ALCOLISMO
criteri diagnostici
Secondo il DSM-IV si tratta di ‘una modalità patologica d’uso della sostanza che conduce a menomazione o a disagio clinicamente significativi, come manifestato da tre o più delle condizioni seguenti che ricorrono in qualunque momento dello stesso periodo di 12 mesi:
Tolleranza: bisogno di dosi notevolmente più elevate della sostanza per raggiungere l’intossicazione o l’effetto desiderato. Effetto notevolmente diminuito con l’uso continuativo della stessa quantità della sostanza;
Astinenza: la sostanza è spesso assunta in quantità maggiori o per periodi per periodi più prolungati rispetto a quanto previsto dal soggetto;
Desiderio persistente o tentativi infruttuosi di ridurre o controllare l’uso della sostanza;
Una grande quantità di tempo viene speso in attività necessarie a procurarsi la sostanza, ad assumerla o a riprendersi dai suoi effetti;
Interruzione o riduzione di importanti attività sociali, lavorative o ricreative a causa dell’uso;
Uso continuativo della sostanza nonostante la consapevolezza d’avere un problema persistente o ricorrente, di natura fisica o psicologica, verosibilmente esacerbato dalla sostanza.
E’ possibile distinguere diversi modi di rapportarsi alla sostanza alcolica:
Gli astemi: coloro che non hanno mai voluto bere alcolici, la cui assunzione determina in molti di loro reazioni sgradevoli quali rossori al volto, capogiri e nausea;
Gli astinenti: coloro che in passato hanno bevuto bevande alcoliche e che oggi, per diversi motivi, hanno invece deciso di astenersi dal bere qualsiasi bevanda alcolica;
I bevitori moderati
Gli alcolisti: coloro che sono diventati dipendenti dall’alcol, non più in grado di controllarne l’uso.
Diventare alcolisti: aspetti psicologici del bere problematico
Per comprender l’intensità del rapporto che l’alcolista ha con l’alcol può essere utile paragonarlo ad un rapporto d’amore.
Ognuno nell’alcol cerca ciò che vuole o ciò che gli serve, lo battezza come vuole: da forza, allegria, coraggio, disibinizione, calore, piacere, oblio; in realtà tutti cercano quell’effetto mentale che ‘fa stare bene’.
Ma come in tutti i rapporti d’amore, quando si crea un legame, un vincolo, una relazione profonda, se ne ha bisogno sempre, altrimenti si prova pena e sofferenza per la mancanza.
l’amore che finisce è come la morte, un lutto, una sofferenza, un dolore incolmabile. Simile è la sensazione di chi viene privato dell’alcol. Se l’alcolista sa che potrà ribere aspetta e la sofferenza viene tollerata più facilmente, ma se sa che non potrà più bere per tutta la vita, allora vive un dolore e un lutto profondissimi.
L’ALCOL AIUTA E LENISCE
L’alcolista, prima di diventare tale, ha un disagio profondo da lenire, una inadeguatezza da superare, un vuoto da colmare, un’insoddisfazione nascosta e da saziare. Incontrando l’alcol, anche se per poco tempo, tutto ciò svanisce. Ma quando l’effetto svanisce, riaffiora il disagio, il malessere e allora si torna alla ricerca di quell’effetto. Con il passare del tempo l’alcol diventa sempre più presente: aumentano le occasioni per bere, la quantità, mentre la persona continua a dirsi che è tutto normale e che può smettere quando vuole. Si frequentano altre persone che bevono.
Dall’uso si passa all’abuso. Si tratta di gradini di una scala costruttiva e l’alcolista inizia a strutturare la propria giornata in funzione dell’alcol. Non ci sono più amici, familiari, relazioni sociali. Iniziano i tentativi di ridurre il potus, di fermarsi.
Ogni alcolista sa perfettamente quanto sia importante per lui l’alcol, pur negandolo.
