Psicoanalisi

Sul tema della sopportazione nella formazione psicoanalitica

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Il verbo sopportare, dal latino supportare composto della particella sub-sotto e portare ha il significato di reggere, sostenere e figuratamente tollerare, soffrire, subire ci rappresenta un tema centrale nella psicodinamica del processo psicoanalitico e in particolare nel complesso processo delle dinamiche transferali e controtransferali che si attivano tra analista e paziente. Vediamo come le dimensioni psicologiche del reggere, del sostenere, del tollerare, del soffrire e del subire a cui il tema della sopportazione e del sopportare nel processo analitico ci rimandano siano particolarmente collegate a quelle situazioni in cui noi analisti ci troviamo di fronte anche al tema della inguaribilità e della immodificabilità di quei tratti caratteriali che James Hillman ha definito ‘psicopatici’ e con cui tutti noi dobbiamo fare i conti con umiltà.

E’ bene a questo punto precisare che non bisogna confondere inguaribilità con incurabilità: ci si può, anzi questo credo che sia lo scopo più importante della psicologia del profondo, ci si deve prendere cura soprattutto di chi è o ci appare come inguaribile, la cui cura proprio per questo allora dovrebbe essere interminabile perché per sopravvivere di questo ha bisogno. In questi casi il carico di frustrazione a cui sarà sottoposto l’analista sarà prepotente accanto ad attivazioni transferali che sarà molto difficile sopportare per la loro intensità e per il loro carico di aggressività. E’ per questo che il tema della sopportazione dovrebbe essere centrale nella formazione psicoanalitica e dovrebbe fare da controtendenza compensatoria ad una civiltà come quella odierna dove sia la psicoterapia che le relazioni sociali nel loro complesso si stanno sempre più allontanando da una salutare capacità di sopportazione e sempre più identificando con la fretta, l’intolleranza, l’efficientismo che equivale a risultati in termini di guarigioni; non è un mistero per nessuno e non è nemmeno a caso che ormai il Ministero della Salute è a capo di una serie di Aziende Sanitarie Locali con a capo dei manager che devono essere quantitativamente produttivi questo a volte a scapito della qualità dei servizi e delle relazioni con i pazienti che vengono depersonalizzati e sacrificati sull’altare del profitto.

La frustrazione professionale dell’analista è legata a delle ferite narcisistiche a volte intollerabili che se non elaborate potrebbero portare a degli a giti controtransferali che di conseguenza rischierebbero di relegare il paziente in una situazione dove anche la sua ultima speranza rappresentata dalla situazione terapeutica andrebbe distrutta: se nella sua analisi personale e nella sua supervisione l’analista non avrà affrontato il tema dell’inguaribilità in se stesso e non lo avrà accettato e ben integrato lo proietterà come un fantasma indesiderabile e intollerabile sul paziente che sarà classificato, razionalizzando la situazione difensivamente, come un caso senza speranza in cui è inutile perdere tempo. In realtà il 'non ti sopporto più' sempre più presente oggigiorno nelle relazioni sarà presente anche nella situazione analitica in cui l’analista non sopporterà più quella persona che non lo gratifica guarendo ma che anzi gli rispecchia i suoi personali limiti umani e professionali: se dal narcisismo non si passerà ad un matrimonio di anime dove l’altro proprio perché ci limita ci fa crescere e ci completa si perderà una preziosa occasione trasformativa insita proprio in quelle situazioni caratterizzate dallo stallo e dalla stagnazione. E’ fondamentale avere pazienza e paradossalmente credere in una cura che non voglia cambiare ma che si prenda cura dell’anima accettandola così com’è soprattutto nei suoi aspetti più oscuri e immodificabili.

