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L’espressione grillo talpa, che si ispira al mondo contadino e che è talora adoperata nel rugby per indicare quella tecnica di gioco per cui una squadra, prima si slancia in avanti (grillo) e successivamente per consolidare il terreno di gioco conquistato provoca una mischia ordinata (talpa) in cui i ball fetcher hanno il compito di impossessarsi della palla, ha sollecitato la mia fantasia e mi ha spinto a pensare che poteva essere proficuamente utilizzata anche nel mio quotidiano lavoro psicoterapeutico per indicare pazienti (ma la stessa cosa vale anche per i terapeuti) che prima hanno il coraggio di uscire dal proprio guscio, affrontare la realtà, ma poi, dopo un po’, hanno bisogno di fare ritorno nelle loro tane come fanno le talpe appunto. Si tratterebbe di una uscita rischiosa nel mare aperto della vita, ma anche nel tempo stesso ineludibile, alternata ad un successivo e corrispondente ritorno sui propri passi.

Usando una terminologia più tecnica si potrebbe parlare di un uso alternato dei meccanismi di difesa: a volte ci si difende e ci si rifugia nella tana, a volte si ha il coraggio e la possibilità di progredire.


D’altronde questo avvicendarsi di comportamenti tra di loro opposti appartiene a tutte le specie più evolute, quindi perché stupircene?

Vi sono alcuni di noi, pazienti e terapeuti, che usano questa modalità di vita di continuo, modalità che non solo è molto dispendiosa per il soggetto in termini di energie che richiede, ma anche per l’oggetto con cui quello si relaziona. E quindi essa diventa disfunzionale (ma solo apparentemente, come vedremo) per entrambi.

Un mio paziente (Nerone) è particolarmente versato in quest’arte. Egli getta di continuo, in terapia come nella vita, il proverbiale sasso nello stagno salvo poi eludere le consequenze, tanto ha imparato dalla sua relazione con i suoi che non ve ne saranno, e riiniziare più tardi tutto da capo (d’altronde l’imperatore Nerone fece in qualche modo la stessa cosa: secondo la tradizione incendiò quindi Roma- da questonspettacolo sperava di tranne ispirazione per uno dei suoi canti- per poi scaricare la responsabilità sulle spalle sui cristiani).

Consapevole della necessaria, e a volte indispensabile, alternanza di questi due movimenti, desidererei che i pazienti e i terapeuti, noi tutti insomma, potessimo usufruire di più, o comunque con maggiore creatività, di quanto metaforicamente i ball fetcher guadagnano sul campo di rugby col sudore delle mischie e dei placcaggi.

Il mio Nerone rimase sbalordito quando, dopo uno dei suoi consueti slanci in avanti da grillo, anticipai la sua ritirata da talpa e prima che lui decidesse di effettuare il suo consueto dietrofront, sbarrai la strada che si era costruito per rientrare nella sua tana e gli risposi che le sue altro non erano che delle aggressioni. Sbalordito, dicevo, perché nessuno nella sua famiglia lo aveva mai preso in seria considerazione relativamente a come si poneva con loro e con se stesso. Poiché il timing che aveva scelto per essere un grillo per essere un grillo era stato particolarmente azzeccato, provai sia io come persona che come terapeuta, un sentimento di potenza dovuta probabilmente al ricordo di tutte le volte che da grillo egli era diventato talpa bloccando così di fatto il lavoro in terapia e quindi anche me, senza che io potessi fare nulla.

Finalmente ero riuscita a farmi sentire!
La seduta successiva gli comunicai la mia decisione di non concedergli più sedute di 1 h e 30’(non sono una fanatica del settino,ahimé), ma di 50’come a tutti gli altri pazienti. Avevo accettato che lui sforasse in continuazione l’orario canonico delle sedute perché affermava in continuazione di essere un diesel e quindi di avere bisogno di più tempo. Da quel momento il paziente capì di non poter fare quasi tutto quello che voleva, che c’era un limite alla sua onnipotenza.

Era come un bambino nella fase anale (Reich W., Analisi del carattere, 1973; Il carattere con scritti di S. Freud e di Karl Abraham, 1975) a cui la madre inizia con il negare alcune cose: il bambino dapprima non se ne capacita, poi fa infiniti capricci, infine comincia a costruirsi un carattere sufficientemente (Winnicott W.) adattato alla realtà.