IL RAPPORTO DELL’ALCOLISTA CON SE STESSO
Si tratta di un rapporto molto superficiale, egli non si pone domande riguardo il suo stato, dandosi risposte non vere o solo parzialmente vere. Non è consapevole del suo disagio, ostenta spesso sicurezza, a volte aggressività, ma nasconde incertezze e timidezze. Avverte un’inadeguatezza, una insoddisfazione che affiora, ma non sa porvi rimedio. La stima di sé, la fiducia, l’amore per sé sono spesso a livello embrionale. Poi, con l’arrivo dell’alcol, tutto cambia.
L’alcol serve a lente il disagio profondo, cosicché. L’individuo si sente all’altezza di tutto, quasi a sfiorare l’onnipotenza; vuoto e insoddisfazione lasciano il posto a una falsa e fugace sensazione di appagamento, ma tutto ciò non solo è prodotto artificialmente, ma soprattutto scompare e deve essere continuamente riprodotto dalla sostanza.
“l’alcolista è un malato che soffre da solo odiandosi..”
Iniziano le bugie, con gli altri e con se stessi. Si affaccia il giudizio negativo di sé, il senso di colpa, la vergogna. Tutto ciò, sebbene in modo superficiale , nel tempo diventa sempre più pesante da sopportare. Se sorgono domande o se si avvertono sensi di colpa e di vergogna, tutto svanisce non appena si riprende a bere, per ripresentarsi il giorno dopo. Ma l’alcol è sempre disponibile.
Oltretutto, quando beve, l’alcolista vive una condizione di profonda solitudine che diventando intollerabile finisce per germogliare un senso di odio per sé, facilitato dai sensi di colpa, dalla vergogna e dalla perdita dell’autostima.
GLI STADI DEL CAMBIAMENTO
Precontemplazione: le persone non considerano il proprio comportamento un problema. Non avvertono alcuna percezione del rischio, alcuna consapevolezza, alcuna situazione esterna che possa far immaginare che sia necessario un cambiamento… quando inizia ad emergere la consapevolezza che determinati problemi sono un problema, quando emergono anche i ‘contro’ dei propri comportamenti si entra nello stadio della contemplazione. in questo stadio nell’alcolista emergono le buone ragioni per continuare a tenere un comportamento d’abuso, ma anche le buone ragioni per intraprendere un percorso di sobrietà.
La persona ha avuto modo di percepire il rischio e sicuramente ha la consapevolezza che il suo comportamento è problematico anche se non ha la convinzione di poter cambiare. Le persone, in questa fase, non sono ancora pronte a cambiare, stanno solo contemplando l’ipotesi di farlo.
Quando la persona decide di iniziare a fare qualcosa entra nello stadio della determinazione. Se il cambiamento si attua si entra in una fase di azione. Ed è in questa fase che l’alcolista comincia ad attuare un comportamento diverso, concentrato sul cambiamento e sulla capacità di attenzione al cambiamento.
Con il passare del tempo questi cambiamenti si rinforzano adeguatamente, perdono via via d’importanza e si lavora più sull’integrazione del cambiamento nella normalità, entrando nello stadio del movimento.
In qualsiasi momento, però, può attuarsi una ricaduta.
ALCOLDIPENDENZA:
QUALI FATTORI FAVORISCONO IL RECUPERO A LUNGO TERMINE
La sobrietà è considerata una condizione che viene costruita e consolidata nel tempo piuttosto che uno stato che un giorno si raggiunge improvvisamente . Importanti si rivelano essere le gratificazioni che si accompagnano al restare sobri: il rinforzo negativo correlato alle sofferenze derivanti dal continuare a bere produce quella che è stata definita ‘uno stato di sobrietà contenta’.
Altra gratificazione è legata ad un rapporto d’amore o di amicizia, l’essere in grado di dare un impegno soddisfacente, attività ricreative, nuovi corsi scolastici possono fornire gratificazioni che in precedenza si cercavano esclusivamente nell’alcol.