A tale proposito Thomas Moore ha scritto delle pagine mirabili nel suo libro “La cura dell’anima”. Nel capitolo ‘Rispetto per i sintomi voce dell’anima’ l’autore scrive:” La moderna terapia di tipo interventista talvolta cerca di risolvere dei problemi specifici e può quindi concludersi in tempi brevi. Ma il prendersi cura dell’anima non finisce mai. Gli alchimisti del medioevo, a quanto pare, erano consapevoli di questo fatto, dal momento che insegnavano ai loro allievi che ogni fine è un inizio. Ogni lavoro sull’anima assume la forma di un circolo, una rotatio. I miei pazienti spesso mi dicono:” Non è stanco di sentirsi ripetere sempre le stesse cose?” “No”, rispondo, “sono abbastanza contento della solita vecchia solfa.” Tengo presente la circulatio alchemica. La vita dell’anima, come ci è rivelato dalla struttura dei sogni, è un continuo passare e ripassare della materia della vita. Nella nostra memoria non ci stanchiamo mai di riflettere sugli stessi eventi. Quando ero bambino ho trascorso molte estati in una fattoria con uno zio che mi raccontava delle storie senza fine. Ora mi rendo conto che quello era il suo sistema per elaborare il materiale grezzo della sua vita, il suo modo per continuare a rigirare la sua esperienza nel ciclo della rotazione prodotta dalle storie. La fase fondamentale della formazione analitica è certamente l’analisi personale: è importante che l’analista personale possa evidenziare con la maggiore chiarezza possibile la motivazione dell’analizzando al lavoro analitico e che ponga come premessa la necessità di privilegiare l’esperienza come paziente, perché sarà questa che permetterà di chiarire il tema della motivazione e tutti i lati oscuri connessi eventualmente ad essa ed anche la figura del giuda interiore, tutti temi che poi dovranno essere ripresi dalle fasi successive della formazione che li dovranno ulteriormente approfondire e che non dovranno mai dare niente per scontato.


Quindi fin dalla prima analisi personale il tema della inguaribilità assume una importanza fondamentale ai fini della formazione analitica perché quello che si andrà a svolgere poi sarà un lavoro affascinante ma al tempo stesso difficilissimo in cui il tema dell’inguaribilità si affaccerà molte volte; sarà bene di conseguenza che l’analista sappia di che cosa si sta parlando e sappia sopportare la tensione che l’inguaribilità provoca. Questo è possibile soltanto se sarà riuscito a sopportare la sua parte inguaribile e non l’avrà rinnegata. Ma qual è l’atteggiamento migliore da assumere nei confronti dell’inguaribilità? Vorrei tentare di inquadrare questo delicato quesito riprendendo il saggio di Ottavio Mariani che continuando ad analizzare da un punto di vista psicologico la figura di Giuda a tale proposito scrive:” Di fronte all’inguaribilità di Giuda, potremmo domandarci anche se un atteggiamento privo di ogni velleità di cambiamento, e quindi rispettoso della sua cronica ambiguità, avrebbe potuto almeno evitare la sua morte. Dal momento che Giuda non avrebbe mai potuto comprendere il senso religioso delle parole e delle opere del Maestro, alle quali era destinato a rimanere estraneo essendo privo dei requisiti per poter comprendere e condividere il messaggio di Cristo, questi, per sostenerlo, avrebbe potuto accettare di non fare apparentemente nulla [……] semplicemente ascoltandolo.[…….]

C’è da chiedersi allora se Giuda non incarni la condizione psicologica dell’io fragile o deficitario, perché il rapporto che le persone in queste condizioni stabiliscono con il proprio inconscio ricorda molto quello tra Giuda e Gesù.. La loro coscienza prova avversione verso ciò che non è in alcun modo controllabile o prevedibile. Esse si mostrano al tempo stesso distaccate e controllate, ma inconsapevolmente dipendenti. Richiedono assoluta lealtà e non tollerano incertezze nella loro stabilità. L’esigenza di pianificare ogni cosa si estrinseca anche attraverso il bisogno di ottenere la totale e cieca fiducia dell’altro, a discapito d’una relazione più spontanea e autentica.[……] Quello che vorrei qui ribadire è come il mito del progresso contagi il nostro modo di guardare e leggere gli eventi, al punto che la stessa cronicità, e tutto ciò che la riguarda, vengono rimossi, esclusi, negati o mistificati. Il nostro consueto sguardo sull’inguaribilità è quindi fortemente contagiato da un a priori che ben poco perdona all’inefficienza, e che nei confronti del cronico esprime giudizi moralistici e atteggiamenti di disinteresse e repulsione.[…….] Secondo l’ottica della crescita e del progresso così intesi, nel corso di una psicoterapia il paziente che pone resistenze al cambiamento non esprime un suo speciale modo di essere, ma attacca, con la sua onnipotenza, il lavoro analitico. La sua immodificabilità o la sua scarsa capacità di fruire di ciò che emerge dai sogni, dalle interpretazioni e dal lavoro analitico nel suo complesso, è indice di inguaribilità e non del suo bisogno di fruire nel tempo del nostro aiuto.

