Problemi di coppia

Perchè gli uomini temono l'impegno della relazione

27 Giugno 2020

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Quante volte sarà capitato alle donne di lamentarsi del loro uomo perché non vuole impegnarsi seriamente o perché rimanda costantemente nel tempo la data di una concretizzazione relazionale se non addirittura matrimoniale? E quante volte sarà capitato agli uomini di essere i protagonisti di tali accuse? Cerchiamo quindi di fare chiarezza sulle dinamiche soggiacenti a questo problema.

Innanzitutto ci riferiamo qui ad alcune note situazioni:
1) Coppie che si frequentano da tempo, ma in cui il lui di turno non si decide a “ufficializzare”
2) Coppie che stanno insieme da tempo e in cui lui non si decide ad approdare alla convivenza
3) Coppie che stanno insieme da anni e in cui lei attende speranzosa una proposta di matrimonio che non arriva mai

In questi casi, in genere, le donne iniziano a covare sospetti e dubbi circa l’interesse (se non addirittura la fedeltà) del proprio partner. Sentono mancare la progettualità e la crescita di cui una donna in relazione ha tremendamente bisogno come sicurezza affettiva, come certezza che sta investendo nella persona giusta e così scattano i rancori, la rabbia covata, le accuse, e il clima si fa peso e oppressivo: al punto che il maschio già tendente al procrastinare sarà ancora più tentato a fuggire a gambe levate.

Perché, come insegna lo psicosessuologo John Gray, donne e uomini sono profondamente diversi e il comprendere questa santa verità eviterebbe molte inutili rotture relazionali.

Difatti, se interrogati sui sentimenti verso la compagna, questi uomini rimanda tari in effetti mostrano il loro amore nei suoi confronti, a riprova che il problema non è nella mancanza di interesse o sentimento, come invece accusano le donne: il problema risiede altrove. In effetti, molti maschi fuggono alla vista delle fedi nuziali come un vampiro di fronte all’aglio ma c’è poco da ridere quando hai superato i trenta anni, stai con lui da quando aveva i brufoli e lui ti dice ancora che non è pronto per sposarsi! Perfino Peter Pan sarebbe pronto ma lui no!

Magari ha usato tutti gli alibi possibili e immaginabili per prendere tempo, e ora che l’appartamento che i tuoi tenevano in affitto si è liberato non ha più colpi in canna (e se ne avesse uno, forse, lo userebbe per spararsi). Sono quei tipici rapporti in cui a momento di grande complicità si alternano momento di fuga e fredezza, che in genere corrispondono ai momenti in cui si sentono legare il cappio al collo. E' evidente che l'idea di ritrovarsi legati ufficialmente ad una donna li terrorizza, così come li terrorizza il complicato intreccio di responsabilità, impegni, sacrifici o rinunce che, di solito, un matrimonio comporta, soprattutto se prevede l'arrivo di un figlio. L'uomo tende così a prendere tempo, a tergiversare, a rimandare più o meno all'infinito.

Non è una questione di sentimenti, è più che altro una questione di paure e di equilibri personali che verrebbero meno. L'avversione alle nozze, infatti, va ad intaccare quelle sicurezze individuali che, oggi come oggi, ognuno tende a salvaguardare in ogni modo. Fa paura un impegno tanto gravoso perché non si è sicuri di poter reggere il peso dei doveri rispetto ad un'altra persona e, soprattutto, spaventa moltissimo saper che sarà "per tutta la vita".

La fatidica frase "per tutta la vita" (evoca il suono metallico di una serratura che si chiude: quella della cella!); oltre al dover dire addio all’idea di flirtare, che magari nelle loro intenzioni non vorrebbe neanche concretizzarsi in un tradimento, ma parliamoci chiaro: come spiega esaustivamente John Gray, all’uomo piace sentirsi piacente, anche se poi non tradisce, ma avere gli apprezzamenti di altre donne gonfia a dismisura il loro ego.

Ma perché questo avviene? Cominciamo subito col dire che rispondere con “perché gli uomini sono dei poco di buono” è un’affermazione assurda e priva di senso e non aiuta a comprendere le ragioni reali che stanno dietro a queste reticenze.

Innanzitutto, come base di partenza, si deve tenere presenti le insite differenze costituzionali tra uomo e donna: in primis che la donna tende evolutivamente al legame stretto e unico in quanto allevatrice di prole che necessita per questo un costante sostegno da parte di un partner fisso.