Rimasi sbalestrata dalla serietà con cui nelle sedute successive il paziente mi tenne il muso: si comportava come un bambino con i genitori quando si sente punito ingiustamente. Niente, nessun ragionamento o discorso riuscì a scalfire la sua reazione: era chiaro che egli aveva bisogno di tempo per assorbire “la botta dell’essere stato placcato”.

Più nello specifico: avevo da poco cambiato supervisore e ciò mi faceva sentire ancor più fragile del solito. Visto che il mio rapporto con il grillo talpa stava raggiungendo dei limiti di angoscia personale, al limite della mia capacità di tolleranza, il mio supervisore fece un po’ la parte del nonno che racconta ai bambini una favola non solo per divertirli, ma anche per insegnare loro qualcosa sulla vita. Tra tutte, la storia che più mi appassiona è quella della vespa e del ragno.

Il ragno non ha paura della vespa, ma quest’ultima, pungendolo, secerne una sostanza che lo paralizza. Dopo di che depone le uova il più vicino possibile al ragno. Una volta che queste si sono dischiuse, le larve si nutrono della carne viva del ragno che è ancora paralizzato. Ecco allora il mio vissuto di controtransfert, lo chiamo così anche se sarebbe meglio chiamarlo di controidentificazione proiettiva (Hautman, G.,????). Non solo non avevo mai dato uno stop al mio paziente, come si fa con i bambini viziati, ma gli avevo permesso di avvicinarsi a me sino al punto da poter usare come meccanismo di difesa l’identificazione proiettiva e di nutrirsi di me a suo piacimento.

Da momento in poi ho lavorato molto in terapia cercando di mantenere una distanza sufficientemente sana sia per lui che per me.


Addentriamoci nell’analisi dello sviluppo storico del rapporto vicinanza-lontananza, e cioè del transfert vs. controtransfert

“Risulta difficile definire un concetto [transfert] che lì per lì sembra tutto e dopo è soltanto un’ombra che sparisce quando crediamo di averla afferrata”.
Manfredi Turillazzi

Per affrontare un tema così complesso come il caso clinico di Nerone, ritengo necessario mettere a fuoco prima il transfert e il controtranfert e il loro valore terapeutico passando brevemente in rassegna le varie tappe attraverso le quali questi due concetti fondamentali si sono andati storicamente sviluppando. Nella stesura di questo rapido compendio terrò fermi come punti di riferimento due recentissimi articoli scritti, rispettivamente, da Stefania Turillazzi Manfredi, citato in exergo e quello da Rossi Monti: Paula Heimann: controtransfert e dintorni.

E’ necessaria una breve osservazione preliminare: sono consapevole che è difficilmente fattibile una storiografia affrontata dall’interno della psicoanalisi ufficiale. Questo perché, sin dalla sua nascita, i suoi cultori hanno formato una cerchia ristretta con una forte identità centrata appunto sulla psicoanalisi e da questo sistema chiuso hanno espulso tutto ciò che non era la loro disciplina, compresa la loro storia personale. Al punto che si è sempre avvertito il bisogno di un riassetto razionale di ogni scoperta, depurandola della parte emotiva del suo autore che altrimenti avrebbe finito con il prevalere. Fatta questa precisazione resta comunque il dato di fatto incontrovertibile che la psicoanalisi, anche se ha creato un suo specifico universo concettuale, si serve continuamente di categorie e strumenti che non sono esclusivamente psicoanalitici e Freud è giunto a conclusioni grandiose grazie alla propria curiosità e ad interessi altamente eterogenei.

Ritorniamo ora al nostro excursus storico.
Il primo a formulare la domanda: che cos’è il transfert? è Freud il quale, colpito dalla descrizione che Breuer fa della reazione di una sua paziente (Dora), cita negli Studi sull’isteria il transfert come uno degli ostacoli che si presentano per il proseguimento della cura (le emozioni legate a questo transfert erano di fatto sgradevoli e dolorose). Quando però, prosegue Freud, l’analista riconosce che tali emozioni derivano dai sentimenti provati dal paziente in passato (“falsa connessione”), la cura può progredire. Sembra pertanto che in questa prima interpretazione del padre fondatore della psicoanalisi, il transfert venga da lui inteso come una forma di resistenza. Come tale esso ha un valore relazionale, per cui possiamo già affermare che la comparsa e le caratteristiche del transfert dipendono per Freud in gran parte dall’atteggiamento e dalle modalità di intervento dell’analista.

