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RIASSUNTO

Lo scopo di questo lavoro è stato quello di affrontare due tematiche: la prima tematica ha per oggetto il conflitto tra le due anime (quella religiosa-mistica e quella razionalista) che albergano in ogni uomo; la seconda tematica verte sul credere o non credere alle comunicazioni del paziente.

Il metodo è consistito nell’utilizzare le esperienze e i vissuti che i pazienti hanno portato nella stanza della psicoterapia. I risultati: l’esperienza che sta alla base del presente lavoro costringe tutti ad andare al di là dell’ovvia concezione secondo la quale non ha poi tanta importanza se la comunicazione del paziente è reale o meno, visto che ha sentito la necessità di costruirla e comunicarla, ciò che è rilevante è proprio questa necessità. Bisogna insomma sentire che tutto ciò non è più sufficiente.

Un altro risultato è l’irresolutezza del conflitto tra le due anime soprannominate, si tocca con mano l’esistenza di un limite, più di tanto il terapeuta non può fare né per i pazienti, né per se stesso. Ultimo risultato: c’è sempre la possibilità che anche in questi casi la terapia abbia effetti positivi, che grazie ad essa l’area religioso-mistica si riduca sensibilmente e il paziente migliori la sua capacità di comprendere i meccanismi d’azione delle proprie ossessioni anche se permane sempre alto e presente il rischio di ri-caduta nella patologia psichiatrica.

La conclusione è che c’è sempre una parte di verità anche in un delirio mistico: è questa parte la porta stretta attraverso cui il terapeuta deve passare per penetrare nella realtà del paziente, capirlo e capire meglio se stessi.

PAROLE CHIAVE
Anima religioso-mistica, credere, vissuto, reale, delirio mistico


ABSTRACT

This work aims to debate two main issues: the first topic deals with the conflict between the two souls (the mystical religious soul and the rationalist one, of a clinical nature) that dwell in every human being; the second topic revolves around believing or not believing in patient’s communications.

The method consisted in using the personal experiences of real life brought by the patients to my psychotherapy consulting room.

The results: the experiences that form the basis of the present work compel everybody to go beyond the obvious conception according to which it is not all that important whether patient’s communication it is real or not, inasmuch as, since the patient himself felt the necessity to build and communicate it, what is significant it is that very necessity. In short, it is necessary to feel that all that is not any longer enough.
Another result is the lack of resolution of the conflict between the two aforesaid souls: the existence of a limit can be first-hand experienced and the therapist has little room to do something for the patients or for himself.
Last result: there is always the possibility in these cases, too, to get positive effects from the therapy and, thanks to the therapy itself, to appreciably reduce the mystical religious area and to make the patient improve his ability to understand the mechanisms of action of his own obsessions, even if the risk of relapse in the psychiatric pathology always remains high and present.

The conclusion is there is always a part of truth even in a mystical delirium: well, this part is the narrow door the therapist should enter through, so as to better understand himself and the patient, and to go deep into the reality of the latter.

KEYWORDS Mystical religious soul, to believe, personal experiences, real, mystical delirium

 

Signore pietà
Cristo pietà
Gesù pietà



Questa fu la preghiera che nel “Grande cocomero” dell’Archibugi veniva pronunciata al funerale di una bambina con seri disturbi neurologici dall’intero reparto di psichiatria di un vecchio ospedale. Così pregando tutti si interrogavano sulla bontà di un Dio che permette ad una tale bambina di nascere e poi di morire in quel modo. Esiste forse un Dio se avvengono tali cose e, soprattutto, un tale Dio merita che ci si interroghi poi così assiduamente su di lui?