LA RICADUTA: QUANDO LA TERAPIA NON PROCEDE COME PREVISTO
Il trattamento ha l’obiettivo di inattivare la dip alcolica tramite due stadi:
Smettendo di bere completamente e per sempre;
Imparando a vivere senza alcol.
Il trattamento dell’alcoldipendenza è spesso associato a difficoltà e problemi di ogni genere, non si tratta di un percorso rettilineo, ma di una serie di tentativi e di sbagli che il terapeuta deve cercare di sfruttare per riuscire ad individuare le strategie più appropriate. A volte però le cose non funzionano: l’alcolista cede al richiamo dell’alcol, non è in grado di opporvi resistenza e avviene la ricaduta. E’ possibile utilizzare in positivo un tale avvenimento, che da solo rischia di avere un’eco negativa sul percorso del paziente. E’ bene, infatti, mettere in conto, nel percorso, una possibile ricaduta, in modo che qualora avvenga l’alcolista non si trovi sorpreso, ma sia in grado di metter in atto tutta una serie di strategie, in grado di farlo ben presto riprendere dall’incidente e fargli trovare nuova forza per riprendere la sobrietà.
Se lasciato da solo e senza sostegno, abbandonato a se stesso, l’alcolista sentirà su di sé il peso del fallimento del suo percorso e vedrà come unica e sola possibilità di uscita il ritornare a bere. Ma più beve, più si sentirà solo e sconfitto.
COME AFFRONTARE LE RICADUTE IN MODO POSITIVO
Essenziale la relazione con il terapeuta che deve essere solida, tale da permettere al pz di parlare apertamente del fatto che ha ripreso a bere. Le ricadute possono avvenire in maniera esplosiva oppure essere il risultato di un lento e progressivo ritorno alle abitudini alcoliche precedenti.
Tuttavia, al di là della modalità con cui si manifesta una ricaduta, sono i fattori che l’hanno determinata e il suo significato specifico che devono essere esaminati e compresi, affinché sia un’esperienza costruttiva.
E’ possibile comunque individuare alcuni possibili segnali di un problema alcol correlato, quali:
Mutamenti nell’umore e nel comportamento, gli umori della persona cambiano rapidamente e irregolarmente. Più delicati appaiono i vuoti di memoria o la confusione riguardante avvenimenti anche recenti.
Cambiamenti nelle modalità di bere.
Apprensione rispetto al benessere (paura, incertezza rispetto alla propria capacità di restare sobri).
Negazione (riattivazione delle difese che impedivano di vedere la dipendenza; riconoscibile solo a posteriori).
Impegno esagerato nei confronti del restare ‘puliti’ (convincersi che non si userà mai più e conseguente diminuzione dell’impegno in un programma quotidiano ).
Tentativi compulsivi di imporre l’astinenza o la sobrietà agli altri ( si diventa più concentrati su ciò che fanno gli altri invece che su se stessi).
Comportamento compulsivo ( rigidi e ripetitivi. Parlare sempre o non parlare mai. Lavorare troppo con eccessivo coinvolgimento. Evitamento di attività non strutturate).
Comportamento impulsivo (reazioni eccessive in situazioni di stress).
Tendenza alla solitudine ( scuse e valide ragioni per l’isolamento e l’evitamento. La via d’uscita conosciuta sono i comportamenti compulsivi e impulsivi, piuttosto che cercare di coinvolgersi responsabilmente con le persone).
Facilità alla rabbia (rabbia, frustrazione, risentimento e irritabilità aumentano. Le reazione eccessive diventano più frequenti; la paura di queste reazioni aumenta il livello di ansia e di stress).
Interruzione di tutti i trattamenti ( le relazioni di aiuto diventano tese fino ad interrompersi completamente).
L’alcol, dunque sedando o inibendo, agisce sui meccanismi di controllo dell’inibizione, dando così la breve illusione di essere nuovamente padroni di sé, di avere una sorta di potere.