Per il Freud dell’Interpretazione dei sogni il transfert è qualcosa di inconscio, che deve perciò legarsi a qualcosa di preconscio per arrivare alla coscienza, trasferendosi in lei. Pertanto esso assume la forma del meccanismo di difesa dello spostamento. Ne deriva consequenzialmente che tutta la cura si basa sul fenomeno del transfert.

Nel 1901, facendo sempre riferimento al caso Dora, Freud cerca di ridefinire il transfert: esso è il prodotto degli impulsi e delle fantasie che si risvegliano nel paziente durante l’analisi. La sua singolarità consiste nel fatto che questi impulsi sono trasferiti nella figura dell’analista e non nelle persone che fanno- o avevano fatto- parte della vita del paziente (in realtà sono trasferiti non solo i sentimenti, ma anche i fatti). Nasce così la nevrosi di transfert, cioè la nevrosi in funzione della cura. Quando il paziente sviluppa il transfert, i sintomi cessano (vedi Dora) e si sviluppano emozioni del passato, ma applicate all’analista. I contenuti del transfert possono mutare, in quanto è la relazione paziente-analista l’elemento centrale per cui essi variano: in sostanza essi mutano anche in ragione di qualche caratteristica reale dell’analista.

Se ci fermassimo a questo punto non potremmo che derivarne che il transfert non è che un caso particolare dello spostamento dell’affetto da un soggetto ad un altro. Quindi sarebbe un fenomeno che è presente in ciascun caso che, come con il sintomo, una volta che se ne sia scoperta l’origine, smette di esistere.

A partire dal 1900, però, dopo la scoperta del complesso di Edipo, Freud riordina tutti i concetti teorici: la traslazione diventa una “riedizione” dei sentimenti di amore del bambino per il genitore del sesso opposto, di quelli di odio per il genitore dello stesso sesso. Così concepito, il transfert non è fondato su un rapporto reale.

Sarà comunque nella Dinamica della traslazione (1912) che troviamo una sistematica esposizione del concetto. Freud fa in quest’opera una distinzione fra il transfert positivo (è il paziente che cerca aiuto, che confida nell’analista, che si sente compreso) e quello negativo: il primo, alimentato dalla libido che è in grado di diventare cosciente, diventerà più avanti per lui il motore dell’analisi. In altre parole, esso è ciò che permette al paziente di collaborare con l’analista alla cura (e anche viceversa ovviamente).

La libido inconscia dà invece origine al transfert negativo e a quello non sublimato, che sono due forme di resistenza.

In Ricordare, ripetere, rielaborare (1914) l’elemento fondamentale della cura è la trasformazione della nevrosi del paziente in una nevrosi di traslazione in quanto quest’ultima può essere curata. Si ottiene così una malattia artificiale, una zona di transizione tra malattia e vita reale, che però è anche un’esperienza reale. Freud arriva a questo concetto affermando che il transfert è fondamentale in quanto il paziente non può dire/fare nulla riguardo al rimosso, che può essere analizzato soltanto tramite il ripetere, il quale a sua volta è reso possibile dall’esistenza della traslazione. Il paziente attuerà questo spostamento dalle figure importanti della propria vita passata a quelle presenti in quel momento e per lui fondamentali; in altre parole il transfert è caratteristico in tutte le relazioni della vita del paziente. In questo contesto esso è resistenza solo in quanto non è ricordo.

Quello che prima era ricordo ora è ripetizione. Il transfert quindi è un presente che porta ad un passato che non si vuole ricordare.

Specie nell’Introduzione alla psicoanalisi (1915-17), Freud sottolinea più volte che l’analista non ha più a che fare con la malattia che ha portato il paziente alla cura, bensì con una nevrosi di nuova formazione, profondamente trasformata, non statica, ma viva e creativa: “…tutti i sintomi del paziente hanno abbandonato il loro significato originario e hanno assunto un nuovo senso, che consiste in un rapporto con la traslazione...”.

Nell’ultimo e penultimo capitolo di tale opera, Freud sembra portare alle estreme conseguenze la nevrosi di transfert: il transfert positivo sarebbe il collaboratore silenzioso dell’analista. Via via che procede l’analisi la malattia cambia bruscamente di senso e tutte le sue manifestazioni vanno riferite alla relazione tra paziente ed analista. La cura di questa nevrosi artificiale coincide con quella della nevrosi primitiva. Quindi negli ultimi anni della sua vita, Freud era giunto alla conclusione che l’obiettivo del trattamento non è più il ricordo, bensì la risoluzione del conflitto con l’analista. A questo punto quello che è strutturante è il presente e il presente si concentra nella relazione terapeutica; il “qui adesso e con me” viene ad assumere la posizione centrale.

