Una spirale di bias. Perché alcune convinzioni diventano così difficili da mettere in discussione

Ci facciamo un’idea sorprendentemente presto. Persone, atteggiamenti, intenzioni, relazioni e persino sentimenti che immaginiamo provino gli altri. Talvolta anche sullo stato delle cose o su ciò che pensiamo possa accadere. Facciamo inferenze sul mondo, pensiamo a conseguenze più o meno certe concentrandoci su quelle che riteniamo esserne le cause, stimiamo il futuro più probabile e immaginiamo degli scenari. E quando il futuro è già passato, ne ricostruiamo le cause che con il senno di poi ci sembrano ovvie (talvolta illudendo noi stessi di averci già pensato).

Non sempre ci affidiamo a un'idea perché è evidente o dimostrabile. A volte basta un’impressione iniziale, un episodio che ci colpisce più di altri o una sensazione, difficile da definire, che ci fa apparire una circostanza abbastanza familiare.

Da quel momento può iniziare a succedere qualcosa di curioso. Alcuni comportamenti iniziano a sembrarci conferme di quell’impressione iniziale. Certi dettagli acquistano più peso, altri sembrano passare quasi inosservati. Dopo un po’, potremmo perfino ritrovarci a pensare:

“In fondo l’avevo capito subito.”

Siamo davvero certi di stare osservando persone, relazioni o situazioni nella loro complessità? Oppure stiamo leggendo la realtà attraverso un'interpretazione costruita che, nel tempo, si è semplicemente e progressivamente consolidata?

Nel precedente articolo abbiamo visto il ruolo del bias di ancoraggio, cioè la tendenza ad attribuire un peso eccessivo ai primi riferimenti disponibili quando interpretiamo persone, situazioni o prendiamo decisioni. Tuttavia, raramente un bias agisce da solo: diversi meccanismi cognitivi tendono a intrecciarsi e rafforzarsi reciprocamente, costruendo ciò che potremmo definire una spirale di bias.

Tutto può iniziare da una prima esperienza e dall’interpretazione che le diamo. A quel punto entra in gioco il bias di ancoraggio: la prima impressione, l'interpretazione o il significato attribuito, diventa un punto di riferimento per esperienze successive.

Se alcuni episodi sembrano coerenti con quell’idea iniziale, può emergere un secondo fenomeno: la cosiddetta legge dei piccoli numeri, cioè la tendenza a considerare poche esperienze come sufficienti per formulare conclusioni più generali. Due o tre episodi possono apparirci già abbastanza per dire:

“Questa persona è fatta così.”
“Questo ambiente funziona in questo modo.”
“Io non sono portato per questa mansione o attività.”

A questo punto può insinuarsi qualcosa di ancora più sottile: iniziamo inconsapevolmente a comportarci come se avessimo già abbastanza elementi per comprendere la situazione. Potremmo chiamarla un’assunzione implicita di mondo chiuso: consideriamo ciò che sappiamo come se fosse tutto ciò che basta sapere.

Se pensiamo di avere già compreso il quadro generale, diventa più facile attivare un bias di conferma: tendiamo a notare soprattutto informazioni coerenti con ciò che già crediamo, mentre segnali dissonanti o contrari rischiano di passare in secondo piano.

Naturalmente non smettiamo mai del tutto di modificare le nostre opinioni. Ma spesso entra in gioco quello che i modelli del giudizio e della decisione descrivono come aggiustamento: ci correggiamo ma, forse per paura o per non rimanere disorientati, tendiamo a mantenere scostamenti minimi, restando il più possibile vicini all’idea iniziale.

Questo susseguirsi di meccanismi può produrre nel tempo una valutazione fallace della situazione. Non necessariamente sbagliata nel suo insieme, ma progressivamente rigida, parziale o distorta.

È qui che possono emergere decisioni poco funzionali: rinunciare a un’opportunità, compromettere una relazione, confermare stereotipi su gruppi di persone o consolidare convinzioni limitanti su se stessi.

Il punto importante è che queste valutazioni finiscono spesso per produrre nuove esperienze che, paradossalmente, portano a confermare ciò da cui eravamo partiti.

La spirale, così, tende a rafforzarsi.

Naturalmente, ciò non significa che le prime impressioni siano sempre sbagliate o che ogni convinzione sia infondata. Possiamo cogliere aspetti plausibili di una situazione fin dall’inizio. Il problema è un altro: quanto siamo realmente disposti a mettere alla prova le nostre interpretazioni iniziali?

Forse il rischio più sottile consiste proprio nel presupporre di avere già a disposizione tutto ciò che c’è da sapere.

Piccolo esercizio di verifica:

  • Osservando una situazione attuale, quanto dell’interpretazione che le sto dando è il risultato di esperienze passate?
  • Il numero di esperienze passate simili è abbastanza significativo da giustificare l’idea che mi sono fatto oppure c’è un minimo margine per vederla diversamente?
  • Quali elementi potrebbero davvero mettere in discussione ciò che penso?

La spirale dei bias probabilmente non può essere eliminata del tutto. Ma imparare a riconoscere quando le nostre interpretazioni iniziano a irrigidirsi può rappresentare un primo passo per osservare persone, situazioni e persino noi stessi in un modo più aperto e meno automatico.

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