E l’uomo invece tende per sua natura a essere cacciatore, nomade e col gusto per la conquista. Queste sostanziali differenze ne portano poi altre nello stile di comunicazione, nel modo di intendere le cose che si dicono, nel modo di vedere la relazione. Ma non mi dilungo qui su questo, rimandandolo ad altro scritto mirato. È bene qui comprendere che ci sono degli individui che, già di base uomini e quindi con le loro tendenze alla “fuga relazionale” hanno anche l’aggravante di avere dei copioni di personalità e delle ferite personali infantili che li rendono oltremodo evitanti o diffidenti rispetto alle relazioni, come nel caso dei narcisisti, degli evitanti, dei diffidenti e degli eterni adolescenti.

Questi sono i quattro tipi principali di uomini che hanno reticenza nell’impegno. Vediamo di analizzarli meglio uno ad uno.


1) I narcisisti: questa è la tipologia di uomo egocentrico od ego centrato, ovvero è lui quello che conta in primis, gli altri vengono dopo. È un uomo brillante, intelligente, il classico genio della conquista, che sa dare il massimo all’inizio della relazione, in cui si mostra romantico, riempie la donna di attenzioni, ma al solo ed unico scopo di conquistarla, perché poi l’innamoramento non si trasforma mai in amore, dato che esso implica la capacità di accettare l’altro per quello che è, cosa di cui i narcisi sono totalmente incapaci.

Sono innamorati delle sensazioni che ricevono dalla relazione più che della partner e come tale hanno la tendenza al tradimento, ma anche quando sono fedeli non si concedono mai totalmente alla persona con cui stanno: dentro di sé mantengono un angolino inaccessibile, non dicono mai tutto, sono imperscrutabili e misteriosi e si riservano il diritto di avere una via di fuga quando la relazione dovesse diventare troppo monotona o se capitasse loro un occasione più appetibile.

Inoltre pretendono molto dalle partner ma dando poco o nulla in cambio, facendo cadere le briciole dal tavolo e sono incapaci di empatia, e come tale non riescono a comprendere i bisogni della partner bensì vivranno le richieste di lei come una coercizione, un tentativo di manipolazione e cambiamento. La loro infanzia è stata quella di bambini apprezzati per quanto rispondevano a delle aspettative dei genitori, oppure idolatrati e messi sul piedistallo come trofei, ma in ogni caso mai autenticamente amati. Data la ferita del non amore patita nell’infanzia non riescono ad amare e tantomeno a fidarsi di un’altra persona , vivono la relazione seria come una limitazione che toglie l’aria , una perdita dei confini del sé per cadere preda dell’altro, l’apertura relazionale li fa sentire vulnerabili ed esposti all’esser fatti a pezzi.


2) Gli evitanti: sono coloro che hanno in genere avuto una madre oppressiva e sono spaventati dalle eccessive vicinanze relazionali. La loro vita è una continua fuga da quella che può rievocare l’idea della madre opprimente e si rifugiano in una “indipendenza difensiva” , leggendo come soffocanti anche le normali richieste di vicinanza emotiva della partner. Non sono affatto in grado di riconoscere in loro il bisogno di fuga dalla “imago materna divorante” e come tale, sotto le continue richieste di una partner che li vede sfuggenti e distaccati, finiscono per scocciarsi o per credere di non essere innamorati: il risultato è comunque la rottura relazionale.

La passività e il silenzio sono le loro armi difensive, tendono e tenersi tutto dentro, a non condividere i loro stati interiori, non dialogano della relazione e hanno una spiccata propensione al rifuggire dall’eccessiva intimità e condivisione. Altresì tendono a negare la relazione stessa, a non ufficializzare a livello formale, a non far conoscere la fidanzata alla cerchia degli amici per mantenere a tutti i costi dei suoi spazi dove respirare. La loro ferita profonda è quella dell’oppressione materna, dalla quale sentono ancora la terribile esigenza di fuggire, perché ogni relazione gliela ricorda inevitabilmente.


