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La semina: tra attesa ed aspettativa

16 Settembre 2019

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Nonna cosa significava per te la semina?”

“La semina del grano, era un momento magico. Si faceva soprattutto nel mese di Ottobre o al massimo inizio Novembre. Era una famiglia numerosa la nostra e mio papà seminava a mano aiutadosi con la zappa. Non avevamo una macchina seminatrice per accelerare il lavoro, si usava l'aratro trainato dai buoi che non andava tanto in profondità.”

“E poi? Cosa si faceva?”

“Con l’aratura si mescolava il terreno, si sminuzzava, e si concimava con il letame accumulato nella concimaia durante l’anno”; le varietà di grano tenero che si seminavano erano principalmente Mentana e Damiano”.

“In che mese si raccoglieva il grano?”

“Il grano si iniziava a raccogliere verso la metà di Giugno quando era di un bel giallo oro. Noi lo raccoglievamo a mano aiutandoci con la falce, per mietere manualmente occorrevano molte persone che procedevano insieme”.

“E poi come veniva utilizzato?”

“Il grano si portava dal mugnaio, una parte si vendeva, una quantità si macinava e si prendeva la farina per fare il pane o altro, oppure serviva per nutrire il bestiame insieme alla crusca”.

 

Ho scelto le parole della semplicità vestite di una passione oltrepassata e con indosso le scarpe della tradizione per iniziare a raccontare i tanti significati della semina; penso ad essa come ad un’attesa, un aspettare vissuto nel presente ma proiettato nel futuro. Un’attesa piena di aspettative perchè la buona riuscita di quell’azione significava avere da mangiare per la famiglia intera, per il bestiame e per ricavare qualche soldo. Non poteva avere un esito negativo, il risultato doveva essere quantitavamente importante. Tutti si erano impegnati affinchè questo accadesse: i contadini, i buoi,  e persino il terreno stesso; le aspettative in gioco erano tante e non potevano essere deluse.

L’attesa durava otto mesi circa e me la immagino come una costante della vita contadina che ogni anno aveva un inizio ed una fine ma che in quello successivo era pronta a ripresentarsi. Era come una forza che irrompeva in maniera prepotente e senza chiedere permesso invadeva ogni angolo, ogni spazio, ogni giorno di quella semplice vita. I giorni passavano e con loro i mesi ma i corpi, le menti e lo stato d’animo erano in attesa.

Un corpo che attende trepida, è dinamico, impaziente, palpitante, è ansioso nel senso positivo del termine, ha un’attivazione che fisiologicamente rende attenti, svegli e concentrati. L’attesa mette la persona nella condizione di non muoversi, di avere pazienza e saper aspettare non in maniera passiva e rassegnata ma adottando un atteggiamento costruttivo.

La semina inevitabilmente profuma di aspettative che portano alla costruzione di immagini interiori, di qualcosa che in maniera inconsapevole anticipa i tempi. Le idee e le immagini tendono a produrre atteggiamenti e stati emotivi ad essi associate; quando si immagina si crea l’aspettativa che qualcosa accada, l’individuo si attiva verso la realizzazione di ciò che ha immaginato. La semina implica questo passaggio, è impossibile pensare che sia un gesto privo di significato o fine a sé stesso; si semina per raccogliere, si semina per dar vita a ciò che si è voluto, sudato e desiderato, si semina per cercare di sentire tra le mani la fatica, si semina per dar voce a ciò che gli altri si aspettano da te, si semina con la consapevolezza che qualcosa può andare per il verso sbagliato, perchè d’inverno la neve può proteggere anche il terreno ma non troppo a lungo e con temperature molto sotto allo zero. Ed è proprio in quel momento che ci si ritrova a fare i conti con la rabbia, il rancore, la sofferenza, con l’aspettativa che non viene esaudita. E’ in quel momento che il germoglio deve ritrovare le sue forze e tornare a crescere, questa volta non per evitare la delusione di un’aspettativa disattesa ma semplicemente perchè il crescere dopo essere stato seminato fa parte del suo ciclo di vita oggettivamente appartenente alla realtà.

Un dato su cui vorrei soffermarmi nella conclusione di questi pensieri consiste nel considerare quanto nella nostra società post-moderna sia cambiata la concezione del tempo e la capacità di viverlo. La semina è totalmente affidata a mezzi agricoli che fanno risparmiare tempo, il terreno è esausto di concimi e di sostanze che accelerano il processo di maturazione dei prodotti, il clima non permette più di restare in quel lasso temporale di 8 mesi, ma tutto viene sempre anticipato o posticipato. La semina ha perso il suo valore intrinseco di gesto semplice e tradizionale, una folata di vento ha spazzato via l’odore e il profumo che cambiava di mese in mese, il rumore delle macchine agricole ha tolto alle mani il piacere di sfiorare le spighe. La nostra società ha accorciato se non annullato il tempo dell’attesa.

Tutto e subito, subito ed ora, ora o mai più. E che sia positivo il risultato, perchè questa volta non abbiamo il tempo di fare i conti con la frustrazione o l’amarezza di un’aspettativa disattesa. La semina è un’azione antica ma tremendamente attuale per il grande significato che racchiude; deve farci capire l’importanza di ritrovare la capacità di mettere in campo le nostre conoscenze e competenze in maniera fruttuosa e saper aspettare i risultati. Se si è ben seminato prima o poi arrivano e saranno molto più soddisfacenti di quelli che avevamo provato ad immaginare o forzare. E nel frattempo sapremo vivere come su un’altalena con i capelli al vento e i piedi che sfiorano le spighe dorate.

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