Disturbi dell'alimentazione

Dipendenza da cibo : tra mito e realtà clinica

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Che cos’è la dipendenza da cibo

Esistono alcuni cibi (patatine, pop corn, noccioline, cioccolata) che scatenano in chi li assapora il bisogno di averne ancora e ancora.  Ma qual è il limite fra preferenza e dipendenza? Quando questi cibi si trasformano in “droga” a cui è difficile dire di no?

La “preferenza” è una scelta tra diverse alternative e la possibilità di ordinare quest'ultime sulla base della felicità, soddisfazione, gratificazione, godimento, utilità che esse forniscono. Purtroppo la stessa preferenza non è in sintonia con la salute, ma è guidata da memoria ed esperienza. 

Per “dipendenza” si intende un’alterazione del comportamento che da semplice o comune abitudine diventa una ricerca irrefrenabile del piacere attraverso mezzi, sostanze o comportamenti che sfociano nella condizione patologica. La dipendenza fa perdere la capacità di controllo sull'abitudine.

La dipendenza da cibo è collegata a fattori psicologici e crea una forma di dipendenza simile a quella da fumo, alcol, droghe, agendo sugli stessi circuiti cerebrali del piacere. Solitamente la persona con “dipendenza da cibo” tende ad assumere soprattutto cibi ad alto contenuto di grassi, che aumentano il desiderio di consumarne continuamente e sempre di più.

Perché la dieta fallisce

Spesso quando si è a dieta, la dieta fallisce non per “mancanza di volontà” ma perché la persona è stremata dai continui pensieri sul cibo e dalla necessità di controllarli.   Non si tratta di volontà ma del fatto che l’appetito e quindi il comportamento di ricerca del cibo, ed i pensieri ad esso associati, non sono controllabili nemmeno avendo una forte motivazione al dimagrimento.

Purtroppo però, spesso il sovrappeso, o le forme di disagio per l’incapacità di controllare il proprio appetito sono gestiti in base all’elemento “peso corporeo”, in genere con approcci quali diete e rieducazione alimentare, oltre che terapie farmacologiche. Il problema è che queste persone non traggono alcun beneficio da misure dietologiche, semplicemente perché non sono in grado di gestirle.

Infatti, la dieta alimentare in queste persone esacerba pensieri e istinti riguardanti il cibo, ed è vissuta come un tentativo fallimentare ma anche odioso di sottrarre il cibo. La persona, anziché vedere ridotto il proprio appetito, che è il centro della preoccupazione, vede ridotto l’oggetto da consumare, che il cervello identifica come un elemento essenziale e irrinunciabile, per cui reagisce con un aumento della voracità e della frustrazione per l’ evidente incapacità di fare quello che in condizioni normali sarebbe possibile (mangiare di meno e dimagrire).

Inoltre, il problema non si esaurirà con la perdita di peso, e la difficoltà a gestire l’appetito e i pensieri associati al cibo ritornerà anche dopo essere dimagriti, causando o un nuovo aumento di peso, o comunque un disagio cronico rispetto alla necessità di controllare l’alimentazione.

Quadro clinico della dipendenza da cibo

L’alterato rapporto con il cibo, vissuto in maniera eccessivamente urgente e intensa, si può esprimere nei seguenti modi:

  • Mangiare più velocemente del normale, con il risultato di gustare di meno il cibo stesso
  • Mangiare anche quando ci si sente pieni. Alcuni usano magari bevande o alcol o caffè per favorire un rilassamento o uno svuotamento dello stomaco in maniera da poter introdurre ancora cibo, o al limite il vomito autoindotto.
  • Mangiare senza avere più la capacità di distinguere tra fame e sazietà (mangiare senza fame).
  • Compiacersi nell’immaginarsi mentre si consuma cibo, pensare mentre si compiono altre attività a quando si andrà “finalmente” a mangiare.
  • Accorgersi che le proprie spese per il cibo, e anche il tempo dedicato al mangiare stanno aumentando in maniera imbarazzante.
  • Mangiare in maniera solitaria, con la tendenza a mangiare di meno quando si è con altre persone.

Trattare la dipendenza da cibo

la terapia farmacologica non è di grande efficacia in questi casi,  diversi antidepressivi che riducono l’appetito nella persona depressa/ansiosa, o curano la bulimia, ma non sono di fatto utili in queste forme. Il vantaggio che danno è spesso quello di minori sensi di colpa e una minore tendenza a rimuginare sul proprio problema, ma non producono i risultati attesi sul controllo alimentare o sul dimagrimento.

La terapia cognitivo-comportamentale è un trattamento di provata efficacia per la Dipendenza da cibo. Lo scopo di questo tipo di trattamento è quello di aiutare la persona a normalizzare il peso anche con l’aiuto di esperti nutrizionisti , a acquisire strategie più idonee alla gestione del peso e della condotta alimentare e a modificare alcune modalità di pensiero problematiche che favoriscono il mantenimento della patologia alimentare.

Altri approcci farmacologici per il controllo dell’appetito e della voracità, o chirurgia correttiva dell’obesità possono essere alternative percorribili per soggetti affetti da questi disturbi.

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