Un’età di passaggi: perché i 18–30 anni sono decisivi
Tra i 18 e i 30 anni si concentrano alcune delle scelte più significative della vita: studi, lavoro, relazioni, identità professionale, direzione personale. La psicologia dello sviluppo definisce questa fase come emerging adulthood, un periodo caratterizzato da esplorazione, instabilità e costruzione del sé.
Le ricerche mostrano che le decisioni prese in questi anni influenzano:
- benessere psicologico,
- traiettorie lavorative,
- stabilità economica,
- salute mentale e fisica nel lungo periodo.
Cresce l’incertezza: i dati internazionali
Negli ultimi anni, l’incertezza dei giovani rispetto al futuro è aumentata in modo significativo.
- L’incertezza sulle scelte di carriera è quasi raddoppiata dopo la pandemia
Uno studio su 80 sistemi educativi (PISA 2022) mostra che:
- la quota di adolescenti incerti sul proprio futuro professionale è quasi raddoppiata nel post-pandemia;
- solo il 10% dell’incertezza dipende da fattori individuali o scolastici;
- il 65% è spiegato da fattori economici e sociali più ampi.
Questo significa che i giovani non sono “indecisi”: sono immersi in un contesto instabile.
- Due studenti su cinque non hanno un piano per il futuro
Secondo l’OCSE (PISA 2022):
- 2 su 5 studenti di 15 anni non hanno un’idea chiara del proprio futuro professionale;
- l’incertezza è cresciuta di oltre il 50% dal 2018;
- chi ha piani più chiari ottiene, nel tempo, risultati lavorativi migliori.
Anche se questi dati riguardano i 15–18 anni, l’effetto si trascina nella fascia 18–30, dove le scelte diventano più concrete.
- In Italia, i giovani parlano di vocazione, significato e instabilità
Una ricerca qualitativa su studenti universitari italiani evidenzia che:
- le scelte sono influenzate da vocazione, valori personali e condizioni ambientali;
- il lavoro è percepito come qualcosa che deve “fare bene a sé e agli altri”;
- molti giovani hanno piani chiari, ma temono l’instabilità del mercato.
Come decidono i giovani? Le basi psicologiche
La ricerca sulla decisione in adolescenza e giovane età adulta mostra che:
- i giovani sono più sensibili alla ricompensa immediata e meno alla valutazione del rischio;
- tollerano meglio l’ambiguità e sperimentano di più;
- tratti come impulsività e sensation seeking influenzano le scelte;
- il contesto sociale (famiglia, pari, opportunità) pesa enormemente.
Questo non significa che i giovani “decidano male”: significa che decidono in un momento di massima apertura e vulnerabilità.
Il ruolo del significato e dell’identità
Una ricerca internazionale (2025) evidenzia che:
- circa il 20% degli adolescenti e giovani adulti vive forte incertezza sulle aspettative di carriera;
- la ricerca di significato nella vita è un fattore chiave per avere obiettivi più chiari;
- l’autoefficacia e il supporto familiare migliorano la qualità delle scelte.
Questo conferma ciò che vedi nel tuo lavoro: i giovani non cercano solo un lavoro, ma un posto nel mondo.
Perché le scelte contano (ma non devono essere definitive)
La ricerca contemporanea è chiara:
- il “lavoro della vita” non esiste più;
- le carriere sono non lineari e richiedono adattamento continuo;
- ciò che conta non è scegliere “la cosa giusta”, ma sviluppare competenze decisionali, flessibilità e capacità di leggere sé stessi.
Le scelte tra i 18 e i 30 anni sono importanti perché:
- definiscono direzioni, non destini;
- costruiscono identità e senso di agency;
- aprono o chiudono opportunità future;
- influenzano il benessere psicologico.
Cosa possono fare genitori, educatori, psicologi e HR per sostenere le scelte dei giovani
Le ricerche mostrano che i giovani prendono decisioni migliori quando si sentono ascoltati, sostenuti e riconosciuti. Non quando ricevono risposte pronte. Ecco cosa possono fare gli adulti significativi che li accompagnano.
Genitori: creare un clima di fiducia, non di pressione
Gli studi sulla self-determination theory mostrano che i giovani sviluppano scelte più solide quando percepiscono:
- autonomia (posso scegliere),
- competenza (sono capace),
- relazione (non sono solo).
I genitori possono:
- evitare frasi assolute (“questo lavoro non ha futuro”, “devi fare…”),
- favorire il dialogo esplorativo (“cosa ti attira di questa strada?”, “cosa ti fa paura?”),
- normalizzare l’incertezza (“è normale non avere tutto chiaro a 20 anni”).
Il loro ruolo non è indicare la direzione, ma tenere accesa la fiducia.
Educatori: offrire strumenti, non solo informazioni
La scuola e l’università sono luoghi cruciali per sviluppare:
- capacità decisionali,
- pensiero critico,
- orientamento al futuro.
Gli educatori possono:
- proporre attività di esplorazione delle professioni,
- invitare testimoni e professionisti,
- insegnare a leggere il mercato del lavoro senza catastrofismi,
- valorizzare i talenti non lineari.
Il compito educativo oggi è aprire possibilità, non restringerle.
Psicologi: aiutare a costruire identità e agency
La psicologia dello sviluppo mostra che le scelte di vita sono più efficaci quando radicate in:
- identità personale,
- valori,
- significato,
- autoefficacia.
Gli psicologi possono:
- facilitare processi di narrazione del sé,
- lavorare su blocchi, paure e aspettative,
- aiutare a distinguere desideri autentici da pressioni esterne,
- sostenere la capacità di tollerare l’incertezza.
Il loro ruolo è offrire spazi sicuri di esplorazione, non soluzioni.
HR e aziende: creare contesti che permettano di scegliere
Le organizzazioni hanno un impatto enorme sulle traiettorie dei giovani. Le ricerche su retention e engagement mostrano che i giovani restano dove trovano:
- mentoring,
- possibilità di crescita,
- feedback chiari,
- cultura inclusiva,
- senso di scopo.
Gli HR possono:
- costruire percorsi di onboarding che orientano e non disorientano,
- offrire job rotation e momenti di shadowing,
- creare spazi di ascolto e dialogo,
- comunicare in modo trasparente aspettative e opportunità.
Le aziende che investono nei giovani non solo li trattengono: li trasformano in protagonisti del proprio futuro.
Conclusione: accompagnare i giovani non significa dirgli cosa scegliere
Significa:
- aiutarli a leggere il contesto (VUCA, instabilità, nuove professioni);
- rafforzare autoefficacia e consapevolezza;
- lavorare sul significato e non solo sulle competenze;
- creare spazi di dialogo, esplorazione e narrazione.
Le scelte contano, sì. Ma contano soprattutto come luoghi di costruzione del sé, non come incastri definitivi.
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