibile. Quando viviamo un'esperienza dolorosa abbiamo bisogno di attribuirle un significato e di inserirla in una storia che abbia una certa coerenza. Tuttavia, riflettere su ciò che è accaduto e ruminare continuamente sugli stessi interrogativi sono processi differenti.
La ruminazione tende ad avere un andamento circolare. Torniamo su domande come “Perché mi ha fatto questo?”, “Cosa ho sbagliato?”, “Come ho fatto a non accorgermene?”, con la sensazione che un'ulteriore analisi possa finalmente far emergere il dettaglio che ci è sfuggito. Dopo molto tempo, però, ci accorgiamo spesso di essere ancora nello stesso punto.
La letteratura sulle rotture sentimentali suggerisce una relazione complessa tra modalità di elaborazione dell'esperienza, attaccamento e adattamento successivo alla separazione. Marshall e colleghi, per esempio, hanno studiato il ruolo della ruminazione nel rapporto tra attaccamento e crescita personale successiva alla rottura.
Un aspetto particolarmente interessante riguarda la convinzione diffusa che esprimere il più possibile le proprie emozioni sia sempre utile. Sbarra e colleghi hanno studiato l'effetto della scrittura espressiva dopo una separazione coniugale e hanno osservato che, per alcuni partecipanti, una scrittura fortemente focalizzata sull'esperienza emotiva non facilitava il recupero e poteva interferire con esso. Questo risultato invita alla prudenza rispetto alle ricette universali: il modo in cui elaboriamo un'esperienza e il momento in cui lo facciamo hanno importanza.
Lo stesso vale per il racconto della propria separazione. Raccontarla molte volte può aiutarci quando, progressivamente, emergono prospettive, significati e collegamenti nuovi. Se il racconto rimane identico e ci riconduce ogni volta alla medesima conclusione, rischia invece di diventare un altro modo per restare all'interno della storia.
In terapia può essere utile osservare anche il tipo di domande che continuiamo a rivolgerci. “Perché mi ha fatto questo?” mantiene inevitabilmente l'attenzione sulle intenzioni dell'altra persona, sulle quali spesso possiamo formulare soltanto ipotesi. Chiedersi “Che significato ha avuto per me quello che è successo?” sposta gradualmente il punto di osservazione.
Da lì possono nascere interrogativi più utili: cosa mi ha portato a rimanere in quella relazione? Che cosa temevo di perdere? Quali parti di me avevo progressivamente messo da parte? Ho già sperimentato sensazioni simili in altri legami? Quale idea di me stesso mi ha lasciato questa separazione?
Il concetto di identità narrativa aiuta a comprendere questo passaggio. Organizziamo le nostre esperienze costruendo racconti che collegano passato, presente e futuro. Rileggere la propria storia significa poter modificare progressivamente il significato che attribuiamo a ciò che è accaduto, mantenendo invariati i fatti.
Forse non arriveremo mai a conoscere ogni ragione che ha portato l'altro a comportarsi in un determinato modo. Possiamo però conoscere molto meglio ciò che quella relazione ha rappresentato per noi e ciò che abbiamo imparato da essa.
A quel punto pensare al passato può finalmente acquisire una funzione diversa: aiutarci a produrre cambiamento nel presente.
Bibliografia
Bühler, J. L. (2019). The narrative identity approach and romantic relationships. Social and Personality Psychology Compass, 13, e12447.
Marshall, T. C., Bejanyan, K., & Ferenczi, N. (2013). Attachment styles and personal growth following romantic breakups: The mediating roles of distress, rumination, and tendency to rebound. PLoS ONE, 8(9), e75161.
Sbarra, D. A., Boals, A., Mason, A. E., Larson, G. M., & Mehl, M. R. (2013). Expressive writing can impede emotional recovery following marital separation. Clinical Psychological Science, 1(2), 120–134.
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