3) Gli eterni adolescenti: questi sono i classici uomini con la sindrome di peter pan, gli eterni ragazzini che non vogliono crescere. ll matrimonio li fa sentire vecchi: è un rito di passaggio che segna - senza più alcuna ombra di dubbio - l'avvento dell'età adulta, dei doveri e delle magagne, il dover abbandonare il proprio posto di "presidente nell'industria del Divertimento" per sottostare a una schiera di direttori "nell'industria del Compromesso", dove verrà vagliata attentamente ogni tua decisione. Sono coloro che preferiscono le “storielle” senza eccessivo coinvolgimento emotivo, senza promesse e progettualità.
Hanno la tendenza ad investire massicciamente al di fuori della relazione, dove non manca una nutrita schiera di hobby e interessi che non vogliono saperne di diminuire o tagliare. Si preferisce continuare a vivere nella deresponsabilizzazione adolescenziale piuttosto che assumersi responsabilità adulte di coppia, in una condizione della quale si notano solo rogne e svantaggi piuttosto che gratificazioni.

Il grosso rischio è quello di ritrovarsi a 40 anni o peggio a 50 senza aver costruito nulla di concreto a livello affettivo e avendo perduto anche quelle relazioni che avrebbero potuto davvero dare qualcosa di buono.
Alle volte dietro a questi peter pan c’è stato un “primo vero amore” che loro innalzano a pietra di paragone di tutti gli altri: probabilmente il classico innamoramento di quando si è poco più che ventenni, quello per cui “avrei lasciato tutto e tutto, avrei fatto pazzie” senza considerare che quello non è un amore, è un innamoramento, ovvero una cosa ben diversa.
Fatto è che confrontano costantemente quel che provano per l’attuale fidanzata con quello che hanno provato in passato, finendo per convincersi di non amarla, senza invece considerare che non si può credere di vivere passioni travolgenti come quando si era più giovani, il sapore di un amore maturo non ha nulla a che vedere con gli impeti degli anni precedenti: è inevitabile che il sapore di una relazione adulta è diverso e bisogna capirlo onde non incorrere in equivoci.


4) I diffidenti: questi sono coloro che sono stati feriti da una precedente relazione o peggio ancora coloro che covano la ferita infantile di una madre evitante, tale per cui vedono in una relazione stretta una possibile nuova fonte di ferite interiori. Sono profondamente incapaci di fidarsi della partner, possono rischiare di divenire gelosi ossessivi, controllanti, causando la fuga e l’esaurimento della ragazza. Si aspettano costantemente l’abbandono e il tradimento. La paura della ferita interna può portarli a due stili reattivi: l’essere eccessivamente controllanti, ossessivi e gelosi, oppure a chiudersi a riccio per il timore di essere feriti. Ovvero la paura di essere delusi, di perdere capre e cavoli, fa sì che non si concedano mai del tutto alla relazione.


Fatta questa panoramica cosa dobbiamo imparare, donne e uomini? Le donne in primis devono imparare a non ossessionare il partner. Non c’è peggio che opprimere un uomo che già si sente oppresso a causa delle sue ferite infantili: l’unica cosa che otterremo da parte loro sarà la fuga a gambe levate. Le tipiche cose che fanno le donne, ovvero chiedere continue spiegazioni, non saper rispettare i silenzi, ossessionare coi timori di abbandono ecc, sono i modi migliori per allontanarlo. Il primo passo, seppur possa apparire pesante, è quello dell’accettazione: ovvero imparare a vedere il proprio uomo per quello che è, come maschio e poi come persona con le sue ferite interiori.

Al bando dunque qualunque idealizzazione, dato che spesso le donne si innamorano di un ideale per poi adattarvi il proprio partner come un modellino di pasta di pane, incorrendo quindi, inevitabilmente, in equivoci e delusioni che innalzano la frustrazione e il rancore. Ogni donna deve imparare ad amare non solo le parti carine e coccolose del partner, ma anche i suoi lati ombra, per dirla con Jung, perché in genere una persona la si prende per intero, non solo in parte. Non esiste in questi casi solo l’uomo degli incontri romantici e delle cenette a lume di candela, esiste anche il lato burbero, che sparisce senza spiegare, che flirta con altre ecc.

Intendiamoci, non si vuol qui affermare che bisogna giustificare o approvare questi comportamenti: accettare non significa approvare, ma è come quando amiamo un figlio. Lo amiamo in toto, anche nei suoi lati negativi, ma se mettiamo dei limiti con amore e autorevolezza i limiti avranno un altro sapore, se li metteremo con autorità e rabbia non otterranno alcun effetto. Senza accettazione non esisterà alcun miglioramento relazionale, e inoltre questo amore non dev’essere motivato dalla volontà di cambiare un uomo, una delle più grandi illusioni del mondo femminile. Un uomo migliorerà solo quando si sentirà prima di tutto accettato e amato.