In Analisi terminabile e interminabile Freud non usa più il termine nevrosi di transfert e afferma che il paziente stesso non può portare tutti i suoi conflitti nel transfert, come l’analista non può utilizzare la situazione transferale per riattivare tutti i conflitti nei quali il paziente può arrivare ad essere coinvolto.


In genere gli autori post freudiani si dedicano ad elaborare segmenti delle teorie freudiane, modelli particolari che valgono a spiegare singoli problemi.

Del dopo Freud ricordiamo Sandor Ferenczi, rivalutato in Italia da Carloni, Molinari e Borgogno. Prendendo come spunto il caso Dora, egli sostenne (1923) che il transfert non è che uno dei molteplici modi dell’inclinazione del nevrotico allo spostamento e che la psicoanalisi funziona come catalizzatore nella produzione del transfert.

Egli inoltre, mettendo in rilievo l’empatia dell’analista, la sua disponibilità a mettersi in gioco, il suo rispetto per le qualità del paziente e in primo luogo per la sua creatività, riconobbe che la personalità dell’analista è un fattore estremamente importante; Reich (1933), invece, nell’Analisi del carattere, sottolineò come, all’inizio dell’analisi, il punto fondamentale fosse quello di riconoscere il transfert negativo nascosto da atteggiamenti positivi; Radò criticò la procedura di riportare al passato ogni comportamento, soprattutto quelli ostili all’analista perchè in questo modo si ignora il disagio del paziente nel setting.

Criticò altresì la procedura di provocare una regressione in analisi e preferiva rivalutare le risorse del paziente perché potesse riconquistare la propria autostima; Melanie Klein concentrò la sua attenzione sull’atteggiamento ostile del bambino verso l’analista come espressione del suo transfert negativo; Anna Freud invece sostenne che il bambino non può sviluppare una nevrosi di transfert perché i rapporti parentali non sono per lui il passato da rivivere, ma la realtà emozionale del momento. Jung si soffermò sulla possibilità di fare un transfert visto come un discrimine- rivelatosi poi infondato con Federn- tra nevrosi e psicosi; il gruppo di Vienna ritenne il transfert la proiezioni dei genitori amati o temuti durante la fase edipica, gli inglesi invece lo interpretarono come la proiezione della madre buona o cattiva; più recentemente S. Filippini e Turillazzi Manfredi affrontarono il tema del transfert riguardo al genere sessuale dell’analista e del paziente; Gabbard concentrò la sua attenzione sull’odio nel transfert: quando il paziente può riconoscere l’odio come una distorsione da analizzare, i sentimenti di odio sono egodistonici e il paziente mantiene un’alleanza terapeutica con l’analista cercando di capire i propri sentimenti anziché agirli: in caso contrario l’analista diventa ai suoi occhi un individuo veramente malevolo che merita odio.

Come regola generale la forma benigna di odio nel transfert è caratteristica dei pazienti nevrotici, quella malevola dei borderline; Harold Searles concentra il proprio interesse sulle componenti proiettive del transfert. Va sottolineato l’interesse di Searles per le componenti proiettive del transfert: poiché le domande sottese concernono tali componenti vale la pena che esse siano prese in considerazione. Ci riferiamo a domande tipo: “Ma che cosa fa l’analista per destarle?”, “Quali spunti reali sta offrendo al paziente a conferma delle sue tendenze transferali?”. Per questi due elementi centrali del transfert (la proiezione e l’essere stimolati dall’atteggiamento emotivo attuale dell’analista), “si tratterebbe quindi di fenomeni che implicano distorsioni solo quantitative e non qualitative”.

E ancora: “Ho spesso sperimentato … che ogniqualvolta affiora un fenomeno transferale è possibile ottenere abbondanti prove non solo della sua origine nella vita familiare caratterizzante l’infanzia del paziente, ma anche della proiezione di qualche atteggiamento emotivo del paziente stesso; atteggiamento che è parte molto attiva del suo funzionamento, del suo corredo emozionale adulto, ma che il paziente, nel momento in cui il fenomeno transferale si manifesta, esclude dalla coscienza”.

