I perchè dei bambini

Chi vive accanto a un bambino di tre anni lo sa: la giornata è costellata di “perché?”.
Perché il cielo è blu? Perché devo mettere le scarpe? Perché la mamma va a lavorare?
Questa raffica di domande, a volte stancante per gli adulti, è in realtà uno dei segnali più preziosi dello sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino. Intorno ai tre anni il bambino entra in una fase di grande espansione mentale. Il linguaggio si è consolidato, la memoria migliora e soprattutto nasce il desiderio di capire come funziona il mondo. Il “perché” non è solo curiosità: è il primo strumento logico che il bambino usa per collegare cause ed effetti.

Chiedere “perché” significa: cercare un senso a ciò che accade, organizzare mentalmente la realtà, trasformare l’esperienza in conoscenza. È il passaggio dal semplice “vedo” al più complesso “capisco”. Non tutte le domande sono davvero domande. Spesso il bambino chiede “perché” per mantenere il contatto con l’adulto. La risposta, più che nel contenuto, è nel tono, nello sguardo, nella disponibilità. In questo senso il “perché” è anche una richiesta affettiva: sei con me? mi aiuti a capire? Per questo alcuni bambini ripetono la domanda anche dopo aver ricevuto una risposta: non cercano informazioni nuove, ma conferma e presenza.

A tre anni il pensiero è ancora concreto e centrato sull’esperienza diretta, ma il “perché” apre la strada al pensiero critico. Il bambino inizia a non accettare più il mondo come dato, ma come qualcosa che può essere interrogato. È un passaggio fondamentale per lo sviluppo dell’autonomia intellettuale. Dire sempre “perché è così” o “perché lo dico io” può spegnere questa spinta naturale. Al contrario, risposte semplici ma autentiche aiutano il bambino a sviluppare fiducia nel pensiero. A volte il “perché” assume un tono provocatorio, soprattutto quando è legato alle regole. In questi casi non si tratta di curiosità, ma di un primo tentativo di affermazione del sé. Il bambino sta sperimentando il proprio potere decisionale e verifica i confini.

Qui l’adulto è chiamato a tenere insieme due aspetti: dare una spiegazione coerente, mantenere il limite. Spiegare non significa negoziare tutto, ma riconoscere il bisogno di senso del bambino. Non servono spiegazioni complesse. Bastano risposte: brevi, vere, adatte all’età. E quando si è stanchi, è legittimo dirlo: “Adesso sono un po’ stanca, te lo spiego dopo”. Anche questo insegna qualcosa: che le relazioni hanno ritmi e limiti. Il periodo dei “perché” non è un capriccio, ma una fase evolutiva preziosa. Indica che il bambino sta costruendo il proprio pensiero, la propria identità e il proprio modo di stare nel mondo. Accoglierli, anche quando sono tanti, significa accompagnare una mente che cresce.

La fase dei perché non è un passaggio obbligato con una forma unica.
Alcuni bambini:

  • fanno molte domande verbali

  • altri osservano molto, ma chiedono poco

  • altri ancora mostrano curiosità attraverso il gioco, l’imitazione o l’esplorazione pratica

Un bambino può “pensare i perché” senza formularli a parole. Il temperamento incide moltissimo. I bambini più: riflessivi, cauti, introversi, autonomi, tendono a elaborare internamente, senza bisogno di interrogare l’adulto in modo continuo.

Per fare domande causali serve: un buon lessico, una struttura linguistica sufficientemente stabile, se il linguaggio è in evoluzione, il bambino può: usare frasi affermative (“È così”), fare richieste pratiche invece di domande, rimandare i “perché” a 3 anni e mezzo / 4 anni

In ambienti molto: anticipanti (“te lo spiego io prima”), strutturati, direttivi alcuni bambini imparano che non serve chiedere, perché l’adulto fornisce già risposte e indicazioni. Al contrario, in contesti molto ansiosi o iperstimolanti, il bambino può ridurre le domande per non “disturbare”. L’assenza dei “perché” da sola non è un campanello d’allarme.
Può diventarlo solo se associata a: scarsa curiosità generale, difficoltà di linguaggio marcate, ridotto interesse per l’ambiente, povertà di gioco simbolico, difficoltà relazionali evidenti. In questi casi si osserva l’insieme, non la singola fase mancata.

Lo sviluppo non è una checklist. I bambini non devono passare tutti dalle stesse tappe, nello stesso modo, allo stesso momento. A volte i “perché” arrivano più tardi. A volte arrivano in altre forme. A volte esplodono improvvisamente… a quattro anni, tutti insieme.

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