Quando un figlio entra nell’adolescenza molti genitori hanno la sensazione di perderlo un po’: parla meno, discute di più, gli amici diventano centrali e ciò che prima funzionava improvvisamente non basta più. Frasi che fino a poco tempo prima venivano accolte senza opposizione ora vengono messe in discussione; regole considerate naturali diventano oggetto di trattativa. Questo cambiamento può disorientare e, a tratti, ferire. Ma non è un errore educativo né una crisi del rapporto. È sviluppo.
Con l’adolescenza il ragazzo deve passare da “figlio” a “persona”. Non cambia solo il corpo: cambia il modo di pensare, di sentire, di interpretare il mondo. Inizia a interrogarsi su chi è, su cosa pensa davvero e su cosa vuole essere nel mondo. Lo psicologo Erik Erikson descriveva proprio questo come il compito principale dell’età: costruire la propria identità. Per farlo un ragazzo deve poter confrontare le idee ricevute con quelle che sente proprie, mettere alla prova valori e convinzioni, sperimentare appartenenze diverse. Questo inevitabilmente porta anche al disaccordo con i genitori, che non è segno di rottura ma di differenziazione.
In questa fase gli amici diventano fondamentali. Non perché la famiglia non sia più importante, ma perché il ragazzo ha bisogno di sperimentarsi senza il filtro protettivo degli adulti. Nei gruppi dei pari prova a capire quanto vale, quanto può fidarsi, come gestire la delusione, l’affetto, la gelosia, l’innamoramento. Già Robert Havighurst considerava queste esperienze un vero apprendimento sociale: si impara a stare al mondo stando con gli altri. Il gruppo diventa uno spazio di allenamento emotivo e relazionale, dove si testano ruoli e si misurano limiti.
Molti genitori soffrono quando arrivano la distanza e la privacy: meno racconti spontanei, più porta chiusa, più bisogno di autonomia. In realtà non è rifiuto affettivo. Lo psicoanalista Peter Blos parlava di una “seconda separazione”: per diventare adulto il ragazzo deve differenziarsi psicologicamente dai genitori. Deve poter dire “non la penso come voi” per capire davvero cosa pensa. Questo processo può assumere la forma di opposizione, silenzi, oscillazioni tra vicinanza e distacco. È un movimento necessario, non una dichiarazione di disamore.
Eppure, proprio mentre si allontana, ha ancora bisogno di loro. Secondo John Bowlby i genitori restano la “base sicura”: non più il centro esclusivo della vita quotidiana come nell’infanzia, ma il luogo emotivo in cui tornare quando qualcosa fa male o confonde. Spesso l’adolescente non chiede aiuto in anticipo; mette alla prova la solidità del legame osservando se quella disponibilità esiste davvero, anche quando lui sembra respingerla.
Anche gli errori hanno un valore. Cambiare gruppo, sbagliare valutazione, prendere una delusione amorosa o fare scelte poco efficaci fa parte della costruzione della personalità. James Marcia ha mostrato che l’identità più solida nasce dall’esplorazione e dall’assunzione di responsabilità, non dall’obbedienza perfetta. Un ragazzo può diventare responsabile solo se ha avuto lo spazio per provare a esserlo, misurandosi anche con le conseguenze delle proprie decisioni.
Per questo l’adolescenza non chiede ai genitori di farsi da parte, ma di cambiare posizione: meno guida direttiva, più presenza affidabile; meno controllo costante, più dialogo autentico. Significa porre limiti chiari ma spiegati, ascoltare senza giudicare immediatamente, tollerare il conflitto senza viverlo come una frattura definitiva. La fermezza può convivere con la comprensione, e l’autorevolezza con il rispetto reciproco.
In fondo l’adolescente non si sta allontanando davvero: sta costruendo la strada per poter tornare da adulto, non più per dipendenza ma per scelta. Se il legame resta saldo, anche quando si tende, quel ritorno non sarà un passo indietro, ma una nuova forma di vicinanza, più libera e più consapevole.
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