Adolescenza

L’inferno ai giorni nostri: come coltivare il seme della consapevolezza nel nostro cuore

29 Marzo 2020

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Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita.

                                                                                                                    Dante – Inferno

Quante volte ci siamo sentiti smarriti e nessun Virgilio ad accompagnarci in questa Vita che sempre ci mette alla prova. Dante ci regala un viaggio intenso e intimo dentro di sé, alla ricerca di risposte che per lui sono importanti. Ma chi sono le nostre guide? Chi ci viene in aiuto quando siamo in difficoltà?

Nella mia iniziale attività di Psicologa e Psicoterapeuta chi viene da me ha in genere dubbi su scelte da fare, su come comportarsi in alcune situazioni, altri invece non hanno nessuno a chi rivolgersi. Inizia così un cammino attraverso vissuti e dolore psichico che mostrano la voglia di uscirne , ma senza alcun esempio del “come si fa”.

Tanto gli adulti, tanto i giovani adolescenti spesso mi raccontano che da sempre quasi non hanno avuto esempi genitoriali edificanti e che le loro difficoltà, non a caso, arrivano proprio da lì.Uomini senza stima di sé, senza desideri, senza sapere cosa fare da grandi, senza passioni o hobby: perché? Chi ci aiuta ad esplorarci? A spingerci dentro a scoprire parti di noi stessi? Io penso sia chi dovrebbe educarci, che dal latino significa «trarre fuori, allevare», ed ducĕre «trarre, condurre» (Treccani) : trarre fuori da cosa? Dai nostri dubbi, dalle difficoltà, dal non sapere chi siamo e da che altro?

Le vicende dei miei pazienti raccontano di genitori che chiedono a che ora tornano a casa, che voti prendono a scuola, se hanno fatto i compiti e che cosa faranno da grandi. Oppure si narra di genitori che consigliano la strada da prendere senza conoscere i desideri e le passioni dei figli, di soluzioni a problemi inesistenti, a risposte a domande mai chieste. I ragazzi disegnano boa che mangiano elefanti e i grandi vedono solo un cappello (Piccolo Principe di Antoine de Saint – Exupery).

Quanti ragazzi spiegano ai genitori che per loro è più importante dipingere che studiare storia? Oppure suonare uno strumento piuttosto che il latino? O di uscire con amici al posto di stare in casa? Dove i giovani coltivano le loro passioni? Dove si mettono in discussione? Credo tra le cuffie della loro musica preferita, o stesi sul letto a pensare, o in cucina, o sui muri delle città, tra le righe di un quaderno, in mezzo ai fogli di un libro, su un pennello, una gomma da masticare, in silenzio. Chi li vede? Chi chiede loro chi sono, piuttosto chi dovrebbero essere o peggio fare.

Gli adolescenti o gli adulti ancora in quella fase evolutiva non sanno chi diventeranno, ma tutti sono pronti a dire loro cosa studiare, quanti figli fare, come saltare la fila e quanto prendere a scuola. Questa distanza crea in primis incomprensione, ma anche svalutazione di sé, mortificazione dei propri desideri, e indifferenza; si diventa fantasmi, corpi che si muovono senza passione, perché per essere considerati dagli altri bisogna essere voti alti, perfetti, sicuri, pettinati bene, poco truccate e soldatini che eseguono ordini da altri. Non esagero : le lealtà invisibili che legano genitori ai figli sono più dannose di quanto non si creda : per non morire da soli, per sopravvivere alla durezza della vita, i figli restano aderenti a ciò che gli è detto, e ci credono, anche se li fa soffrire o diventare passivi verso l’esistenza. Partiamo dal presupposto che avendoci generato, i genitori sappiano le cose giuste da dire e da fare : me è pura illusione. La sofferenza e il dolore nascono dalla distanza tra cio’ che un adulto è, oggettivamente, e quello che dovrebbe o vorremmo che fosse. In quel dirupo cadiamo, in quella frattura che distanza le due posizioni c’è la nostra difficoltà ed è per questo che non sappiamo cosa fare. L’adolescente non è ancora tanto indipendente da volare da solo, che piuttosto che restare nel dirupo, per sopravvivere si aggrappa al genitore che è pronto a tirarlo su, a patto che creda alle sue parole. Quel patto segreto sancisce la morte dei desideri del figlio :

“ Mio padre mi ha dato i soldi per comprarmi il negozio in cui oggi lavoro e sto pagando due debiti : uno è quello economico, l’ altro è quello con me stesso, con la mia mancata possibilità di essere autentico. Io non volevo dei muri, ma coltivare la terra, stare all’aria aperta; ma quando ho detto ai miei questo, loro mi hanno ridicolizzato e ho pensato che forse, perché lo dicevano loro, era vero. Oggi so che non è così. Ho realizzato il sogno familiare, non il mio!”.

