Il caso di Francesco
Francesco, 28 anni, arrivò da me circa due anni fa; si presentò con in mano una serie di referti medici e ricette mediche rilasciate da un neurologo che lo seguiva da anni. Mi mostrò molte impegnative relative alle varie psicofarmacoterapie che gli erano state prescritte negli anni, compresa l’ultima (stabilizzatori dell’umore, antidepressivi ed ansiolitici), ed un certificato dove gli si diagnosticava un disturbo dissociativo della coscienza.
Francesco lamentava dei vissuti di derealizzazione e dei momenti di assenze; il pensiero appariva molto rimuginante e povero sul versante simbolico, l’emotività compressa da un atteggiamento verso l’esperienza di tipo concretistico e finalistico, come a dire: faccio A perché mi porta a B, senza riuscire a cogliere cosa provasse nel farlo. Non aveva mai avuto contatti con l’altro sesso, cosa questa che lo faceva soffrire tantissimo; appariva, in questo ambito, impacciato ed intimorito. L’idea di poter ricevere un “no” (ma anche che una ragazza si accorgesse che lui aveva per lei un debole) lo terrorizzava letteralmente. Sul lavoro riferiva di subire prepotenze e svalutazioni, alle quali non riusciva a reagire per timore di essere umiliato. Riportava spesso un vissuto di congelamento davanti alla prepotenza e riferiva di trascorrere poi la notte insonne a piangere, a rivivere infinite volte la scena ed a immaginare un suo atteggiamento più assertivo, se non violento e sprezzante.
Solamente approfondendo il suo rapporto con il potere emersero gradualmente potenti vissuti di vergogna e inadeguatezza. Ci vollero mesi affinché Francesco arrivasse a condividere le esperienze di bullismo vissute durante le scuole medie e superiori. Riportò così i vissuti di impotenza, vergogna, rabbia, inadeguatezza, paura e solitudine che caratterizzarono la sua prima giovinezza. Emersero come, per poter sopravvivere in quel contesto violento, avesse appreso a disconnettere, in parte, la sfera emotiva dalle esperienze che via via andava facendo. Ma più disconnetteva l’emotività, più nutriva l’idea in se stesso di “essere un pesce fuor d’acqua” in mezzo agli altri, alimentando la vergogna in un feedback positivo all’infinito. Al culmine di questi crescendo arrivava a “staccare la spina” con la realtà.
Il percorso con Francesco è ancora lungo, ma, lavorando sul vissuto di vergogna, sulle aspettative idealizzate (cariche di rabbia) su di sé, sul ricostruire una rete sociale e sul riconoscimento delle sue emozioni, anche verso di me, oggi le cose sembrano aver preso un piega differente. Nella relazione terapeutica sta incominciando a sperimentare la possibilità di negoziare il potere, esponendosi e verbalizzando stati emotivi e motivazioni; nella relazione terapeutica incomincia ad esplorare assertivamente il campo relazionale. Ha, inoltre, finalmente trovato una ragazza, ha allargato il giro delle sue conoscenze, ha iniziato a frequentare un partito politico dove fa attivismo, ha sospeso, in modo graduale, l’uso degli psicofarmaci ed incomincia ad avere un’idea di sé e dell’altro più poliedrica e investita affettivamente.
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