L’illusione è tale che si continua a bere per mantenere questo stato, anche perché alla fine dell’ebbrezza aumentano i sensi di colpa, la vergogna e le frustrazioni .
L’alcol da una risposta illusoria ad un bisogno reale dell’individuo e l’errore simbolico risiede nell’attribuire all’alcol un significato di potenza.
LA COMUNITA’ RIABILITATIVA
L’alcolismo, malattia dalle mille sfaccettature, cause e conseguenze, per essere affrontato deve vedere il coinvolgimento di medici, psicologi, assistenti sociali e altri specialisti.
La cura dell’alcolismo avviene in due fasi:
Nella prima si combattono l’intossicazione e le manifestazioni acute dell’astinenza, la seconda fase, più complessa, tende a mantenere lo stato di sobrietà e ad evitare le ricadute.
l’alcolista è disposto a prendere qualche iniziativa in merito all’alcol solo quando si trova in condizioni di emergenza. Potrebbe sembrare disposto a curarsi, per poi tornare a bere, passata l’emergenza. Motivazione dunque falsa, pretestuosa, occasionale, temporanea e comunque debole, fragile e limitata.
La dipendenza è come una prigione nella quale chi ne è colpito anela alla libertà, ma ha anche bisogno di quella schiavitù.
LA VALUTAZIONE COME INIZIO DELLA TERAPIA
Il pz dovrebbe essere incoraggiato e aiutato a sfruttare il colloquio come un’occasione per cercare di ‘mettere ordine’ nella sua storia, ed è in questa fase che si gettano i presupposti per un rapporto terapeutico soddisfacente .
Nella gestione iniziale occorre tenere presente che per un bevitore potrebbe essere difficile ammettere di aver bisogno di aiuto, andare agli appuntamenti e decidere di iniziare la terapia. E’ importante sottolineare lo sforzo che l’alcolista sta compiend; infatti, deve ammettere l’esistenza del problema e parlarne con un estraneo, esponendosi al suo giudizio.
Se il colloquio dunque non procede stabilendo una reazione di fiducia reciproca, le domande del terapeuta possono essere viste come un attacco o una minaccia.
L’indagine (la storia generale del pz e la storia specifica dell’abuso) può essere ricostruita attraverso 4 aspetti:
Storia del bere problematico: la carriera alcolica,
Evoluzione dei problemi legati all’uso di alcol,
Evoluzione della dipendenza (il momento in cui si è instaurata),
Evoluzione dei fattori ‘favorenti’ (pressioni e circostanze che hanno favorito o causato il ricorso all’alcol).
DEVO, POSSO, VOGLIO
L’alcolista entra in comunità seriamente intenzionato a smettere di bere: egli deve smettere per la famiglia, per il datore di lavoro, per la salute.
‘… devo proprio smettere, non posso andare avanti così..’
In realtà siamo ad un livello di un dovere che viene dall’esterno, cui deve sottomettersi. Deve restare in comunità nonostante voglia andare via, deve sottostare alle regole, nonostante non ne veda l’utilità.. all’inizio la comunità è solo dovere.
In un secondo momento egli si rende conto che ‘può smettere di bere’. può alzarsi la mattina, senza dover bere, dominare la sua ansia senza alcol, può permettersi di essere se stesso senza aver paura del fallimento. Egli si rende conto delle sue potenzialità, di quante cose può fare senza alcol e di come la sua vita può essere vissuta da sobri.
Ed è nell’ultimo fase, finalmente, che il soggetto libero dall’alcol rivendica la sua vittoria e la sua libertà, quando cioè ‘’vuole smettere di bere’: è la sua volontà, non un’imposizione, ma una ammissione di responsabilità, in cui l’alcolista non è più schiavo , ma finalmente libero di scegliere. Ed è proprio nella condizione di poter decidere cosa fare della sua vita, risiede la possibilità di restare sobri per il resto della vita.