Sono rimasta a lungo incerta se pubblicare o meno su una rivista di psicologia clinica le riflessioni che seguono, in quanto le due ‘anime’ contrapposte, quella razionale, logica e di stampo clinico da una parte, e quella religiosa-mistica dall’altra, che quelle riflessioni avevano provocato, duellavano in me e in una mia paziente (Milena) con così particolare intensità da farmi sorgere più di un dubbio sull’opportunità di una pubblicazione scientifica. Pur tuttavia, se alla fine ho deciso di dare testimonianza alla storia di Milena è stato non solo per la sua forte rilevanza clinica ma anche, soprattutto, proprio per rendere giustizia alla lotta che sempre intercorre tra questi postulati fondamentali (fede e ragione) che albergano in ognuno di noi anche se con modalità e in misura talora molto diverse.

Mentre riflettevo su come impostare il tessuto di idee ed emozioni che da tempo mi sorprendo a provare, non ho potuto far altro che ‘accettare’ che al momento per me non vi sia altra modalità di esprimermi che raccontandomi tramite le persone che incontro nella mia stanza di psicoterapia.


Cristo si è fermato ad Eboli (C. Levi, 1947) mi ha sempre incuriosito soprattutto per il titolo, che io recitavo quasi come un mantra quando da bambina, in piena estate, scendevamo in macchina dal Nord fino ad un paesino della Sicilia dove vivevano alcuni parenti.

Era un viaggio epocale: allora, in macchina erano assenti i confort oggi così comuni come aria condizionata, giochi elettronici, cellulare… L’unico mio passatempo era leggere le targhe delle automobili ed indovinare dalla sigla la loro città di provenienza. Era diventato quasi un atto compulsivo: dovevo sapere da dove venivano quelle macchine. Forse divenni la persona più disperata d’Italia quando qualche anno dopo si decise di cambiare il sistema delle targhe. Questo passatempo era così radicato in me che quando tornai dagli Stati Uniti dove avevo soggiornato per un anno, interpretai le targhe VA come le targhe della Virginia come ero abituata a fare con la vecchia classificazione e come avevo continuato a fare anche oltreoceano.

L’altro mio passatempo durante il viaggio era guardare come cambiava la vegetazione ed esultare quando comparivano gli oleandri che dividevano la carreggiata dell’autostrada perché preannunciavano il cartello con su scritto, a caratteri cubitali, un laconico, ma al tempo stesso eloquente, SUD. Sapevo allora che ben presto avrei rivisto il mare. Come poi dimenticare le tamerici di D’Annunzio- un tripudio della sensorialità- l’odore della pioggia, i vestiti di cui diventi immediatamente consapevole perché bagnati…

Ad un tratto si vedeva uno scorcio di azzurro e allora si cedeva alla frenesia di mia madre di togliersi i vestiti e gettarsi in acqua, nel mio caso senza nemmeno indossare un costume da bagno. Era una situazione ambivalente: nuotavo al fresco e al tempo stesso, ‘veleggiando’ verso il largo, mi nascondevo a chiunque, anche ai nonni e ai genitori, eppure quel nuotare nuda, anche se bambina, ha lasciato dentro di me una sorta di pudore che rasenta la ritrosia.

In quei mesi, fra il sole che scorticava la mia pelle bianchissima e il mare che sembrava accogliermi come Morfeo accoglie tra le sue braccia gli insonni, pensavo a Cristo, al significato della sua storia, alla dedizione della sua vita, significato e dedizione che man mano che con il catechismo mi avvicinavo alla Prima Comunione, assunsero le sfumature di un profondo senso di colpa perché, per dirla tutta, non sapevo se credevo o no in Dio, al contrario ero certa di una sola cosa, di non avere alcuna certezza circa la sua esistenza.

Accennavo sopra al romanzo di Levi. Il titolo per me significava che oltre un certo limite, in questo caso geografico, tutto era così senza speranza, dal paesaggio brullo agli usi e ai linguaggi a me poco abituali. Pure Cristo si era dovuto fermare, un fermarsi che equivaleva ad un arrendersi, almeno io così lo intendevo.