Agli uomini invece dico questo: l’uomo che teme l’impegno tende a fuggire dalla relazione , dice “quando mi innamorerò allora sarà fedele, mi assumerò le mie responsabilità ecc”. Ma paradossalmente è proprio il loro atteggiamento fondato sul disimpegno a non permettere all’amore di sbocciare. Com’è possibile innamorarsi se non si è presenti alla relazione, se si pensa solo ai propri interessi, se si frequentano altre donne, se si innalzano barriere e difese? Dalla chiusura non può nascere amore alcuno, solo passioncelle adolescenziali. L’uomo con la paura di impegnarsi deve imparare a fermarsi e investire nella relazioni, anche con piccole aperture alla vulnerabilità, che seppur piccole sono fondamentali per l’amore.

E se proprio non riuscite a sbloccarvi potete sempre chiedere il sostegno di un esperto, perché non c’è nulla di male a curare le proprie ferite interiori. Prima di badare a cosa dà la partner a voi, badate a cosa voi date, perché amare è un dono, gratuito e disinteressato. Si dà per dare, non per ricevere qualcosa in cambio. Il dare però è magico, perché porta l’altro a farlo a sua volta e così la relazione può crescere. Magari si lamentano che la partner è pesante, oppressiva, gelosa, ma non si rendono conto che il loro essere scostanti, evasivi ecc non fa altro che favorire il processo.

E infine dico a entrambi che nella vita di coppia esistono delle ben precise fasi relazionali e che ogni membro può viverle in modo molto diverso, un modo che dipende appunto dalla propria storia, dai propri copioni, dalla propria infanzia e passate relazioni e pretendere che ognuno segua una pista predeterminata è assurdo quanto irrazionale. Il rispetto dei tempi di ognuno è cosa fondamentale per il buon funzionamento relazionale. Il tutto condito con una inevitabile importanza della comprensione e del dialogo.

Il dialogo sincero e aperto permette all’altro di acquisire quella fiducia nell’altro che le ferite infantili ci hanno tolto, potremo capire che l’altro non è lì pronto a divorarci o a metterci un cappio al collo, ma ad essere il complice della nostra vita: posto però che siamo abbastanza sinceri con noi stessi per capire se davvero siamo disposti a vivere un amore liberante senza mettere catene all’altro. E per questo dobbiamo anche cambiare totalmente l’idea comune che la gente ha dell’amore: l’amore non ingabbia, non toglie respiro, non opprime, non toglie gli interessi dell’altro, bensì libera dal passato e dona respiro positivo al futuro.

Nulla a che fare con l travolgenti passioni giovanili per cui “per lui/lei farei di tutto, rinuncerei a tutto, rischierei tutto”, che sono solo l’eco di una fase che dev’essere oramai superata se davvero vogliamo evolverci come persone.

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Salve, sono fidanzata da ben 13 anni, io ho quasi 30 anni e lui quasi 36.. non vuole ne convivere ne sposarsi..dice sempre tempo al tempo! Lui lavoricchia, aspetta di trovare un posto fisso ( ma di sti tempi è difficile)..ed io intanto sto MALE ed aspetto ancora..un figlio quando lo farò??? A questo non ci pensa..

Roby

09 Dicembre 2019

Eh....purtroppo questo è un problema frequente quanto spinoso. E posso dirti che in questi casi, dopo ben 13 anni di relazione, le cose che dovevano venire sono già venute. Ed è palese che lui probabilmente non è disponibile a un progetto condiviso di questo genere. I motivi dietro possono essere vari: vivere sotto lo stesso tetto vuol dire assumersi delle responsabilità ed entrare in intimità, mostrarsi per quello che si è davvero: ed è proprio la paura di questi aspetti a volte a far propendere per una relazione a distanza. Escludere a priori la convivenza, in questi casi, è di fatto un meccanismo di difesa che evita di affrontare le proprie paure e di coinvolgersi emotivamente. Una relazione così impostata non può crescere. Oppure un po' come la pausa di riflessione, andare a vivere in case diverse può essere il primo step di una separazione. Niente di male in questo: è un modo graduale per verificare se ci si ama ancora; o la relazione si è esaurita quando però la volontà di porre fine al rapporto è chiara fin dall'inizio è bene essere limpidi, altrimenti si rischia di innescare situazioni ambigue spiacevoli per entrambi. Oppure se vivere separati è il modo per mantenere in vita una parte di sé da nascondere o che l'altro non può condividere, ad esempio una relazione parallela, questa soluzione può rivelarsi una bomba a orologeria, destinata prima o poi a scoppiare. Se si riduce a puro escamotage per farsi gli affari propri, non darà alcun frutto, se non una sterile ambivalenza. Serve chiarezza: se tu non accetti più questa situazione devi dirlo chiaro a mettere una sorta di scadenza oltre alla uale non sei più disposta ad andare. O alternativamente devi rassegnarti a vivere un rapporto ognuno a casa sua

