Dipendenza affettiva: quando lamore diventa bisogno di non perdere laltro


Si dice spesso che chi soffre di dipendenza affettiva "ama troppo". In realtà non è la
quantità d'amore a fare la differenza, ma il posto che la relazione occupa nella vita di una
persona: quando il legame diventa l'unica fonte di valore e di sicurezza, perderlo sembra
insopportabile.

Non è "amare troppo"
La dipendenza affettiva (o love addiction) descrive un modo di vivere le relazioni in cui il
bisogno dell'altro prende il sopravvento sul benessere personale. Non è una diagnosi
ufficiale dei manuali clinici, ma un'espressione usata per descrivere un funzionamento
relazionale che può causare molta sofferenza. Non riguarda solo le relazioni di coppia: può
comparire anche in amicizie o legami familiari.

Dipendenza e interdipendenza: dov'è il confine?
Avere bisogno dell'altro non è, di per sé, un problema. Siamo esseri relazionali: ci
appoggiamo ai nostri affetti, ci consoliamo, ci facciamo sostenere. In una relazione sana c'è
un'interdipendenza reale, in cui ciascuno può contare sull'altro e, allo stesso tempo,
continua a esistere come persona con la propria vita, i propri amici, i propri progetti.
Nella dipendenza affettiva l'equilibrio si rompe. Il legame smette di essere uno spazio in
cui stare bene e diventa qualcosa da proteggere a ogni costo. Una domanda che può
aiutare è: "Con questa persona sono più me stesso/a, o sono più preoccupato/a di non
perderla?" Quando la seconda risposta prevale, vale la pena fermarsi a osservare.

Come si può riconoscere
Ogni storia è diversa, ma alcuni segnali ricorrono spesso:
La paura di essere lasciati o abbandonati guida molte scelte.
Si mettono sistematicamente da parte i propri bisogni, interessi e amicizie.
Si tollerano comportamenti che fanno star male pur di non perdere la relazione.
Il proprio umore dipende da come si comporta l'altro: un messaggio o un silenzio
possono cambiare l'intera giornata.
Finita una relazione, se ne cerca subito un'altra per non stare soli.
Dipendenza affettiva: quando l'amore diventa bisogno di non perdere l'altro

Page 1 of 4

Da dove può nascere
Questo schema ha spesso radici nelle prime esperienze di attaccamento, in cui l'affetto è
stato vissuto come qualcosa da meritare, conquistare o non perdere. Non è una colpa e
non è un difetto di carattere: è un modo di cercare sicurezza che, in passato, aveva un
senso.

Il ruolo dell'attaccamento
La psicologia dello sviluppo ci ricorda che i primi legami, quelli con chi si è preso cura di
noi, diventano una sorta di modello interno su cui costruiamo le relazioni successive. Se da
bambini abbiamo imparato che l'affetto era imprevedibile, che andava "guadagnato"
comportandosi in un certo modo, o che l'altro poteva sparire se non lo accontentavamo, da
adulti possiamo portare con noi una sensibilità particolare al rischio dell'abbandono.
È così che alcune persone sviluppano uno stile di attaccamento ansioso: un radar molto
attivo per ogni segnale di distanza, il bisogno di continue rassicurazioni, la tendenza a
interpretare un ritardo o un tono diverso come l'inizio della fine. Non si tratta di un
destino, né di un'etichetta definitiva. Gli schemi di attaccamento possono cambiare,
soprattutto attraverso esperienze relazionali nuove e correttive, comprese quelle che si
vivono in un percorso psicologico.

Il circolo che si ripete
Chi vive la dipendenza affettiva racconta spesso un copione familiare. All'inizio c'è
l'entusiasmo, la sensazione di aver trovato finalmente qualcuno che "riempie" un vuoto.
Poi arriva la paura che questa pienezza possa finire, e con essa i comportamenti per
trattenere l'altro: controllare, cercare conferme, adattarsi, rinunciare, evitare il conflitto.
Più ci si adatta, meno ci si sente liberi, e più cresce il bisogno dell'altro come unica fonte di
equilibrio.
Quando la relazione finisce, o si incrina, il dolore può essere intenso e sproporzionato
rispetto a quanto gli altri si aspetterebbero. Non perché la persona "esageri", ma perché
ciò che si perde non è solo il partner: è la base su cui poggiava la propria stabilità. Ed è
anche per questo che spesso si ricomincia in fretta con qualcun altro, nella speranza di
sentirsi di nuovo al sicuro. Il circolo si chiude, e lo schema si ripete.

