Psicologia del benessere

Le 11 credenze top contro lo psicologo

Dott. Emilio Gerboni contattami

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Nonostante gli anni siano passati e la cultura psicologica continui a crescere e svilupparsi, ancora troppo spesso si sente dire “no! io allo psicologo non ci credo! Fossi pazzo!”
Cosa si nasconde dietro questa e altre affermazioni? Quale infida catena di credenze condizionate dall’ambiente dove respiriamo o abbiamo respirato lavora a nostra insaputa?

un consiglio per la lettura: invece di leggere tutto il testo,potete decidere di andare direttamente alla ricerca della vostra/e personale credenza/e contro lo psicologo.

Vediamo insieme quali sono le 11 credenze top contro lo psicologo:

1- “io non ho problemi sono gli altri che ce li hanno”

Il mondo è pieno di pazzi dal nostro punto di vista. I pazzi sono tutti quelli che ragionano diversamente da come ragioniamo noi, che fanno cose che noi non faremmo mai e pensano cose che noi non penseremmo mai. Poi quando il comportamento di questi pazzi va a nostro danno, riteniamo che siano loro a dover modificare il loro comportamento e non noi, come se chiedere aiuto per difenderci fosse quasi una ulteriore beffa. Ma chi è che deve chiedere aiuto:
colui che trova giovamento dai danni inflitti o il danneggiato? Imparare a gestire e tutelarci dai comportamenti degli altri, capire come noi siamo delle volte capaci di innescare determinati comportamenti, è un aspetto fondamentale per il nostro benessere. Non possiamo aspettare che siano gli altri a cambiare perché, seppure fosse, di altri ce ne saranno sempre di nuovi. In fin dei conti, le persone si comportano con noi come noi le educhiamo a comportarsi e, non sempre, è impresa facile.

Ma anche una volta compreso che forse non siano gli altri il problema si può sempre ritenere che…

2- “ce la faccio da solo, chiedere aiuto vuol dire arrendersi ed essere sconfitti”

Quando si ha una difficoltà o un problema provare a trovare una soluzione da soli va benissimo, ma in caso di fallimenti ripetuti, intestardirsi diventa patologico oltre a generare depressione. Ragioniamo sul fatto che probabilmente questa concezione sia il frutto malato del concetto megalomane e falso del self-made-man, l’uomo che si fa da solo senza l’aiuto di nessuno e che chiedere aiuto sia un segno di debolezza e fallimento.
Allora facciamo così, smettiamola di chiedere aiuto a chiunque in qualsiasi situazione e diventiamo auto-didatti di tutto, altrimenti non saremmo che mezzi uomini o mezze donne. Sarà forse per questo che la maggior parte delle persone che si rivolgono ad uno psicologo sono donne?
Non perché siano più “malate”, tutt’altro, ma soprattutto perché la presunta debolezza e fragilità sono tratti culturalmente considerati femminili (nel senso che le donne possono permettersi di esprimerle). Le cose stanno diversamente: la vera forza sta proprio nel dichiarare le proprie fragilità in primis a se stessi ed è anche il primo passo per rendere delle fragilità dei punti di forza e di orgoglio.
Il fai-da-te va bene come hobby quando si ha tempo a disposizione, ma spesso i risultati non sono proprio gli stessi di quelli ottenuti dai professionisti.
In ultimo ma non per importanza, perché farcela da soli per prove ed errori con molto tempo e molta fatica se esiste una autostrada che accelera il percorso attraverso la guida di un esperto? Il merito sarà sempre di chi avrà compiuto i passi. Infatti a differenza di altre problematiche completamente delegabili, i problemi psicologici si possono superare solo in prima persona, nessun può farlo al posto nostro.

Accettata di buon grado l’idea di un possibile aiuto esterno rimane l’idea che forse tanto veloce non sarà perché….

3- “andare dallo psicologo vuol dire intraprendere un percorso lungo anni, faticoso e tortuoso di carattere iniziatico”

Questo modo di pensare ha tratto grande linfa dalla divulgazione e, in alcuni casi della distorsione, di alcune dei presupposti della psicoanalisi e degli approcci psicodinamici oltre che da alcuni sviluppi della teoria della complessità. Se è vero che qualche approccio psicologico condivide questo presupposto, è pur vero che chi la pensa così dovrebbe essere almeno in grado di rispondere al seguente quesito: quale dovrebbe essere l’obiettivo da raggiungere alla fine di questo percorso?
Non sarebbe male poi spiegare perché il risultato, il frutto della terapia, debba essere visto solo alla sua eventuale maturazione, per scoprire poi esattamente di che frutto si tratti, e non sia invece possibile vederlo maturare gradualmente lungo il percorso. Infine è lecito chiedersi chi voglia vedere questo frutto del mistero: il cliente o il terapeuta? Se la risposta è la seconda fatevi pagare dal terapeuta se è tanto desideroso di vedere un frutto che a voi non interessa vedere. Esistono, al contrario, approcci terapeutici a termine con una programmazione ben delineata e breve nelle tempistiche per il raggiungimento dei risultati concordati.