Mentre noi aspiriamo alla sua crescita e alla sua indipendenza, egli ci domanda una particolare forma di cura, un accudimento protratto nel tempo, che ai nostri occhi è difficile da cogliere ma soprattutto da accettare.” In ‘Pratica della Psicoterapia’, C.G.Jung ci ricorda che sono proprio i fallimenti che ci aiutano a crescere sia umanamente che professionalmente, anche i casi che quindi come quelli caratterizzati dalla cronicità e dalla immodificabilità ci rimandano al fallimento delle nostre velleità terapeutiche che sono troppo spesso unidirezionalmente puntate alla crescita mentre come ci ricorda J. Hillman la psicoterapia dovrebbe essere una guida al proprio mondo infero e dovrebbe prendersi particolarmente cura di tutti gli aspetti psicologici che rimandino al tema della morte, come la cronicità e l’immodificabilità nei quali l’anima si esprime nei suoi aspetti più oscuri.

E’ per questo che nell’ambito della formazione analitica i didatti per primi dovrebbero tenere ben presente tutto questo quando presentano agli allievi i loro casi clinici, la loro esperienza professionale, cercando di non rimuovere i loro fallimenti; loro per primi dovrebbero essere consapevoli che è da quelle ferite che si può originare una fonte inesauribile di conoscenze che saranno fondamentali per l’allievo che inizia molto spesso il training sull’onda di entusiasmi eccessivi che non rispecchiano la realtà delle cose. Se mi lascio andare al fluttuare immaginale della memoria, se come in un sogno ad occhi aperti mi metto a giocare con le immagini dei ricordi del mio training, mi ricordo con particolare vividezza i momenti che hanno caratterizzato la mia formazione: i più significativi sono stati quelli che mi hanno trasmesso la cultura del dubbio e della complessità, perché come ha scritto Jung in ‘Ricordi, sogni e riflessioni’:”…..la terapia è diversa per ogni caso. Quando un medico mi dice che segue rigorosamente questo o quel metodo, ho i miei dubbi sull’efficacia della sua terapia.

E’ stato scritto tanto sulla resistenza che oppone il malato, da far sembrare quasi che il medico voglia tentare di imporgli qualcosa, mentre la cura dovrebbe provenire spontaneamente dal malato stesso.” Anche a me hanno animato molti dubbi coloro che ho incontrato nel corso della mia formazione e che puntavano troppo su una forma di cura, quasi ossessivamente, nascondendosi dietro il pensiero di un maestro che invece ha cercato di trasmetterci tutt’altro: mi chiedo se l’inguaribile, come ospite inatteso, ha fatto mai la sua comparsa nei loro cammini e se sì quale relazione psicologica ci hanno stabilito, quale accoglienza gli hanno tributato.


L’accoglienza che la formazione deve tributare alla inattesa venuta dell’inguaribile deve essere improntata alla massima attenzione: non ci si può permettere che la sua venuta ci colga impreparati per cui la formazione dovrebbe renderlo non più inatteso ma costantemente presente soprattutto in noi stessi: nella professione analitica a volte, anzi, molto spesso, i conti non tornano e forse è importante che non tornino altrimenti ciò significherebbe che inconsciamente abbiamo fatto in modo, con una operazione arbitraria, che il paziente si omologasse a quelle che sono le nostre onnipotenze terapeutiche, i nostri accanimenti per esorcizzare l’angoscia della morte che il paziente inguaribile a forza ci anima e che noi dobbiamo invece accogliere e rispettare perché fa parte della sua natura e come ci ricorda Hillman lo psicoanalista dovrebbe prima di tutto essere un naturalista della psiche. Ne ‘Il sogno e il mondo infero’, sempre Hillman mette in relazione la figura di Giuda, assieme a quelle di Caino e Lucifero, anch’essi in fondo legati al tema che stiamo trattando, al ghiaccio, alla freddezza: essi ci ricorda vengono collocati da Dante nel nono cerchio dell’Inferno, che è tutto di ghiaccio. Scrive l’autore:” L’analisi terapeutica resta incompleta se si accontenta di dare sollievo ai problemi che scottano. Deve ancora avventurarsi nelle gelide profondità, che hanno tanto affascinato poeti ed esploratori, e che nella psicologia del profondo sono le zone delle nostre cristallizzazioni archetipiche, le depressioni immobili e i mutismi della catatonia.