Non si dimentichi infine che, in “Two suggested revisions of the concept of transference.
Comments regarding the usefulness of emotions arising during the analitic hour”, Searles si discosta da quella che era la tendenza culturale Nord Americana dell’epoca, e cioè analogie e metafore prese dalla fisiologia e dalla fisica; Searles all’opposto sembra già immerso in un’area ben diversa, quella che nel giro di un anno lo porterà al Chestnut Lodge.

Inoltre sempre in questo scritto, egli presta particolare attenzione ai sentimenti del terapeuta e che lo fa negli anni in cui stava fiorendo una nuova attenzione verso la risposta affettiva dell’analista, elemento che per l’autore si manifesta in molti modi e con un ampio ventaglio di emozioni (Winnicott 1947; Racker 1948; Heimann 1949; Little 1951) dopo che per due decenni o più il controtransfert era stato messo a latere, nonostante le incisive annotazioni di Ferenczi dal 1919 fino al 1932, e poi del suo allievo Balint (1939); M. Mancia tratta dell’inconscio rimotivo, cioè di quell’inconscio che “passa” direttamente al conscio saltando il preconscio, il che significa che i comportamenti e i sentimenti del paziente, e quindi anche il suo transfert saranno non mediati ma agiti (acting out).

Si ritorna così alla questione della strutturazione dell’Io e dei suoi componenti come splitting o spaltung: secondo vari autori quello che Freud non aveva ben capito è il fatto che le obiezioni del paziente ad una interpretazione possono essere legittime. Innanzitutto perchè esse sono comunque catene associative, poi forse ci possono permettere di capire qualche cosa sul timing: a volte il “no” del paziente è un “non ancora”. Ma soprattutto, si sottolinea, l’obiezione non è sempre una resistenza di transfert; qualche volta è la segnalazione che tu analista hai sbagliato e il paziente ti corregge. Comunque siamo sempre nel transfert.

Nel corso degli anni il concetto di transfert ha subito ulteriori cambiamenti. Uno dei punti ricorrenti è rappresentato dalla tendenza sempre maggiore a esplorare i significati inconsci nel qui-ed-ora prima di collegarli al passato. Si deve a Maria Ponsi (1997) un aggiornamento del tema, attualissimo, del rapporto tra transfert ed interazione.

Nella concezione tradizionale dell’analisi, il presente veniva utilizzato per accedere al passato. Quello che si presupponeva era il ripetersi di un evento (ricordiamo il ripetere-ricordare di Freud), perciò si cercava di ricostruire la storia infantile e si pensava che questa ricostruzione avrebbe liberato il paziente dalla coazione a ripetere.

Oggi il recupero di un ricordo non viene più considerato come un tassello utile all’opera di ricostruzione storica, ma piuttosto la conferma della giustezza di un’interpretazione nell’hic et nunc. In questo contesto l’attività ricostruttiva della storia infantile viene pertanto considerata non necessaria, ma anzi fuorviante, perché porta il paziente a distrarsi dall’impatto emozionale della seduta. Quindi l’analisi del transfert tende sempre più ad essere un’analisi del transfert-controtransfert che, focalizzandosi sul qui-ed-ora, si avvicinerebbe sempre più all’analisi dei movimenti interattivi fra i due membri della coppia analitica.

Con Gill (1982) il termine interazione, mai utilizzato da Freud, acquista una certa fortuna. Per lui non esiste una dicotomia tra realtà esterna e oggettiva e realtà interna e soggettiva, ma piuttosto una realtà relazionale che adesso si vuol chiamare interattiva, in cui analista e paziente si incontrano per una costruzione comune dei significati. Egli sottolinea come ogni comunicazione da parte di entrambi è un’interazione. Qualsiasi cosa l’analista dica o non dica è un comportamento, ovvero un’azione con uno specifico significato interpersonale.

L’interpretazione stessa quindi funziona sul paziente come una sollecitazione a rispondere, a reagire. Secondo Gill il compito primario dell’analisi è appunto l’interpretazione sistematica dell’interazione.

In conclusione nel modello di Gill, che egli chiama ermeneutico-costruttivista, il qui ed ora dell’interazione, è il fulcro dell’attenzione e dell’interpretazione. Egli usa preferibilmente il termine di interazione, ma vi affianca spesso quello di transfert senza chiarire però una consistente differenza di significato. Poiché usa i due termini in modo intercambiabile, si ha l’impressione che i due concetti siano diventati per lui ormai indistinguibili.

