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Le terapie brevi vengono sempre più valorizzate anche da chi è preparato per terapie che, come la psicoanalisi, tendono a cambiare la personalità nel suo complesso, partendo dal presupposto che se non si modifica la causa profonda del malessere alla eliminazione di un sintomo, seguirà sempre la comparsa di un altro sintomo, poiché il malessere in qualche modo deve esprimersi.
Senza negare la verità contenuta in questa affermazione bisogna poi constatare che le terapie brevi stanno acquistando sempre maggior importanza e la loro utilità viene sempre più riconosciuta. In fondo non è difficile capire il perché.
Innanzitutto non è ammissibile che se una persona non può per motivi oggettivi essere seguita a lungo non debba perciò essere ascoltata e seguita anche se per poco tempo; così nelle emergenze come i disastri ambientali ad esempio o nel caso di lavori come l’assistente di volo che rendono impossibile sedute regolari.
Le terapie brevi inoltre hanno il merito di rendere più flessibile il comportamento del terapeuta perché nascono anche per riuscire a intervenire nelle situazioni più imprevedibili. Nell’ambito della psicoanalisi è stato necessario l’esempio di grandi psicoanalisti come D.Winnicott e C.G. Jung, che in certi casi hanno offerto un tè ai pazienti, per superare la rigidità inizialmente prevista nell’idea del terapeuta come specchio impassibile, che si limita a riflettere e accogliere le emozioni del paziente.
Ma oltre a consentire di arricchire le strategie terapeutiche le terapie brevi hanno un valore in sé; infatti possono essere sia l’unico intervento possibile, come nei casi accennati prima, sia un intervento risolutivo quando non è necessario intervenire sulla personalità nel suo complesso, sia un primo passo, una prima fase per un intervento più lungo che la persona non è ancora pronta ad affrontare.

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