Seppure si accetti che essere aiutati non sia in sé per sé una sconfitta e che posso essere una via più rapida rimane da pensare che rivolgersi al…..

4- “lo psicologo è per poveri, disperati e sfigati”

Lo psicologo privato attualmente, dal mio punto di vista limitato, è un servizio principalmente per privilegiati e persone evolute. Solitamente è richiesto a livello privato da persone per la maggioranza dei casi culturalmente di livello medio/alto e questo, non solo per un fatto di costi, ma anche di mentalità come sto evidenziando in questo articolo. Pensiamo anche che la possibilità di essere realmente “sfigati” in una specifica area della vita, ad esempio le relazioni sentimentali, non voglia dire che non sia possibile avere aree di eccellenza. Inoltre, almeno nella mia esperienza, la sensibilità e l’intelligenza delle persone che richiedono i miei servizi è decisamente sopra la media. Semmai poveri, disperati e sfigati lo si diventa e lo si rimane proprio perché non ci si fa aiutare da chi è specializzato tecnicamente nella problematica nella quale si è coinvolti e dalla quale non si riesca ad uscire.

Tuttavia potremmo ancora avere le idee poco chiare sulla gravità del problema che serve per arrivare dallo psicologo pensando che….

5- “Per andare dallo psicologo bisogna essere incapaci di intendere e di volere”

Ma se non intendessi e non volessi non potrei decidere di andarci! Questa è un’idea tanto insidiosa quanto errata. Probabilmente è proprio per questo tipo di pensiero che alcuni arrivano dallo psicologo quando ormai non hanno scelta, portati di forza proprio quando sono incapaci di intendere e di volere. Infatti una difficoltà che non venga gestita adeguatamente si trasforma in un problema ed un problema in patologia cronica. Pensiamo ad una carie lasciata a se stessa. In base alla precocità o meno dell’intervento si modificherà il livello di facilità dell’intervento stesso, la riduzione del danno e delle conseguenze negative effetto del cattivo trattamento o dell’aver ignorato la difficoltà iniziale.

E va bene, andiamo pure ad uno stadio iniziale del problema ma poi……

6- “se vado dallo psicologo mi dovrò aprire completamente”

Questa credenza ha radice probabilmente a partire dal retaggio della religione cristiana. E’ l’idea del confessore a cui raccontare le proprie colpe e miserie per avere il perdono dopo aver espiato pagando con qualche forma di sacrificio. Inoltre è ancorata al pensiero, senza fondamenta, secondo il quale per poter intervenire efficacemente su un problema complesso sia richiesta una conoscenza completa e profonda di tutta la sua storia nei dettagli specie se più morbosi. Se confondere l’intervento di uno psicologo con quello di un prete non fa giustizia a entrambe le categorie, la seconda idea è altrettanto pericolosa in quanto implica una raccolta di informazioni il più delle volte inutile e che non fa che rendere lento e nebuloso il processo terapeutico, invece che chiarire meglio la direzione da prendere. Inoltre sarà sempre la persona a poter decidere cosa dire o non dire in base al grado di fiducia che il professionista sarà stato capace di costruire.

Diciamo che riesca a risolvere il mio problema dando le informazioni essenziali e niente di più ma poi……….

7- “ non sarò più spontaneo”

Un’altra spaventosa idea è il mito costruito attorno all’idea della spontaneità. Accettare questa idea, senza definire cosa esattamente sia la spontaneità, sarebbe come dire che se sono spontaneamente malato e sofferente è preferibile rispetto all’essere sano e felice ma non più spontaneo. Ecco che questa idea crolla di colpo. Inoltre nasconde il presupposto falso che si venga spinti in terapia a cambiare aspetti della propria personalità che non si desidera modificare. Nessun terapeuta sarà mai in grado di farvi diventare un’altra persona se non aiutarvi ad esprimere meglio quello che siete già.

Va bene, sarò sempre me stesso, ma potrei andare per una cosina che ritengo da poco e………

8- “se vado dallo psicologo potrei scoprire di essere pazzo”

La etichette non piacciono a nessuno, specie se negative, e sono anche molto dannose. Ma se invece che pensare ad un’etichetta diagnostica ragionassimo nei termini di una definizione chiara del funzionamento di un problema che vi trovate ad affrontare, come nel mio modo di lavorare, le cose penso che cambierebbero parecchio. In ogni caso, se foste “pazzi” (qualsiasi significato attribuiate a questa parola) allora mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi non sarebbe di grande aiuto comunque, ma anzi vi impedirebbe di sapere che cosa potreste farci. Anche in questo caso per evitare di essere giudicati pazzi si farebbe finta di niente di fronte ad un problema e a potenziali aree di miglioramento, lasciando maturare un problema o permettendo ad una possibile incapacità di dilagare in una falla enorme. Ovviamente se una persona si sente bene, l’unico motivo per rivolgersi ad uno specialista sarebbe quello di raggiungere traguardi più elevati che lo aiuterebbero ad evitare la trappola oscura dell’autocompiacimento.

