Psicologia del benessere

Anestetizzare la nostra emotività non servirà ad essere felici

15 Settembre 2015

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Siamo proprio sicuri che il modo migliore per affrontare la vita e le difficoltà che incontriamo sia quello di avere “sangue freddo” e quindi anestetizzare la nostra emotività?

Spesso sento genitori incoraggiare i figli dicendo “non bisogna aver paura”, mariti dire alle mogli “non devi rimanerci male, sei troppo sensibile”, persone rivolgersi ai loro compagni dicendo “che ti arrabbi a fare?”Come se il miglior consiglio da dare per affrontare qualunque situazione sia “evita di provare emozioni, perché fanno male”. Sentire il dolore provocato da un’emozione nelle persone a noi care, amplifica in noi quel dolore, ci fa sentire impotenti, inutili e quindi la reazione inconscia è cancellare la fonte del dolore.
Le emozioni sono quella parte di noi più antica, che ci aiuta da millenni a sopravvivere,  percependo il pericolo. Ci assistono nell’instaurare relazioni, nel raggiungere gli obbiettivi, nel superare le difficoltà. Oggi non riusciamo ad accorgerci del lavoro immenso che la nostra parte emotiva svolge per noi, siamo tutti più predisposti a vedere i risultati, piuttosto che i modi per raggiungerlo. Eppure quello che fa la differenza tra una persona felice ed una no, non è quanto oro abbia accumulato, quanto in alto sia arrivata, piuttosto, quanto sia stata presente a se stessa nel processo che gli ha permesso di raggiungere la  meta e, quindi, quanto in ogni suo passo, sia stata in contatto con le proprie emozioni, ma anche quanto sia riuscita a condividere con persone per lei significative, quanto si sia sentita accolta nel raccontare la propria rabbia, tristezza, delusione, gioia, speranza, paura…
Il modo migliore per avvicinarci al mondo emotivo dell’altro, è provare a sentire, ciò che ci dice, con il nostro orecchio emotivo. Solo così possiamo incoraggiare un bambino spaventato od ansioso per il primo giorno di scuola: “cosa ti spaventa? Sai che anche io da piccola avevo paura di…” questo modo di parlare delle emozioni, permette di poter affrontare le paure.
Solo così possiamo consolare la moglie rattristata dopo un litigio con una persona importante, perché la sensibilità è un dono per noi e per gli altri, che ci aiuta a “sentire” e quindi a poterci difendere, a poter superare un’empasse. Solo con il nostro orecchio emotivo possiamo entrare in empatia con la rabbia di un uomo, che sente di aver fallito, di essere stato sconfitto…

Una volta un ginecologo, mentre la paziente aveva iniziato il travaglio in sala parto, cercava di rassicurare la madre della donna, preoccupata per la sofferenza della figlia, dicendole “signora questa non è sofferenza. Il dolore che prova ora sua figlia la aiuterà a dar vita a suo nipote. È un dolore necessario, che indicherà al corpo il modo migliore per partorire, lei può solo starle vicino ed incoraggiarla, ascoltando le sue urla. L’alternativa qual è: l’anestetizziamo?
Così è per le emozioni: se noi sappiamo ascoltarle, ci indicano il modo migliore per affrontare la vita, anche gli eventi più difficili. Se noi invece ci anestetizziamo, rischiamo di non sapere più quali siano le scelte migliori da fare, e avremmo bisogno di qualcuno che operi su di noi, o che ci aiuti a dar vita al nostro futuro.
 

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