Qui siamo intirizziti, gelidi. Tutte le nostre reazioni sono congelate. E’ questo un pauroso luogo psichico che ispira un terrore così profondo quale solo si può trovare in esperienze misteriose come la morte vudù e il riflesso del ‘sich totstellen, del fingersi morti.” Agganciandomi al pensiero di Hillman ed ampliandolo al contesto della formazione vorrei qui aggiungere che non soltanto l’analisi terapeutica ma anche la formazione è incompleta se il maestro non avrà il coraggio e la necessaria umiltà di accompagnare l’allievo nelle gelide profondità della psiche dove, continua Hillman, “quella zona gelata della nostra natura assolve una funzione nell’anima.” Questo sarà possibile solo se la formazione riuscirà a stracciarsi le vesti del suo narcisismo cattedratico che vuole vedere l’allievo solo come un mezzo per soddisfare i suoi desideri di rispecchiamento gratificatorio, solo se ciascun didatta avrà il coraggio di scendere dalle alte vette e si denuderà vestendo gli abiti adatti per accompagnare ciascun allievo nelle profondità del mondo infero per fornirgli in questo impietoso confronto gli abiti adatti per affrontare il prepotente gelo dell’inguaribilità, della psicopatia, dell’immobilità, dell’immodificabilità e della stagnazione, molti modi per indicare poi l’angosciante confronto con la morte.

Sempre ne “Il sogno e il mondo infero”, più avanti scrive Hillman:” Il freddo glaciale-la psicopatia, la paranoia, la catatonia-non è mancanza di sentimento o un sentimento cattivo, ma un genere di sentimento tutto a sé. Caino, Giuda e Lucifero sono al di là del calore umano e delle tecniche psicologiche che implicano la partecipazione del cuore. Come se l’umanesimo fosse in grado di ricostruire il globo in modo tale che tutta l’umanità possa vivere nel tiepido equilibrio delle zone temperate. Caino, Giuda e Lucifero non sono tiepidi, non sono temperati; hanno un altro genere di cuore. Il gelido abisso dell’Ombra del cristianesimo è un regno di fondamentale importanza, che non si può raggiungere con il cuore sanguinante del cristianesimo. Un approccio archetipico a questa zona segue la massima omeopatica: similia similibus curantur.

La nekya che conduce nel gelo infernale richiede freddezza. Se qualche connessione deve farsi, dobbiamo essere in grado di operare con la crudeltà propria agli estremi del ghiaccio stesso. Possiamo incontrare Caino, Giuda e Lucifero attraverso la consapevolezza del nostro desiderio di essere falsi o di tradire, di uccidere nostro fratello e di uccidere noi stessi; grazie alla consapevolezza che il nostro bacio ha in sé la morte, e che c’è una parte dell’anima che vuol vivere reietta per sempre dalla compagnia umana e celeste.

Questi desideri che non cercano redenzione e che hanno abbandonato ogni speranza si agitano anche nel cuore del terapeuta-non ci sono soltanto la sua carità e la sua fede. Questi desideri da Nono Cerchio conferiscono quel freddo occhio psicologico che vede tutte le cose dal di sotto , come immagini prese nei loro cerchi, un occhio che brilla delle inumane intuizioni di Lucifero, portatore di luce.” Perché la formazione possa trasmettere all’allievo la necessaria capacità di sopportare l’inferno dell’Anima deve ridimensionare, quindi, il suo clima troppo temperato, l’atmosfera da sala da thè delle sue aule, troppo smielata e seduttiva e deve recuperare in sé la necessaria freddezza e la sufficiente consapevolezza dei suoi limiti e delle sue ombre incombenti.

Per concludere vorrei infine aggiungere che la formazione, così come la psicoterapia, dovrebbe prestare molta attenzione all’allievo, alle sue differenze individuali, dovrebbe quindi adeguarsi a queste perché ciascun allievo possa essere fattivamente aiutato a tirar fuori le sue potenzialità e il suo stile personale: la formazione per prima dovrebbe, infatti, essere in grado di sopportare ciò che si differenzia dai suoi canoni a volte troppo pretenziosi e pregiudiziali e dovrebbe invece adeguarsi alle esigenze dell’individuo che avrebbe la possibilità così di potersi riconoscere, di sentirsi rispettato e di potersi confrontare, anche dopo l’analisi personale, con i suoi aspetti più irriducibili e inguaribili.

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