Fu in quell’epoca della mia vita che decisi di assumere un atteggiamento politically correct: quando non ero sicura di poter dimostrare la non esistenza di qualcosa, allora era possibile che questo qualcosa esistesse. Dalla Prima Comunione fino ad oggi questo è stato il mio atteggiamento nei riguardi della religione o comunque dell’esistenza di un Essere Supremo; sento comunque la necessità di confessare che questa mia posizione simil-empirista non ha mai acquietato il mio bisogno di credere in un Dio, ma soprattutto il mio bisogno di appartenenza ad una comunità più allargata. Per tali motivi, nelle questioni di natura religiosa, ho cercato con tutte le mie forze di mantenere una posizione equidistante fra una visione meramente razionalista e una fideistica.

Devo ammettere che un duro colpo mi fu inferto nel periodo in cui, mentre mi stavo preparando per la Cresima, chiesi sia l’aiuto di Dio che quello del prete che ci avrebbe cresimato, perché avevo seri problemi nel rapportarmi con la mia famiglia e i miei compagni di scuola.

Non ricevetti nessun sostegno. Così, ancora bambina, conobbi quell’esperienza fondamentale, chiamata “il silenzio di Dio” che ha alimentato uno dei filoni più importanti della letteratura del Novecento (Gide, Camus, Graham Green…). Tutto ciò in pochi mesi si tradusse in un serio disturbo alimentare, mai scalfito da nessuno, nemmeno dal mio confessore.


Tra il credere e il fare

Già, Cristo si è fermato a Eboli: significa che più di tanto non possiamo fare, né per noi, né tantomeno per i nostri pazienti? Esiste questa sorta di confine?
E come possiamo giustificare davanti a noi stessi questa incapacità?

Pochi mesi or sono mi sono trovata in una situazione lavorativa in cui era pressante fare un esame di realtà su una ragazza di ventotto anni e su ciò che mi veniva raccontando in seduta. Rispetto al credere ai propri pazienti, ho sempre cercato di ‘posizionarmi’ in un’area intermedia che non fosse né quella freudiana (“Non credo più ai miei neurotica”), né quella ferencziana. In buona sostanza ho cercato di assumere la stessa posizione di equidistanza che, come ho appena ricordato, anni prima avevo adottato con la religione.

Da questo punto di vista sono stata un’ingenua o, a dirla tutta, un’arrogante. Arrogante per l’estrema fiducia nelle mie capacità di mantenermi sempre equidistante fra le due anime, e per la presunzione di riuscire a non cedere a nessuna delle due senza pagare alcuno scotto in termini di sentimenti.


Non sempre è così facile sapere se credere o meno ai propri pazienti, e per di più sapere se ciò ha un valore per te, per il paziente e per la terapia in generale.

Uno psicoanalista statunitense (credo si chiamasse Campbell) racconta del caso clinico di un paziente che egli aveva avuto in trattamento per alcuni anni: alla fine dell’ultima seduta il paziente gli aveva confessato che di ciò che gli era andato raccontando negli anni precedenti nulla era vero. Anche solo un paio di settimane fa non avrei ‘sentito’ rilevante la questione: che importanza poteva avere se le comunicazioni del paziente erano reali o meno, visto che egli aveva sentito la necessità di ‘costruirle’ e di comunicarle? Era proprio questa necessità l’elemento rilevante, così come erano stati rilevanti tutti gli interventi, i dialoghi, le interpretazioni di tutti quegli anni, sempre per i medesimi motivi.

Questo caso, in un certo qual modo così estremo, mi ha come gettato una fune in un mare in tempesta: a volte il paziente, più o meno consapevolmente o consciamente, ci mente e allora l’ago della bilancia si sposta verso i neurotica freudiani e non verso l’importanza dei traumi ferencziani che invece sono basati su accadimenti reali.

Che fare nel caso di Milena, la paziente che vedo da circa sei mesi, che in prima seduta mi dice che è venuta da me perché Gesù le aveva detto di andare a cercare una psicologa (donna quindi) che stesse in una tal via, ad un tal numero (ovviamente il tutto coincideva con l’indirizzo del mio studio)? Ho mantenuto il mio aplomb (o almeno lo spero) e mi sono riservata di rivederla per un altro paio di sedute prima di assumere una posizione.