Dott.ssa Chiara Pica

Buonasera, sono stata fidanzata con il mio ex-compagno per 2 anni. Ci siamo lasciati circa 1 mese, ho preso io la decisione. Io 35, lui 42. Lo Amo tantissimo, tant’è che arrivati ad un certo punto della nostra storia, desideravo una convivenza. Premetto che Mi ha sempre detto sin dall’inizio della nostra storia che aveva un problema, un blocco che non gli permette di “impegnarsi” (convivenza, figli...), nel frattempo il nostro rapporto si è evoluto, e quando mi è sembrato il momento di costruire la quotidianità assieme, gliel’ho detto e gli ho dato il tempo che io ritenevo giusto per riflettere senza assillarlo. Arrivato quel giorno, ho trovato il coraggio di chiederglielo e mi Ha risposto che ci aveva pensato e che purtroppo è così e deve mettere una linea sopra, nonostante mi ha detto, sempre detto che ero la persona migliore che aveva incontrato (è stato in terapia diversi anni..). Ad oggi sono 15 gg che non ci sentiamo. Volevo chiedervi se c’è modo di poter recuperare il rapporto, una possibilità che possa cambiare? So di aver sbagliato anche io nell’aver creduto che forse sarebbe cambiato..grazie

Se può servire, è una persona molto indipendente, solitaria..

Barby

13 Marzo 2020

Quando cerchiamo di forzare le cose, accade frequentemente che la magia di un rapporto d'amore sfumi; nella vostra relazione sembrava funzionare tutto a meraviglia prima di queste richieste di convivere. Riflettici: o certe cose avvengono spontaneamente o è meglio accettare che vadano come vanno. La sua reticenza alla convivenza non necessariamente è sintomo di poco amore e alla lunga l'insistenza in questo senso inevitabilmente rovina il rapporto: prova ad arrenderti e a prendere le cose come vengono. Non necessariamente una coppia trova il suo equilibrio in una convivenza, non è un approdo obbligato, anche se molto frequente.

Dott.ssa Chiara Pica

Buongiorno dott.ssa,
Ho 37 anni e sono fidanzata da 6 anni e mezzo con un ragazzo della mia età.
A Gennaio, abbiamo deciso di andare a convivere in quanto l'estate scorsa ci eravamo detti che con l'arrivo dell'anno nuovo, avremmo preso in affitto un appartamento. Quando si è trattato di prendere casa insieme, lui si è tirato indietro, dicendo che voleva restare da solo ancora per qualche tempo. Quando gli ho detto che non lo avrei più aspettato, ha deciso di venire a vivere con me.
La prima settimana, si è comportato bene ma poi ha iniziato ad essere aggressivo, nervoso e a rinfacciarmi che lui non voleva venire a vivere con me e che si è sentito obbligato. Non viene mai a dormire con me (va a letto alle 4 del mattino, spesso anche più tardi) e ho scoperto che passa buona parte delle sue nottate a giocare con un suo amico.
Più che una convivenza, sembra una collocazione con un amico, in quanto vi è condivisione di poco o nulla e ho l'impressione che lui non sappia veramente cosa vuol dire farsi una famiglia.
Aggiungo che lui ha anche una situazione familiare molto complicata ed è arrivato a dirmi che, se necessario, lui mollerà tutto per i suoi.
Quando mi ha detto questa cosa, gli ho detto che finita la quarantena, tornerò a vivere da sola perché non mi sento amata e mi sento sempre al secondo posto. Mentre io sono scoppiata a piangere, lui non mi è parso molto dispiaciuto, anzi ora è più tranquillo e non è più aggressivo. L'unica cosa che mi ha detto è stata quella di prendere una pausa perché lui ha bisogno di capire se sta meglio o peggio senza di me.
Io ho riflettuto parecchio e sono arrivata alla conclusione che sono ancora in tempo di trovare la persona giusta con la quale costruire una famiglia e che non posso condannarmi a vivere infelice.
I miei sono dispiaciuti perché lui è un bravo ragazzo ma il problema è che non sembra amarmi o almeno non vuole prendersi le sue responsabilità. Dall'altra parte credo che abbiano anche paura che io non riesca più a farmi una famiglia.
Cosa ne pensa Lei di tutta questa situazione?