Al contrario, l’importanza data da Ponsi (1997) all’interazione sia come fatto clinico in sé, sia per l’uso che se ne può fare per un’interpretazione, non la porta ad assimilarla col transfert. A parte che l’interazione si riferisce strettamente al presente, mentre il transfert chiama in causa per il suo stesso nome il passato, Ponsi osserva che se l’attenzione agli aspetti interattivi della comunicazione con il paziente diventa prioritaria, si finisce col trascurare la grande utilità clinica del transfert [Ubertragung] che coglie più in profondità la dinamica inconscia e che alimenta continuamente il lavoro ricostruttivo.

In ultima analisi, quello che adesso viene definito come interazione o comunque come fare attenzione all’interazione, non è diverso, secondo molti di noi, da ciò che abbiamo sempre fatto senza bisogno di questo termine e di questo concetto.

Forse, come argomentava già Bonaminio nel 1996, “il nuovo che avanza può avere un indiscutibile fascino, salvo scoprire poi che nasconde, maschera al suo interno il noto, l’assodato e anche il vecchio”.


Il concetto di controtransfert è stato per la prima volta utilizzato da Freud nel suo discorso inaugurale al Congresso di Norimberga del 1910. Partendo dall’etimo (gegen vuol dire contro ma anche verso), credo possiamo affermare che con il termine controtransfert (gegenubertragung) Freud intendesse ciò che l’analista sente verso nei confronti del paziente.

Come abbiamo già ricordato, Freud parla del controtransfert già negli Studi sull’isteria, dove è colpito dal caso di Anna O. Tutto fa pensare che già ne Il futuro della psicoanalisi (1910), la reazione dell’analista gli appaia come uno strumento fondamentale nel processo di cura, tanto che egli arriva a dire che chi non è capace di questo compito non può fare l’analista.

In quanto al carattere resistenziale del controtransfert si può dire che è più intenso perfino del transfert perchè è più facile vedere il conflitto nell’altro che in noi stessi. Dopo Freud, Rumke, Winnicott, Racker e Paula Heimann furono i primi che alla fine degli anni ’40 svilupparono il concetto di controtransfert.

Rumke, precursore della Heimann, eliminò il divario che si era creato fra psicopatologia (“campo di battaglia” degli psichiatri) e psicoanalisi. La Heimann è uno dei pochi psicoanalisti che nel 1949-50 considerasse il controtransfert una specie di “praecox feeling”: il controtransfert, essendo l’insieme dei sentimenti che il clinico sperimenta verso il paziente, non va evitato, ma sostenuto. Diventa, la risposta emotiva del clinico, uno dei più importanti strumenti di lavoro dell’analista. “Le emozioni risvegliate nell’analista lo indirizzano direttamente verso il nocciolo del problema, molto di più di quanto possa fare il solo ragionamento clinico, e, cosa fondamentale, queste emozioni hanno la peculiarità di essere qualche cosa che avviene nel clinico, ma che proviene dal paziente. Mediante una conoscenza attraverso il sentimento si possono organizzare interpretazioni secondo il sentimento.” Si passa quindi con la Heimann dalla “comprensione per sentimento alle interpretazioni per sentimento”.

Da segnalare Sandler che nel 1976 cominciava a porre la questione di un analista che, mentre prende atto delle variazioni del proprio comportamento in risposta alle sollecitazioni del paziente, resta comunque pienamente padrone delle sue funzioni e del suo impegno psicoanalitico. In altri termini quello che fino ad allora veniva considerato un acting out o comunque una resistenza di controtransfert, cioè in qualche modo un limite o un errore tecnico, veniva segnalato da Sandler come un’occasione per un approfondimento del lavoro analitico.

Del resto, anche per quanto riguarda l’acting out del paziente, si è passati dal considerarlo meramente un attacco o una resistenza, al vedervi una forma di comunicazione che aspetta di venire capita.

Anche l’analista quindi agisce nel senso che la sua soggettività si manifesta nella relazione attraverso un comportamento evidenziabile. Questo è stato oggetto di studio negli ultimi anni soprattutto nella Psicologia dell’Io. Si pensi d’altronde al ruolo sempre più relazionale assunto dal concetto di identificazione proiettiva.

Si sta, infine, assistendo ad un attenuarsi della distinzione fra il controtransfert inteso come sentimento prodotto dalla parte proiettata dal paziente e il controtransfert inteso come comportamento che esprime l’equazione personale dell’analista.

Racker concepì il transfert dell’analista come il controtransfert, nel senso che il terapeuta immette contenuti propri di sé (anche elementi autobiografici che nulla hanno a che fare con il paziente), e non come semplice reazione al paziente.

