Dott.ssa, non riconosco più mio figlio/mia figlia.
Quante volte i genitori mi hanno espresso questa loro preoccupazione. Normale, sana e soprattutto vera.
L’adolescenza è una stagione complessa perché introduce una trasformazione profonda non solo nel ragazzo, ma nell’intero equilibrio familiare. Il figlio non è più il bambino che cerca spontaneamente la guida del genitore, e tuttavia non possiede ancora gli strumenti emotivi e cognitivi dell’adulto. Si trova in una terra di mezzo: vuole decidere da solo, ma ha ancora bisogno di essere contenuto. In questo passaggio nascono gran parte dei conflitti domestici.
Lo psicoanalista Donald Winnicott spiegava che crescere significa progressivamente separarsi, ma senza perdere la sicurezza della relazione originaria. L’adolescente ha bisogno di allontanarsi per capire chi è, di provare idee, gusti, amicizie, errori e perfino contraddizioni. Non è ribellione fine a sé stessa: è sperimentazione identitaria. Per diventare sé stesso deve uscire simbolicamente di casa, anche quando abita ancora sotto lo stesso tetto.
In questo processo il compito dei genitori cambia profondamente. Non sono più registi della vita del figlio, ma diventano una base sicura. Devono permettere l’esplorazione senza scomparire. Il ragazzo, infatti, si spinge nel mondo solo se sa che esiste un luogo in cui può tornare senza essere umiliato, giudicato o ridicolizzato. La libertà non nasce dall’assenza di limiti, ma dalla presenza di un porto affidabile. Quando questo porto manca, la ricerca di autonomia può trasformarsi in smarrimento.
Lo psicologo dello sviluppo Erik Erikson descriveva l’adolescenza come la fase della costruzione dell’identità: il giovane prova ruoli diversi perché sta cercando una risposta alla domanda “chi sono?”. Le oscillazioni d’umore, i cambiamenti improvvisi e le opposizioni ai genitori non sono tanto un rifiuto della famiglia quanto tentativi di differenziarsi. Se l’adulto interpreta tutto come sfida personale, irrigidisce il rapporto; se invece riconosce il bisogno evolutivo che c’è dietro, può mantenere la relazione mentre il figlio cambia.
Diventa allora fondamentale il dialogo aperto. Non un interrogatorio né una predica, ma uno spazio in cui il ragazzo possa raccontare anche ciò che teme non verrà approvato. Il silenzio familiare è più pericoloso del disaccordo, perché quando un adolescente non parla più con i genitori non smette di cercare ascolto: semplicemente lo cerca altrove, spesso senza filtri né protezioni. Lo psichiatra Vittorino Andreoli osserva che i ragazzi non chiedono genitori perfetti, chiedono adulti presenti, coerenti e disponibili ad ascoltare anche ciò che mette a disagio.
La convivenza diventa quindi un equilibrio dinamico: i genitori devono accettare di non controllare tutto, mentre l’adolescente deve poter percepire limiti chiari che non siano punizioni ma orientamenti. Crescere significa poter uscire dal perimetro familiare, ma solo sapendo che quel perimetro resta accessibile. In questo senso la famiglia non è il luogo che trattiene, bensì il luogo che rende possibile partire e, quando serve, tornare. È proprio questa sicurezza che riduce il rischio che il figlio si perda: sapere che esiste sempre qualcuno disposto ad ascoltare rende più facile raccontarsi e, quindi, ritrovarsi.
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