La seduta successiva e anche le altre, per circa quattro mesi, mi hanno sconcertato e a un tempo incuriosito. Già alla seconda fa un buon esame di realtà, inizia a descrivermi quella che è stata la sua vita fino ad allora e poi i suoi genitori che abitano in un’altra regione. La madre appare subito ‘vagare’ fra un serio disturbo istrionico e una certa qual dissociazione, il padre è molto più equilibrato, quando è in famiglia si sottomette alla moglie facendo di necessità virtù. Quando sale, spesso, a trovare la figlia è invece comprensivo ed equilibrato.

Per mesi si succedono telefonate isteriche della madre in un vortice che rischia di inglobare anche me, accusata di plagiare la figlia.
Nel frattempo in terapia Milena ottiene risultati fantasmagorici: è lei che in molte occasioni mi spiega, con la massima naturalezza come se avesse ingoiato l’Io e i meccanismi di difesa di Anna Freud (1961), il funzionamento di molti dei suoi meccanismi psichici. Si procede con le sedute: Milena è senz’altro schiacciata, ‘affossata’ dal comportamento materno (e talora anche da quello paterno), ma continua imperterrita a lottare per avere una vita.

E’ lei che mi spiega il meccanismo d’azione di quelle che noi due abbiamo chiamato ‘ossessioni’: quando vede un ubriaco in strada e non lo aiuta, si ‘tortura’ per non aver chiamato l’ambulanza, se poi le viene detto che non vi era pericolo di vita per quell’uomo, allora nota un bambino che gioca dove l’erba è alta e si ‘fissa’ nella paura che vi sia una siringa che possa pungere il bambino; richiamata alla ragione da me o da Daniele, il ragazzo con cui convive, passa ad un’altra ossessione.

Milena spiega con chiarezza che è maggiormente preda delle ossessioni quando sta meglio, perché si sente bene proprio quando la madre sta invece male, e di questo si deve punire non sopportando un tale senso di colpa; specularmente la madre sta bene solo quando la figlia soffre. Inoltre i sensi di colpa di Milena, avendo anche un’altra motivazione, sono da lei vieppiù mal tollerati: la madre prima di sposarsi aveva avuto un aborto volontario e aveva sostituito il figlio da lei ‘ucciso’ con Milena, per cui la figlia non ha potuto che respirare senso di colpa per essere sopravvissuta (Ordinary People di Robert Redford). La situazione clinica ulteriormente si complica perché la paziente ‘deve’ fare le veci del figlio morto e quindi è considerata morta dalla madre, e tale si sente lei stessa.


Nel maelstrom mistico:che fare nelle situazioni limite

D’emblèe, un paio di settimane fa ritorna la tematica mistica: Milena mi dice che hanno trovato un nodulo alla madre che andrà a fare accertamenti, e che lei ha pregato Gesù. Nella seduta successiva (la cadenza della terapia è bisettimanale) mi racconta che ha visto Gesù con la veste candida impregnata di sangue all’altezza del torace. Riceve poco dopo la telefonata del padre che la tranquillizza, quello della madre non è un tumore ma una cisti. Nel frattempo viene operato anche il padre che però si riprende subito ancora una volta grazie alle preghiere della figlia.

Pochi giorni fa Milena mi racconta che la madre era stata con lei al telefono per ben tre ore durante le quali le aveva spiegato con chiarezza tutti i meccanismi psicologici che lei, Milena, conosceva già, ma che erano sconosciuti alla madre prima di quella telefonata. Tutto ciò assume agli occhi di Milena l’aspetto di qualcosa di prodigioso ed è da lei visto come il frutto di un ennesimo intervento divino. E’ chiaro che siamo sempre stati in presenza di una folie a déux.


Personalmente continuo a pensare che la questione della veridicità di quello che asseriscono i pazienti riguardi solo il paziente e il suo terapeuta ma nelle situazioni estreme come è questa, io sono tormentata.