Dall’altro lato il transfert dell’analista sul paziente e la sua risposta, farebbero pensare ad aspetti controtransferali reciproci: cioè il controtransfert è di entrambi, paziente ed analista, ed ha quindi valore relazionale [in altre parole il paziente reagisce al transfert dell’analista col proprio controtransfert].

Grosso modo fino agli anni Cinquanta e Sessanta il concetto di controtransfert si è andato sviluppando seguendo due direzioni opposte, almeno apparentemente a cui corrispondevano due correnti principali:

 

  • La prima è costituita da quegli psicoanalisti, appartenenti all’area geografica dell’America del Nord, che in generale seguono la cosiddetta Psicologia dell’Io,: essi considerano il controtransfert non come qualche cosa che prende parte al processo, ma piuttosto come un fattore esclusivamente disturbante. Superarlo deve essere l’unica preoccupazione dell’analista. Per questi autori il controtransfert è costituito soltanto dagli aspetti conflittuali della relazione dell’analista con il suo paziente, legati alla persistenza dei conflitti infantili dell’analista stesso. In sintesi gli autori statunitensi non ammettono dunque che si stabilisca tra analista e paziente una normale relazione oggettuale, caratterizzata, come tutte le relazioni oggettuali, da introiezioni e proiezioni.

  • La seconda, che seguiva i punti di Paula Heimann (1950) e R. Money-Kyrle (1956), realmente sviluppati e strutturati da Racker a Buenos Aires nel 1960, considera invece il controtransfert come un ingrediente normale del processo analitico e come imprescindibile per il funzionamento del processo stesso. Del processo analitico l’analista è quindi parte integrante.
    Questo gruppo ammette il carattere nocivo delle deviazioni inconsce di questa posizione normale: il controtransfert patologico che deve essere affrontato e risolto. Ma sostiene che la comprensione da parte dell’analista dei meccanismi che partecipano alla sua relazione con il paziente può essere usata come strumento tecnico nel suo lavoro. Così si realizza anche per il controtransfert quello che Freud aveva operato per il transfert, e cioè il ribaltamento di questo concetto da ostacolo a strumento per l’analisi. A quest’ultima corrente si ispira prevalentemente la psicoanalisi europea ed italiana.
    Bion (1973) in qualche modo concilia queste due correnti nella frase: ”Le interpretazioni analitiche che sono stimolate dal controtransfert hanno certamente molto a che fare con l’analista. Se il paziente è fortunato hanno qualcosa a che fare anche con lui”.




Ritorniamo al mio paziente. Perché gli avevo concesso tanto spazio? Sentivo talmente la mancanza del mio precedente supervisore da accettare un altro paziente anche se era una vespa che mi mangiava viva? Oppure era il precedente supervisore che mi aveva mangiata viva?

Questo bisogno, da parte di entrambi, di questa vicinanza estrema mi ricorda una modalità del pugilato: i due pugili si abbracciano ciascuno per evitare il colpo dell’altro. Si tratta comunque di un gioco di identificazioni proiettive al quale non c’è via d’uscita se non nel completo annichilimento o la morte. La mia paura era quindi che questa “danza” di identificazioni proiettive non fosse mai sufficiente ad ogni “giro” e portasse al caos completo: vivevo solo nell’hic et nunc, il che bloccava ogni mia azione terapeutica. Questo paziente mi stava letteralmente soffocando e io pian piano non capivo più nulla.

Ricordo il mio transfert quando il mio supervisore mi disse che, poiché lo sviluppo del mio paziente era rimasto fissato alla fase orale e di conseguenza la sua struttura di personalità era dominata da un senso di onnipotenza che andava limitato tramite frustrazioni, dovevo mettergli dei paletti. Per la prima volta fui io a sentirmi onnipotente e così, lo ripeto, per la prima volta capiì quello che egli doveva provare nella torre eburnea fornitagli dall’identificazione proiettiva, e mi resi anche conto dell’importanza fondamentale del setting. Senza dubbio Bion W. avrebbe disegnato nei suoi disegni-schema un meno e non un più alla nostra coppia terapeutica, appunto perché di certo non stava funzionando (Bion W. R., Analisi degli schizofrenici, 1998).

