Il rischio alimentare
Una persona legge la notizia di un sequestro di mozzarella di bufala contraffatta: prodotti venduti come autentici ma realizzati con ingredienti diversi da quelli dichiarati. Nei giorni successivi il tema ritorna: un servizio televisivo sulle frodi alimentari, un conoscente che racconta di aver smesso di fidarsi di certi prodotti, alcuni contenuti online sulle sofisticazioni del cibo.
Ora, davanti al banco frigo del supermercato quella persona osserva con maggiore attenzione confezioni che fino a poco tempo prima acquistava senza esitazione. Controlla provenienza, scadenza, etichette, certificazioni.
«Meglio evitare. Ormai non ci si può più fidare.»
Il punto non è che il rischio sia immaginario. Ci sono stati nel tempo diversi episodi: contaminazioni (come il caso della diossina del 2008), sequestri di falsa mozzarella di bufala DOP, frodi alimentari con latte non conforme o confezioni contraffatte. In alcuni casi si parlava di mozzarella venduta come DOP ma prodotta con latte misto o comunque non conforme al disciplinare previsto.
Il rischio reale è aumentato? O sono gli esempi negativi che ci tornano più facilmente in mente?
Una colonizzazione silenziosa del giudizio
È qui che entra in gioco il bias della disponibilità. Tendiamo a valutare probabilità, frequenza o gravità di un evento sulla base della facilità con cui riusciamo a ricordarne esempi.
In altre parole, la mente utilizza una scorciatoia spesso utile: più qualcosa è recente, emotivamente forte, vivido o ripetuto, più tende a sembrarci frequente.
E ciò che torna in mente più facilmente tende a sembrarci più comune di quanto sia realmente.
Il problema nasce quando pochi episodi particolarmente memorabili finiscono, senza accorgercene, per sembrarci sufficienti a comprendere quanto un fenomeno sia frequente o probabile.
Quando aumentano i falsi positivi
Il bias della disponibilità non influenza solo ciò che giudichiamo probabile. Può modificare anche il modo in cui interpretiamo segnali ambigui.
Quando un fenomeno riceve forte attenzione mediatica o sociale, può aumentare non solo la sensibilità verso quel tema, ma anche il numero di interpretazioni errate associate ad esso.
Detto in poche parole: possono aumentare i falsi positivi.
Se per settimane si parla intensamente di una particolare minaccia, rischio o anomalia, eventi incerti possono iniziare a essere interpretati in modo diverso. In altri momenti li avremmo ricondotti a spiegazioni ordinarie o, al contrario, semplicemente scartati come improbabili.
Non necessariamente perché il fenomeno sia aumentato, ma perché quella categoria interpretativa è diventata cognitivamente più disponibile.
Più un tema occupa il nostro spazio mentale, più aumenta la probabilità di riconoscerlo anche quando non c’è.
Dal supermercato al recruiting
Lo stesso meccanismo può emergere anche in contesti professionali.
Pensiamo, ad esempio, ai processi di selezione.
Immaginiamo un recruiter che, nel tempo, abbia vissuto alcune esperienze particolarmente negative con candidati provenienti da uno specifico settore o percorso professionale. Esperienze frustranti, costose, facili da ricordare.
Durante una fase iniziale di screening rapido tra molti curriculum, quei ricordi potrebbero riemergere inconsapevolmente:
«Con profili simili abbiamo già avuto problemi.»
Questo non significa che il recruiter stia necessariamente sbagliando, né che i processi di selezione funzionino sempre in questo modo.
Processi di recruiting più avanzati cercano proprio di ridurre il peso di impressioni isolate attraverso criteri standardizzati, colloqui strutturati, valutazioni comparative e confronto tra più elementi. Tuttavia, quando il tempo è poco, l’incertezza elevata e le decisioni numerose, anche professionisti esperti possono attribuire inconsapevolmente più peso a pochi casi particolarmente memorabili.
Non per superficialità. Spesso, per classica economia cognitiva.
Perché oggi questo bias pesa di più
La disponibilità cognitiva — cioè la facilità con cui un’informazione, un ricordo o una categoria interpretativa possono tornare rapidamente alla mente — può diventare determinante.
Più qualcosa occupa il nostro spazio mentale, più tende a influenzare ciò che giudichiamo probabile, frequente o rilevante.
Media, social network, conversazioni e contenuti ripetuti possono rendere alcuni temi cognitivamente molto più accessibili di altri.
In un ecosistema informativo dove eventi rari possono ricevere enorme visibilità, diventa sempre più importante distinguere tra ciò che accade più spesso e ciò che più ci colpisce.
Perché è proprio quest’ultimo a occupare il nostro spazio mentale, sia quando interpretiamo spontaneamente la realtà, sia quando certe narrazioni vengono amplificate, intenzionalmente o meno.
Contromisure operative
Prima di trarre conclusioni può essere utile chiedersi:
- Sto valutando diverse possibilità o ricorrendo ai primi casi che mi vengono in mente?
- Sto generalizzando da pochi casi?
- Quanto questo evento è realmente frequente?
- Se non avessi sentito recentemente questa storia, giudicherei o spiegherei quanto accaduto allo stesso modo?
- Sto confondendo familiarità con probabilità?
Talvolta basta rallentare il processo decisionale per accorgersi che ciò che crediamo più probabile spesso coincide con ciò che ricordiamo più facilmente.
Conclusioni
La mente non fotografa la realtà: la seleziona, la ricorda e le attribuisce peso. Per questo pochi episodi facilmente rievocabili possono sembrarci sufficienti per spiegare fenomeni molto più complessi.
E ciò che ricordiamo meglio non coincide necessariamente con ciò che accade più spesso.
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