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La psicoanalisi, inaugurata da Sigmund Freud ed estesa da Jacques Lacan nella sua capacità di leggere ciò che specifica l’essere umano in quanto parlante, è anzitutto la cura che ci si aspetta da uno psicoanalista.

Lo psicoanalista è colui che, conoscendo per esperienza personale la cura psicoanalitica, ed essendo in un discorso di Scuola con altri psicoanalisti, offre un ascolto attento al dire del soggetto.

Il soggetto, non la persona: con questo termine Lacan, riprendendo la scoperta di Freud, ha messo l’accento sulla condizione dell’essere umano, in quanto abitato dall’inconscio. Il soggetto è infatti un parlante il cui dire porta i segni dell’inconscio e delle sue produzioni: è per questo che sintomi, lapsus, atti mancati e sogni in psicoanalisi non vengono considerati, come nel discorso corrente, “inciampi”, “errori”, “divagazioni”, ma formazioni significative, espressioni del soggetto nelle quali, più che in ogni altra, l’inconscio parla.

Il soggetto, infatti, seguendo Lacan, è diviso: parlato da un linguaggio appreso dall’Altro, l’altro familiare e sociale, e, nello stesso tempo, portatore di un desiderio, per usare i termini di Lacan (o di una deriva pulsionale, per usare quelli di Freud), unico e singolare, attinente alla propria storia personale e segnato dalle contingenze del trauma. Questa divisione può sfociare in un conflitto, in una difficoltà, che talvolta appare insormontabile.

Per ogni parlante l’incontro con il trauma è inevitabile: le contingenze di questo incontro ne fanno un incontro singolare e diverso per ciascuno: diversa e singolare per ognuno è la modalità di uscita.

Per ognuno c’è una modalità unica e singolare di far fronte agli incontri, più o meno felici, a cui la vita ci porta.

Lacan definisce sintomo il modo singolare di ogni parlante, di ogni essere umano, quindi, di far fronte alle contingenze della vita: la produzione di un sintomo non è dunque di per sé segno di una malattia, se non di quella “malattia” che la condizione umana di per sé comporta, e che Freud ha chiamato disagio della civiltà, ma è una formazione che intrappola il nostro desiderio con le modalità di trattamento, che ci è possibile mettere in atto in un determinato momento.

Può accadere che il sintomo, formazione ineliminabile della nostra condizione umana di “esseri di parola”, diventi un impedimento, una strozzatura in cui il desiderio, unico motore per avanzare nella vita, incespica fino a spegnersi, fino a diventare desiderio di niente, ovvero di morte.

E’ in questo caso che l’incontro con uno psicoanalista può rivelarsi utile, anzi cruciale: l’incontro con uno psicoanalista, qualcuno che sappia ascoltare il dire del soggetto, sostenendolo e permettendo un’interrogazione che apra all’inconscio, permetta infatti di aprire ad un nuovo orizzonte, fino a sciogliere quel nodo in cui il desiderio è rimasto intrappolato, consentendo al soggetto di ritrovare la “bussola”, che orienti il suo desiderio, e quindi la sua azione.

La psicoanalisi, in particolare nell’insegnamento di J. Lacan, più di ogni altro campo del sapere, ha posto in luce questa condizione complessa dell’uomo, mettendo al lavoro proprio ciò che fa ostacolo: ciò che in un dato momento si presenta come un’ impossibilità soggettiva, diventa un’occasione di interrogazione e di riapertura dell’inconscio.

In questo, Lacan ha posto una distinzione decisa rispetto ad ogni altra cura della psiche, o psicoterapia: una psicoanalisi è una cura dove l’interrogazione verte sul dire del soggetto, sul rilanciare il dire nel quale il soggetto si è costituito e nel quale può accadere che si trovi intrappolato.

Il compito dello psicoanalista non è aggiungere nuovi significanti, cosa che lo chiuderebbe in una posizione “psicoterapeutica”, provocando una chiusura dell’inconscio, ma indicare in quali punti il discorso del soggetto incespica: è qui che occorrerà aprire su un nuovo scenario, che consenta uno “scioglimento”  e una riapertura, per altre vie impossibile.

 

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