Bullismo , vergogna, dissociazione (PARTE 1)

L’emergere graduale durante l’adolescenza della nostra individualità è un processo fatto di prove ed errori, di allontanamenti e riavvicinamenti alla famiglia e ai valori condivisi socialmente, e dove il gruppo dei pari svolge una funzione di inestimabile valore nel sostenere e validare le esperienze del giovane che, sperimentando, cerca il proprio centro e la propria strada.

Ma cosa sperimenta il soggetto che si trova, suo malgrado, ad essere oggetto di persecuzione dei bulli? Credo un insieme complesso di vissuti che rimanda a una rottura del suo processo evolutivo e di sperimentazione: un vissuto di solitudine e diversità, un profondo senso di debolezza, disvalore e rabbia (soprattutto verso se stesso), così come di vergogna e timore dell’umiliazione. Il mondo emotivo, così come quello della creatività/assertività e della capacità di introspezione, assume una connotazione di angoscia; le emozioni, ora difficili da regolare insieme all’altro, difensivamente sbiadiscono, spogliando il linguaggio e il pensiero introspettivo dalle coloriture emotive. Spesso soggetti vittime di bullismo non riescono, neanche da adulti, a identificare le proprie emozioni, così come a riconoscerle nell’altro; sviluppano, difensivamente, un pensiero concreto, letterale, accompagnato da un vissuto di vuoto e irrealtà. Nello sviluppo della personalità viene preservato l’esame di realtà, così come le capacità funzionali di porsi in modo finalizzato e adattivo all’ambiente, ma ad andare in secondo piano sono la capacità di definire, nella relazione, l’immagine (e il valore) di sé senza sperimentare una minaccia narcisistica e la possibilità di rimanere in contatto con il substrato emotivo dell’esperienza o, in alcuni casi, al contrario, di sentirsene travolti. Chiaramente l’entità dello scollamento emotivo varia da situazione a situazione.

Si osservano, inoltre, spesso ricadute psicosomatiche e sul versante della sessualità (calo del desiderio, disturbi dell’eccitamento e parafilie).

Queste fratture interiori, dove la coloritura emotiva del vissuto va sullo sfondo, se non vengono trattate divengono strutturali e funzionali, divengono una modalità di essere caratterizzata da relazioni interpersonali piatte emotivamente, da pensiero concreto e da un galleggiare sulla realtà senza poter mai attecchire e crescere insieme agli altri.

Molte volte, dietro a un pensiero materiale (povero, non metaforico, corrispondentista, non in grado di intercettare la complessità dei vissuti) e poco emotivo, dietro alla difficoltà di empatizzare o comunque di leggere la complessità poliedrica delle relazioni interpersonali, dietro all’attribuzione frequente di intenzioni malevole all’altro, ci sono dei bambini/adolescenti bullizzati che i/le pazienti, oggi adulti, portano in loro.

La dissociazione difensiva di una fetta degli stati affettivi (modalità “scelta” all’epoca delle violenze per salvaguardare una parte sana e buona del sé) si nota anche nella difficoltà, spesso riportata da questi pazienti, nell’argomentare. Il loro discorso è spesso scarno, le frasi tendono ad essere troncate nel mezzo, le categorie concettuali usate sono spesso molto grossolane (bene/male, giusto/sbagliato, forte/debole ecc.).

A fare da controaltare compensativo a questo vissuto di difettualità intrinseca ci sono spesso fantasie (anche sessuali) di trionfo grandioso, se non sprezzante, e di potere sull’altro, così come di controllo e supremazia. Questo non può che inficiare radicalmente le relazioni interpersonali che il paziente bullizzato cercherà faticosamente di mantenere, oscillando continuamente tra un vissuto costitutivo di debolezza, difettualità e vergogna e un desiderio, spesso inconsapevole, di potere, trionfo, autosufficienza e controllo.

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