Ed è nell’ultima fase che finalmente il soggetto libero dall’alcol rivendica la sua vittoria e la sua libertà, quando cioè ‘vuole smettere di bere’ : è la sua volontà.
IL LUTTO
Ben presto l’euforia e la sensazione di benessere svanisce, non è più una novità e l’alcolista inizia a stare male. Entra in uno stadio di apatia, svogliatezza, perdita di interessi, nella fase del lutto per la perdita dell’alcol.
Tanto più forte è il desiderio di curarsi tanto più forte il desiderio di fuga: inizia infatti a confrontarsi con le sue responsabilità, a prendere consapevolezza di problemi che prima finalmente ‘risolveva’ con l’alcol. Anche la lontananza dalla famiglia, ormai abituata alla sobrietà rende il lavoro più difficile.
Utile la presenza del gruppo degli altri ospiti.
IL GRUPPO
La terapia di gruppo inizia sin dal primo giorno di comunità. Nel gruppo la prima cosa che si scopre è che non si è gli unici ad avere problemi con l’alcol: si può liberamente parlare di alcol ed essere compresi. Gli anziani rivedono se stessi all’inizio e offrono aiuto, chi è all’inizio è stimolato ad andare avanti.
Nel gruppo sono presenti tutte le categorie sociali senza differenziazione: ciò permette la sospensione del giudizio, l’eterogeneità sociale, culturale, lavorativa, le differenze di età non creano alcun problema, perché tutti sono accumunati da una comune base. Il gruppo è uno spaccato della società con le sue brutture, le sue debolezze, le sue speranze.
LA TERAPIA
Durante la terapia l’alcolista conosce la sua malattia e il suo linguaggio. Nei colloqui individuali vengono affrontate tematiche personali, mettendo l’accento sui danni che l’alcol ha provocato non per colpevolizzare, ma per iniziare a delineare l’inizio e l’evolversi del rapporto con l’alcol, personale, intimo e profondo.
Obiettivi che non vengono raggiunti subito, né tutti insieme, né senza resistenze e dolore. E come un mosaico, una tessera alla volta, forse un cambio di pelle: un pezzetto alla volta, con difficoltà e sofferenza. E la pelle nuova è sensibile, delicata e vulnerabile ed ha bisogno di un ambiente protetto: la comunità, il gruppo.
PRIMO CAPITOLO
CAMMINO PER LA STRADA
C’E’ UNA PROFONDA BUCA NEL MARCIAPIEDE.
CI CADO. SONO PERSO. SONO IMPOTENTE.
NON E’ COLPA MIA.
CI VORRA’ UN’ETERNITA’ PER TROVARE COME USCIRNE.
SECONDO CAPITOLO
CAMMINO PER LA STESSA STRADA.
C’E’ UNA PROFONDA BUCA NEL MARCIAPIEDE.
FINGO DI NON VEDERLA. CI RICADO.
NON RIESCO A CREDERE DI ESSERE NELLO STESSO POSTO.
NON E’ COLPA MIA.
CI VUOLE ANCORA MOLTO TEMPO PER USCIRNE.
TERZO CAPITOLO
CAMMINO PER LA STESSA STRADA.
C’E’ UNA PROFONDA BUCA SU MARCIAPIEDE.
VEDO CHE C’E’.
CI CADO ANCORA… E’ UN’ABITUDINE.
I MIEI OCCHI SONO APERTI.
SO DOVE SONO. E’ COLPA MIA.
NE ESCO IMMEDIATAMENTE.
QUARTO CAPITOLO
CAMMINO PER LA STRADA.
C’E’ UNA. PROFONDA BUCA NEL MARCIAPIEDE.
LA AGGIRO.
QUINTO CAPITOLO
CAMMINO PER UN’ALTRA STRADA
commenta questa pubblicazione
Sii il primo a commentare questo articolo...
Clicca qui per inserire un commento