Cosa succede dentro di noi
La paura dell'abbandono non vive solo nei pensieri. Si sente nel corpo: nel nodo allo
stomaco quando il telefono resta in silenzio, nell'agitazione che sale la sera, nella fatica a
concentrarsi finché non arriva una risposta. Imparare a riconoscere queste sensazioni
Dipendenza affettiva: quando l'amore diventa bisogno di non perdere l'altro

Page 2 of 4

come segnali del proprio sistema di allarme, e non come verità sulla relazione, è un primo
passo importante. Un conto è sentire il timore di essere lasciati, un altro è essere davvero
sul punto di perdere l'altro.

Un dolore che sifatica a riconoscere
Molte persone si sentono dire "basta lasciarlo/a" o "devi volerti più bene". Ma chi vive
questa dinamica sa quanto non sia semplice. La difficoltà non è mancanza di volontà: è la
paura profonda di restare soli a rendere così difficile prendere distanza.

Cosa può aiutare
Notare con curiosità, senza giudizio, i propri schemi ricorrenti nelle relazioni.
Coltivare spazi propri: interessi, amicizie, tempo per sé.
Imparare a riconoscere e a dire i propri bisogni e i propri limiti.
Rivolgersi a un professionista, con cui costruire gradualmente un modo più sicuro di
stare nelle relazioni.

Piccoli passi che possono aiutare
Cambiare uno schema richiede tempo, e non esiste una formula valida per tutti. Alcuni
spunti, però, possono essere un buon punto di partenza:
Dare un nome a ciò che si prova. Quando sale l'ansia, provare a scrivere: "In questo
momento sento paura di essere abbandonato/a". Nominare un'emozione aiuta a
prenderne un po' di distanza.
Rallentare prima di agire. Se l'impulso è scrivere dieci messaggi o chiedere per
l'ennesima volta se va tutto bene, concedersi una pausa di qualche minuto e chiedersi
di che cosa si ha davvero bisogno.
Ricostruire una rete. Riprendere i contatti con amici e familiari, tornare a un'attività
lasciata da parte. Più fonti di sostegno abbiamo, meno una sola relazione deve reggere
tutto il peso.
Tenere un diario delle relazioni. Annotare quando ci si è sentiti più liberi e quando più
in ansia può far emergere schemi ricorrenti.
Trattarsi come si tratterebbe un amico. Il dialogo interno, spesso severo, può diventare
un po' più gentile.
Dipendenza affettiva: quando l'amore diventa bisogno di non perdere l'altro

Page 3 of 4

Il percorso psicologico: che cosa aspettarsi
Rivolgersi a uno psicologo non significa "essere sbagliati". Significa darsi un luogo in cui
guardare con calma la propria storia relazionale, capire in quali momenti questo bisogno si
è formato e che funzione ha avuto. Il lavoro non consiste nell'imparare a "non avere
bisogno degli altri", ma nel costruire un senso di valore personale più stabile, che non
dipenda interamente dallo sguardo altrui.
Nel tempo, la terapia può aiutare a tollerare meglio la solitudine, a riconoscere e
comunicare i propri bisogni, a mettere dei limiti senza sentirsi in colpa e a scegliere
relazioni più reciproche. Il ritmo lo decide la persona: non c'è fretta, e ogni piccolo
cambiamento conta.

Quando è importante chiedere aiuto subito
Un'ultima precisazione, importante. Se nella relazione ci sono violenza, minacce, controllo
ossessivo, isolamento forzato o paura per la propria incolumità, non si tratta più solo di
dipendenza affettiva: è una situazione che richiede protezione. In Italia si può chiamare il
1522, il numero gratuito antiviolenza e antistalking, attivo 24 ore su 24. In caso di pericolo
immediato, il numero da chiamare è il 112.

Non sei solo/a
Se ti riconosci in queste dinamiche, sappi che si può cambiare. Un percorso psicologico
può offrire uno spazio sicuro in cui comprendere da dove nasce questo bisogno e
costruire relazioni in cui l'amore non tolga spazio a te stesso/a.

commenta questa pubblicazione

Sii il primo a commentare questo articolo...

Clicca qui per inserire un commento

cerca psicologo