Lo psichiatra IvanBoszormenyi-Nagy aveva ben descritto questi meccanismi psichici che innescano nei figli un senso di colpa grandissimo se tradiscono la fiducia di chi li ha generati, tanto da schiacciare se stessi, al posto di liberarsene e diventare grandi. Perchè per crescere bisogna uccidere il padre, metaforicamente parlando, cioè fare la voce grossa prima dentro noi stessi e poi fuori per autorizzarci a dire ciò che sentiamo, indipendentemente dal risultato che otteniamo. Non dobbiamo cadere , di nuovo, nella trappola che siamo importanti solo se facciamo ciò che loro chiedono, ma siamo importanti in base a quello che noi chiediamo a noi stessi, col rischio di sbagliare e diventare imperfetti. Che bella è l’imperfezione e scoprirci fragili. Leonardo Caffo, filosofo contemporaneo disse , durante una trasmissione televisiva ha dato alla fragilità il significato di “ prendersi cura delle cose preziose”; gli oggetti preziosi sono quelli che trattiamo con una peculiare attenzione, li maneggiamo coi guanti : ecco, noi stessi dobbiamo imparare, perché nessuno ce lo ha insegnato, a toccare la nostra interiorità con interesse, quell’ interesse negato ai grandi troppo preoccupati ai numeri, ai voti , alla nostra carriera da non chiederci quali desideri abbiamo realizzato oggi.

Noi diventiamo il Virgilio di noi stessi, la guida che non abbiamo avuto, la bussola per orientarci verso ciò che sentiamo dentro, per divenire il nostro sogno. Se pochi si interessano di noi, la responsabilità diventa personale : tocca a noi e forse è un bene. In questo modo possiamo imparare da ciò che bussa alla nostra porta, dal nostro dolore, dal nostro senso del dovere che in noi stessi alberga, non solo verso gli altri. Potremmo imparare tante cose se ce ne dessimo la possibilità.

Certo : staccarsi dalla sicurezza effimera dei nostri genitori è dura e la Paura è là fuori.

In molte culture indigene ai figli è chiesto di stare fuori nella foresta fino a quando avranno cacciato un animale scelto dal capo tribù e potranno tornare al villaggio solo ad allora. Questo è ciò che sancisce il passaggio da bambino a giovane adulto ed possibile solo quando si affronteranno le nostre ombre. Superate quelle, nulla più ci ostacolerà nella crescita, perché avremmo dentro di noi provato il “come si fa” e il precedente sarà un trampolino per le altre difficoltà nella vita.

Oggi non possiamo andare nella foresta, ma i demoni dentro di noi non fanno meno paura. Ciò che dobbiamo affrontare è lasciare un posto sicuro per qualcosa che non sappiamo: ma siamo certi che proprio non lo conosciamo? Io credo che se cambiassimo prospettiva nuove vie si aprirebbero, perché non siamo nulla di importante solo se ci guardiamo con occhiali di adulti a noi lontani, ma se li sostituissimo avremmo davanti a noi nuovi orizzonti da esplorare. La frase :“E se non trovo nulla là fuori?” non è cambiare prospettiva, ma ripetere la paura dei nostri genitori che noi, per anni ci ha ostacolato tanto da diventare nulla.

L’obiettivo è ascoltare ne nostre difficoltà e cercare con le nostre mani gli strumenti per affrontarle. All’inizio sembra impossibile, tutto è insormontabile e ci si sentirà smarriti. Ma è così che deve essere : abbiamo già provato a diventare chi volevano i nostri genitori e non siamo riusciti perché quello era un loro desiderio, non un nostro. Finché useremo i loro occhiali, o quelli di una società volta al profitto numerico, se allarghiamo la prospettiva, non troveremo che deserto perché non è lì che i nostri bisogni albergano. E dove sono? Vanno coltivati, come la terra: nessun pomodoro nasce già fatto, perchè prima era un seme. Noi siamo semi da coltivare e abbiamo tutto il diritto di nutrirci dei nostri desideri per crescere sani e robusti. Questa prospettiva ci ridarà speranza, autostima, un nuovo senso di vita basata su radici che crescono nel nostro giardino, non in quello di un altro.

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