Tenendo solo presente quell’odore, quel sapore, quella gestalt complessiva che i pazienti che stanno delirando ed avendo allucinazioni, comunicano a ciascun clinico, ovviamente con connotazioni diverse e specifiche a seconda del terapeuta, per un paio di giorni non ho potuto che ridirmi ciò che la parte più animale di me (intendo con questo termine quella parte di noi non corrotta dalla ragione, dalle regole sociali…) non faceva che ripetermi, e cioè che quella era sì una situazione limite, ma che ancora di sconfinamento nella patologia psichiatrica non si trattava e che avrei in qualche modo tradito Milena se avessi preso provvedimenti per suo un ricovero coatto, come avrei tradito anche quella parte di me che aveva voluto lasciare le ‘briglie’ sciolte alla parte religiosa della sua anima.

Nemmeno due giorni dopo Milena cade in un delirio mistico e si rifiuta di venire in seduta, al telefono mi dice che “stava compiendo il suo cammino verso la luce e che la terapia lo avrebbe fermato”; decide quindi di raggiungere la città natale dove i suoi, a loro volta fervidi credenti, spero non stiano adottando le ‘misure’ cui ricorrevano quando lei era bambina (la accusavano di essere il demonio, la chiudevano in uno sgabuzzino, la frustavano).

Inutile dire che il sentimento di impotenza, ma soprattutto il senso di colpa che ho provato sono tuttora laceranti. Ne ho parlato nella speranza che qualche collega, leggendo quanto ho riferito, non commetta i miei stessi errori.


Credo che le risposte rendano saggi, ma le domande rendano umani (Y. Montand)

Visto che Milena ‘mi è sfuggita tra le mani’ in due giorni, ora non ho altro che domande sul rapporto terapeuta paziente : domande su come non sono stata in grado di sfruttare i sensi (vista, odorato…), le mie capacità cliniche e il mio bagaglio di esperienze di vita per rendermi conto del dilagare della parte mistica della paziente; su come non sono riuscita tramite l’analisi del transfert, del controtransfert e dell’identificazione proiettiva a rendermi conto dello sfaldamento della sua capacità di analisi della realtà. Tutto ciò lascia in me dubbi laceranti e ben condivisibili.


In quanto al problema di quanta parte di realtà vi possa essere anche in un delirio mistico o di quanto di vero possa albergare nell’essere così devoti ad un Dio che sembra palesarsi solo quando in realtà ne avremmo meno bisogno, mi limito a chiedermi come fare per dirimere la questio. Questo è lo scoglio fondamentale che dobbiamo superare, non soltanto per risolvere le nostre personali problematiche, ma per poter noi tutti addentrarci nella realtà del paziente, capire meglio quello che è il suo vissuto e il suo bisogno e quindi la sua realtà. E questo vale anche per il terapeuta… Questo ci è dato sapere. E, forse, questo è quanto basta per cominciare a pensare.


Bibliografia

ARCHIBUGI F. (1993). Il grande cocomero.

FREUD A. (1961). The Ego and The Mechanisms of Defence, Hogarth Press, London. Tr. It. L’io e I meccanismi di difesa .G. Martinelli, Firenze

JASPERS, K. 1913. Psicopatologia generale, trad. it., Il Pensiero Scientifico, Roma, 1965.

JASPERS, K. 1932. “Situazioni-limite”, in Filosofia, trad. it., UTET, Torino, 1978.

LEVI P. (1947). Se questo è un uomo. Einaudi, Torino.
MONTAND Y. (1973). L’ami des cinq et demi.
NERVAL, de G. 1854. “Aurelia”, ne I Racconti, tr. it. Einaudi, Torino, 1966.

PLUTARCO in Turchi N. Storia delle religioni (1922).

RICOEUR, P. 1960. Finitudine e colpa , trad. it. Il Mulino, Bologna, 1970.

RICOEUR, P. 1975. Ermeneutica biblica, trad. it., Morcelliana, Brescia, 1978.

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