Quando fare bene non è mai abbastanza: il lato nascosto del perfezionismo
Capita ad alcuni di noi di raggiungere un buon risultato senza provare particolare soddisfazione, concentrandosi piuttosto su ciò che avremmo potuto fare meglio, su ciò in cui non siamo stati abbastanza o sul prossimo obiettivo da raggiungere
Invece di sentirci soddisfatti, la nostra mente si concentra quasi immediatamente su ciò che non è andato perfettamente, e allora pensiamo “avrei dovuto fare meglio, quella parte non era abbastanza curata, lì ho commesso un errore, la prossima volta dovrò fare di più.”
Se ti riconosci in questo modo di pensare, potresti riconoscere alcuni tratti del perfezionismo.
Il perfezionismo può aiutarti a fare bene le cose, ma può anche rendere molto difficile sentirti davvero soddisfatto di ciò che fai.
Quando fare bene non basta mai
Essere precisi, ambiziosi e attenti alla qualità del proprio lavoro non è necessariamente un problema, anzi, sono caratteristiche che possono rappresentare importanti risorse.
La difficoltà può emergere quando lo standard che ci imponiamo diventa così elevato da rendere difficile sentirsi soddisfatti di ciò che facciamo. Il risultato raggiunto viene rapidamente dato per scontato e quello che manca, invece, continua ad attirare la nostra attenzione.
È come se la mente fosse programmata per individuare continuamente ciò che può essere migliorato. Un obiettivo viene raggiunto e, quasi immediatamente, ne compare un altro, una prestazione è stata positiva, ma avrebbe potuto essere migliore, un progetto è stato apprezzato, ma noi ricordiamo soprattutto quella piccola imperfezione.
La nostra mente si abitua a spostare continuamente il traguardo un po più avanti, e quando il traguardo si sposta continuamente, non esiste più un momento nel quale possiamo sentirci davvero arrivati.
Il perfezionismo non è semplicemente “voler fare bene”
Il perfezionismo può assumere forme diverse.
Può riguardare il lavoro, lo studio, l'aspetto fisico, le relazioni, il modo in cui ci comportiamo con gli altri o il modo in cui pensiamo di dover essere.
In alcuni casi riguarda soprattutto la prestazione, in altri riguarda il modo in cui ci relazioniamo agli altri
In entrambi i casi può esserci una caratteristica comune: la sensazione che esista un modo corretto di essere e che non raggiungerlo abbia conseguenze importanti sul nostro valore personale.
Quando l'errore diventa qualcosa di più di un errore
Tutti possiamo sbagliare, ma la differenza può stare nel significato che attribuiamo all'errore.
“Ho commesso un errore” è molto diverso da ”Ho commesso un errore, quindi non sono abbastanza competente”
Nel primo caso stiamo descrivendo qualcosa che abbiamo fatto. Nel secondo stiamo trasformando ciò che abbiamo fatto in un giudizio su ciò che siamo.
Ed è proprio questo passaggio che può rendere il perfezionismo particolarmente faticoso, un risultato inferiore alle aspettative può trasformarsi in un giudizio severo su sé stessi, e diventare una conferma delle proprie insicurezze.
Quando la prestazione diventa una misura del nostro valore, ogni errore acquista un peso enorme: non rischiamo più soltanto di sbagliare qualcosa, rischiamo di sentirci “sbagliati”.
E allora non è più soltanto in gioco il risultato, entra in gioco anche il modo in cui ci sentiamo rispetto a noi stessi e lo stato emotivo con cui affrontiamo la prossima sfida.
Se tengo tutto sotto controllo, eviterò di sbagliare
Il perfezionismo diventa allora una strategia per evitare di confrontarci con questi giudizi severi su noi stessi e con le emozioni negative che ne derivano.
Controllare più volte un documento, rileggere una mail prima di inviarla, prepararsi molto più del necessario per un esame, un colloquio o una presentazione sono comportamenti che possono dare inizialmente una sensazione di sicurezza.
Più sentiamo questa paura di sbagliare, più il nostro bisogno di riprendere il controllo diventa forte, alimentando un circolo vizioso senza fine: più controllo → maggiore sicurezza momentanea → maggiore paura di perdere il controllo → ancora più controllo.
Il perfezionismo inoltre può alimentare anche la procrastinazione.
Potrebbe sembrare un paradosso, una persona che vuole fare tutto perfettamente dovrebbe essere estremamente produttiva, ma non sempre è così.
A volte proprio la necessità di fare le cose molto bene rende difficile iniziarle, portarle avanti o persino concluderle.
Il perfezionismo può sembrare una spinta alla prestazione, ma a volte produce l'effetto opposto, rende difficile persino iniziare.
Il costo invisibile del perfezionismo
Il perfezionismo può essere difficile da riconoscere anche perché, dall'esterno, spesso appare solo come una qualità.
Una persona perfezionista può essere molto affidabile, ottenere risultati eccellenti, essere quella su cui tutti fanno affidamento, avere una carriera di successo, apparire sicura di sé.
Ma dietro questi risultati può esserci un costo che gli altri non vedono, ossia la difficoltà a rilassarsi, il bisogno di controllare, la paura di sbagliare, il confronto continuo con gli altri, la sensazione di non fare mai abbastanza, il non sentirsi mai soddisfatto.
Il punto non è smettere di voler fare bene o rendere una persona meno ambiziosa, meno precisa o meno orientata al risultato.
Lo scopo è poter scegliere quando vale davvero la pena fare di più e quando invece è possibile fermarsi, poter riconoscere un buon risultato senza dover aggiungere immediatamente un “però”, poter accettare che alcune cose siano semplicemente sufficientemente buone, quello che a volte viene chiamato l'Imperfetto Efficace.
E, soprattutto, poter costruire una percezione del proprio valore che non dipenda continuamente dall'ultima prestazione.
Quando può essere utile parlarne?
Il perfezionismo può diventare particolarmente faticoso quando è associato ad ansia, forte autocritica, difficoltà a rilassarsi, procrastinazione, insonnia, stress o una costante sensazione di inadeguatezza.
In questi casi parlarne può aiutare a comprendere meglio che cosa c'è dietro il bisogno di essere perfetti. Quali aspettative ci siamo imposti? Che cosa temiamo possa accadere se sbagliamo? Da dove nasce la necessità di essere sempre all'altezza?”
Comprendere questi meccanismi può permettere di sviluppare un rapporto più flessibile con gli errori, le aspettative e la propria prestazione.
Perché forse l'obiettivo non è smettere di fare bene, è poter fare bene senza avere continuamente bisogno di dimostrare di essere abbastanza. mi sistemi solamente l apostrofi
Se ti riconosci in queste dinamiche e senti che stanno iniziando a pesare sul tuo benessere, sul lavoro o sulle tue relazioni, parlarne con uno psicologo può essere un primo passo per comprenderle e affrontarle.
Se desideri approfondire, puoi contattarmi per un primo colloquio: [email protected]
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