Eli

16 Aprile 2020

Ciao cara. Dunque, sicuramente tutto ciò che non viene vissuto come libera scelta non è mai un bene. E le reazioni del suo partner ne sono la chiara e palese dimostrazione. Sicuramente è più che opportuno che dopo questa quarantena ognuno torni a vivere per conto suo e faccia le sue dovute valutazioni. Il suo partner dovrà comprendee cosa vuole davvero: è possibile che si accorga di non amarla abbastanza, o che magari la vita da convivente non fa per lui, o che magari non è il momento per lui di fare un passo simile; lei dal canto suo deve riflettere su che cosa vuole: è disposta ad aspettare un tempo che potrebbe anche non arrivare mai? E' disposta a mettere in disparte i suoi progetti a tempo ideterminato? Quello che conta è avere chiarezza. Vede, nella mia ottica i progetti non dovrebbero mai mettersi avanti alla felicità di coppia: ma la domanda quindi è: posso vivere una coppia senza progetto? Così come viene, vivendo alla giornata? Se ciò non è possibile è chiaro che questa relazione ha ben poche chance di proseguire. Ma c'è anche un'altra domanda da porsi: come eravamo prima di questa convivenza forzat? Eravamo felici? Condividevamo esperienze e passioni? Sentivamo un legame forte e nutriente? Avevamo un feeling sessuale appassionato? Perchè se ovviamente tutto questo mancaca già prima alloa ci sono ben poche possibilità che una convivenza possa mettere delle pezze a ciò che era già rotto da tempo

Dott.ssa Chiara Pica

Scusate ma è stato tralasciato il problema principale, un uomo con le attuali leggi firma la sua condanna a morte. L'esempio a me più vicino è un amico sposato con un figlio e donna nullafacente mantenuta che come regalo si portava a letto un altro uomo. Risultato, affido del figlio alla moglie che è riuscita a far passare il concetto che il marito trascurava sia lei che il figlio e casa in concessione a lei (anche se il proprietario è il mio amico ora in affitto con l'aiuto dei genitori). Inoltre deve anche passare gli alimenti per entrambi perché lei non fa niente. Pensavo che a questi livelli fosse un caso isolato ma in questi anni parlando con conoscenti e colleghi non è così singolare, quindi se questa è una delle possibilità e nemmeno troppo remota per un uomo è meglio San Vittore

Danilo

10 Giugno 2020

Purtroppo qui si aprirebbe tutto il tema della mancanza di equità in tanti, troppi casi di divorzi e separazioni. La collega che lavora nel mio studio ne segue molti e ci sono tantissimi uomini che finiscono letteralmente in mezzo a una strada per casi che sono assolutamente malgestiti

Dott.ssa Chiara Pica

Buongiorno, io ho 26 anni e lui 31, e dopo quasi 8 anni di relazione ci siamo da pochi giorni lasciati. In questi anni lui non ha mai lavorato, accampando scuse su scuse ma promettendomi che l'avrebbe fatto per una futura vita insieme. Ad inizio gennaio ho cambiato città per lavoro, mentre lui è rimasto nella nostra città natale dove l'anno scorso ha iniziato un percorso universitario. Alla mia richiesta di trovarsi un lavoro per andare a vivere insieme è seguita la rottura, giustificata dicendomi che le mie continue richieste di trovarsi un lavoro lo opprimevano, e che il mio trasferimento non gli aveva fatto piacere. L'alternativa alla rottura sarebbe stata aspettarlo fino alla laurea. Non mi è sembrato nemmeno più innamorato.
Ora mi chiedo se non abbia sbagliato io a non aspettarlo, buttando via tanti anni di relazione.
Lei cosa ne pensa?

Maddalena

11 Giugno 2020

Buongiorno, senza dubbio non era pronto. Aspettarlo o meno in casi come questi non è nè giusto nè sbagliato perchè non si avranno mai garanzie. Ho visto situazioni dove in casi come questi si temporeggiava in eterno dal momento che si tratta di persone che non se la sentono di vivere con qualcuno; in altri casi l'attesa è poi stata effettivamente ripagata. Ma il punto nodale è proprio che non puoi saperlo in anticipo. Quindi è giusto solo ciò che ci fa stare davvero bene, e questo spetta solo a noi capirlo

Dott.ssa Chiara Pica

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