Come direbbe Antonello Correale (Area Traumatica e campo istituzionale, 2001,) eravamo entrati reciprocamente nella nostra area traumatica allontanando il campo istituzionale. D’altronde, sempre per Correale, coloro che sono più portati ad una vicinanza così pericolosa sono soprattutto le personalità al limite perché non riescono a vivere una continuità nell’esperienza e allora cercano di “mangiare”quella del terapeuta, come fosse un elisir che dovrebbe renderli immuni dalle continue fratture del loro mondo esperenziale.

Nello stesso libro, l’autore parla dell’importanza in alcuni casi del ricovero in modo che il paziente possa essere protetto e riacquistare le forze. Congruente con quanto sopra è un aneddoto che Winnicott a volte raccontava: quando uno dei suoi tanti figli- naturali, adottati o chissà che altro- ebbe una grave crisi e fu necessario ricoverarlo in ospedale, già il giorno successivo la moglie volle andare a trovarlo, ma Winnicott, contrario, accettò solo a condizione che rimanessero dietro il vetro. Egli motivò il suo rifiuto affermando che, proprio perché malato, il figlio aveva bisogno, per guarire, di tutte le sue energie che avrebbe invece sprecato durante la loro visita cercando di apparire meno malato di quanto in realtà non fosse.


La frase di Nerone che tollero meno è la seguente: “sono in uno stato di quiete” con la quale intende dire, prendendo spunto dalla prima legge della fisica, che è tranquillo perché in quel momento niente e nessuno agisce su di lui. Insomma la colpa è sempre degli altri che, o per tornaconto, o solo per dispetto, rompono il suo stato di quiete. Lui “è il lupo tanto bonino” (Lupo Ezechiele dei cartoni animati dei miei tempi), che, a suo parere, non fa niente, sono solo gli altri che interferiscono. Ciò puntualmente mi fa pensare che Nerone, oltre che essere affetto da un forte senso di onnipotenza, possa anche avere anche un nucleo paranoideo, nucleo che per il momento non si è ancora manifestato, del resto ritengo che con le fragili difese di cui dispone il suo Io adesso, non sarebbe consigliabile farlo affiorare alla coscienza.

Un altro suo meccanismo di difesa è questo: si blocca e non dice più nulla. E’ come la preda che sentendo il predatore vicino, si ferma, fa diminuire le pulsazioni e il calore corporeo in modo che il predatore lo creda morto. Lascerei a questa immagine l’estremo bisogno di Nerone di essere un po’ più coeso, non troppo però altrimenti il cacciatore, si accorgerebbe che è vivo e lo attaccherebbe. D’altronde non può più fare la vespa: cibo animale da me non ne avrà più, comunque.

Appare qui con chiarezza il meccanismo di funzionamento del grillo talpa: se non ci sono cacciatori diventa egli stesso un cacciatore (vespa rispetto al ragno), se vi sono invece in giro predatori è lui a diventare preda e allora diventa talpa mimando la catatonia o nascondendosi sotto terra.

Aggiungo che questa modalità del grillo talpa può apparire disfunzionale, come ho già detto, mentre in realtà non lo è: pensiamo all’anoressia, ai vari gesti di autolesionismo.

Anni fa, meno adesso per fortuna, queste due patologie venivano considerate come una conseguenza della rabbia di un soggetto che non riusciva a gestirla, ma soprattutto come un ricatto alla famiglia, al terapeuta, agli amici. A parer mio e di altri il cutting, la starvation, sono le due modalità più consone ad un paziente di gestire la propria rabbia ma anche nello stesso tempo anche un grido di aiuto (Grava G., 2005; Schneidman P., 2001, Bruch H., 1989, La gabbia d’oro, Mara Sellini Palazzoni, L’anoressia mentale, 1987, M. Sellini Palazzoni, Ragazze anoressiche e bulimiche, la terapia familiare, 1998; Sellam S., Bulimia e anoressia, 2005; Miller D., Donne che si fanno male, 2007). Entrambe sono pertanto altamente funzionali.

Sento ora la necessità di far notare che di una terapeuta che si lascia avvicinare tanto dal paziente, molto ci sarebbe da scrivere rispetto al valore che essa attribuisce alla vicinanza, appunto. Al momento tutto ciò mi richiama alla mente alcune riflessioni che Kernberg sviluppa in Aggressività, disturbi di personalità e perversioni,1993 e che ora mi spingono irresistibilmente a chiedermi: quanto masochismo, per senso di colpa, devo avere dentro di me (chissà, forse per la morte improvvisa del mio supervisore) se per tanto tempo ho accettato di rimanere sottomessa e succube a un paziente con un tale narcisismo maligno?


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