La rabbia nei propri figli

La rabbia è un’emozione primaria ed innata, strettamente connessa alla sopravvivenza, per questo appartenente alla gamma di emozioni universali. Come tutte le emozioni, implica un’attivazione psicofisiologica, un “sentire”, una parte cognitiva, un “valutare” e infine una comportamentale, cioè un “agire”. Ma è sempre negativa? La risposta è no, spesso si identifica erroneamente la parte emotiva con l’azione cioè il comportamento. Un’ emozione non è mai sbagliata se parliamo in termini di “sentire”, ciò che può risultare inadatto è la sua espressione e quindi il comportamento che mettiamo in atto. Purtroppo, siamo portati a pensare che le emozioni controllino il nostro comportamento, ma in realtà il comportamento è una libera scelta e, in quanto tale, modificabile.

Per gli adolescenti la rabbia è funzionale, poiché serve a separarsi, dopo la dipendenza totale dell’infanzia, dai genitori ed a crearsi una propria  indipendenza ed identità.
Culturalmente le emozioni come la rabbia vengono viste non solo come negative ma addirittura patologiche, gli adulti di riferimento tendono a inibire ogni manifestazione della stessa. La rabbia non è per forza patologia. Alla luce di ciò, la soluzione non è negarla o sopprimerla, ma imparare a tollerarla e a gestirla senza ricorrere a modalità disfunzionali (quelle si che possono essere patologiche, basti pensare alle modalità autodistruttive).

Cosa devono imparare i ragazzi? A stare dentro l’emozione, a comprendere cosa provano ed a scegliere la modalità più adeguata per manifestarla. Può sembrare ovvio, ma spesso ciò non viene fatto, in quanto i ragazzi non hanno strategie alternative per gestirsi. Passare dal provo (perché non lo capisco o mi spaventa) quindi butto fuori, al provo, “mentalizzo" e adotto la migliore strategia di coping, senza lasciare che le emozioni decidano..

 

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