Ma in fondo si potrebbe preferire di non migliorare, perché non c’è niente di peggio che…..

8bis- “Aiuto adesso vengo psicanalizzato!”

Questa sub-credenza rimanda al già citato concetto di etichetta e evoca l’infausto incontro, specie in situazioni pubbliche, con uno psicologo. Vi sarà forse capitata la sventura di averne incontrato qualcuno lungo la propria strada. Non appena lo si viene a sapere si viene travolti da un turbine di tensione che irrigidisce e terrorizza, al pensiero che egli vi stia analizzando e giudicando alla ricerca di problemi patologici e colpe. In primo luogo bisogna dire che il termine “psicanalizzare” si riferisce al metodo della psicanalisi ed è inappropriato per tutti gli altri approcci psicologici. In secondo luogo, sarete d’accordo con me sul fatto che sia inevitabile giudicare gli altri, tutti lo facciamo attraverso le particolari lenti della nostra esperienza. Il compito specifico dello psicologo, specie quando è nel suo studio, non è quello di giudicare ed emanare sentenze bensì quello di aiutare a superare delle difficoltà e dei problemi. Inoltre i limiti di tolleranza e comprensione di comportamenti strani, anche nel privato, sono molto più ampi rispetto a quelli della maggior parte delle persone. Preoccupatevi più del giudizio delle persone a voi vicine, solitamente sono i più cattivi e non esplicitati verbalmente.

Bene superato il rischio di essere giudicati rimane però il fatto che…

9- “potrei essere manipolato contro la mia volontà”

Questa idea, in parte, è ragionevole. Se si subisce l’influenza di una persona che ha l’autorità per dare indicazioni anche quando vanno palesemente contro se stessi, in particolare contro i propri valori, senza peraltro essere in grado di opporsi, il rischio di manipolazione è reale. Questo può capitare nella buona fede dello specialista che è (troppo) convinto di fare il bene del suo assistito. Per tutelarsi da questa possibilità la soluzione è di chiedere un consulto con più specialisti possibilmente referenziati, essere informati sul funzionamento della terapia e chiarire fin dal primo incontro le regole della terapia, con lasciandosi la possibilità di decidere di sospenderla qualora i risultati accordati insieme non fossero raggiunti. L’essere facilmente manipolabili è in sè un problema e, in ogni caso, se si avesse tale problema non ci si rivolgerebbe di certo ad un dentista. Se si desiderasse imparare ad essere più fermi nelle proprie posizioni lo psicologo sarebbe lo specialista adatto.

A questo punto, superati tutti questi timori, eliminati i pregiudizi personali potrebbe rimanere il fatto che………….

10- “se vado dallo psicologo gli altri penseranno che sono pazzo”

Anche questa idea mi tocca ammettere che sia ragionevole. Lo stigma sociale è un prodotto del proprio pregiudizio sommato con quello delle altre persone che ci credono e che poi magari vanno dallo psicologo senza dichiararlo. Ma se voi, andando da uno psicologo, vi scopriste a sentirvi meglio, più sicuri, consapevoli e in controllo, più gioviali, più leggeri e con un problema in meno, forse gli altri penserebbero che non siete poi così pazzi. Invece di nascondere sotto il materasso i personali turbamenti facendo come se non ci fossero, forse andare dallo psicologo potrebbe essere lentamente considerata una pratica altrettanto salutare e quotidiana per trovare soluzione alle proprie difficoltà, alle inevitabili conflittualità psicologiche e relazionali, come è ritenuto salutare e normale andare in palestra, alle terme, da un’estetista o da un medico. Inoltre chiunque, visto da un punto di vista diverso dal nostro, proprio perché vive secondo modalità che sono diverse dalle nostre e che non comprendiamo, può essere considerato pazzo dal nostro punto di vista. Fregarsene di essere considerati pazzi sarebbe sicuramente un obiettivo interessante su cui lavorare.

Va bene, ma forse nonostante tutto il risultato che mi piacerebbe ottenere è un obiettivo impossibile perché….

11 - "Io sono fatto così. Cambiare è impossibile. La personalità è un fattore ereditario”

In realtà è il cambiamento che è inevitabile ma va canalizzato nella giusta direzione. Spesso gli obiettivi terapeutici non riguardano la personalità ma specifiche problematiche che impediscono di vivere pienamente la vita, come attacchi di panico, disturbi alimentari, stati depressivi o conflitti relazionali privati o lavorativi. Ma parlando anche di fattori immodificabili resta il problema di costruire un buon rapporto con ciò che è immodificabile.
Chi ha malattie croniche, difetti fisici non modificabili attraverso chirurgia estetica e aspetti del carattere troppo strutturati nel tempo non può fare altro che modificare le sue opinioni su qualcosa che è un dato di fatto per vedere da una prospettiva diversa, più proficua e salutare.

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