Buongiorno, sono un uomo di 48 anni, il terzo e ultimo figlio. Non ho mai pensato, generalmente, di avere avuto una madre né particolarmente amorevole né particolarmente severa. Nonostante qualche mancanza che riconosco di aver subito nella mia infanzia, per aver cambiato casa quando avevo circa 8 anni lasciando tutti i miei amici di scuola ecc., non ho mai avuto una stanza per me da piccolo, nemmeno in condivisione con mio fratello, e ho sempre riconosciuto di aver avuto mancanza di privacy sin da piccolo all’interno della casa genitoriale.
Detto ciò, ritengo di essere cresciuto lo stesso con un buon equilibrio interiore e familiare. Negli ultimi anni mia madre è rimasta sola per la morte di mio padre; da allora lei si è ricostruita abbastanza bene ed è riuscita a superare le varie difficoltà inevitabili anche grazie al supporto di noi figli.
Il punto è che ultimamente mia madre mi chiamava solo per lamentarsi dei miei fratelli e sorelle, per raccontarmi dei suoi problemi di salute o se doveva chiedermi qualche favore. Io ultimamente ero in una fase della vita un po’ complessa, in quanto stavo lasciando il mio vecchio lavoro, svolto per ben 27 anni, per cimentarmi in un’altra professione totalmente diversa.
A un certo punto, durante una telefonata, dissi a mia madre che mi ero scocciato del fatto che lei mi parlasse sempre male di mia sorella e delle sue mancanze, a suo dire, nei suoi riguardi. Inoltre le dissi che non era bello ciò e che, se aveva problemi con lei, avrebbe dovuto dirlo direttamente a mia sorella, perché io non potevo e non ritenevo giusto mettermi contro di lei, in quanto tutto sommato vedevo eccessive le sue critiche.
Lei mi rispose: “E se non parlo dei miei problemi con te, con chi ne devo parlare?”. Comunque, da allora effettivamente non mi parlò più male di mia sorella e dei suoi acciacchi di salute. Però ne parlava con la mia compagna, la quale ovviamente mi riferiva il tutto. Questa cosa non mi stava bene, ma non feci niente al momento.
A gennaio aveva perso quasi completamente l’udito per una forte infezione. Doveva fare una visita urgente dall’otorino e mi chiese di accompagnarla, ma le dissi di no perché dovevo fare le guide per poi sostenere l’esame di guida. A suo dire, anche mio fratello e mia sorella erano impegnati e non potevano. La accompagnò una sua amica.
La sera la chiamai e le chiesi come stava. Mi passò la sua amica perché lei non sentiva bene, la quale mi chiedeva se poteva somministrarle una dose più bassa di quella prescritta dal medico di medicina generale per il rischio di farle alzare il diabete. Io le dissi che non sapevo.
Poi questa amica di mia madre mi richiamò per dirmi che mia mamma stava male e aveva la pressione altissima. Allora, alle 8 di sera, andai con la mia compagna da mia mamma e la accompagnai al pronto soccorso. Il giorno dopo le comprai pure le medicine di cui aveva bisogno per la terapia.
In quei momenti, un po’ perché lei non sentiva bene, un po’ perché ero scocciato dal fatto che mi fossi dovuto occupare io di lei, cercai di farle capire, magari anche con tono di voce alto e un po’ scortese, che mi ero stancato di queste dinamiche.
Dopo circa 8 mesi disse alla mia compagna che io, quando stava male, mi ero comportato male con lei. Io ero presente in quel momento, ma stavo parlando con mia sorella e non sentii; la mia compagna me lo disse davanti a mia madre. In quel momento mi è salito il sangue al cervello: le ho detto tutto quello che pensavo di lei, del fatto che si lamentasse sempre di noi figli, che ci mettesse sempre in cattiva luce con altra gente, che mettesse zizzania tra figli e rispettive compagne ecc.
Ammetto di aver inveito verbalmente contro di lei, urlando e dicendo anche qualche brutta parola. Poi sono andato via da casa sua (perché eravamo andati a trovarla) con la mia compagna e da allora, quindi circa 4 mesi fa, non ci sentiamo e vediamo più.
Questa cosa, un po’, mi destabilizza. Quando penso a questa situazione mi viene sconforto, anche perché non vedo modi per eventualmente ristabilire un minimo di rapporto, anche se con dei confini ben definiti.
Cosa mi consigliate in questa situazione? Grazie, saluti.
Gentile Alessandro,
quello che sta vivendo è più comune e più umano di quanto sembri. Anche quando il rapporto con un genitore è complicato, fatto di tensioni e incomprensioni, il distacco fa male. Quel senso di mancanza non riguarda solo sua madre per come è oggi, ma anche il legame, l’abitudine, e forse anche il bisogno mai del tutto spento, di sentirsi visto e compreso da lei. Da quello che racconta, lei a un certo punto ha fatto qualcosa di importante: ha provato a mettere un limite. Si è reso conto che alcune dinamiche le pesavano e ha cercato di uscirne. Questo non è sbagliato, anzi. Il problema è che poi tutto è esploso in modo molto forte, e quando succede così spesso restano addosso rabbia, sensi di colpa e tante cose non dette con calma. È normale quindi che oggi si senta combattuto: da una parte c’è il bisogno di proteggersi, dall’altra il legame con sua madre che, nonostante tutto, c’è ancora. Per questo momento, più che trovare subito una soluzione, può aiutarla accettare questa ambivalenza senza giudicarsi troppo. Le manca, ma allo stesso tempo sa anche perché si è allontanato. Entrambe le cose possono coesistere. Se in futuro sentirà il desiderio di riavvicinarsi, forse potrebbe farlo in modo più “pulito”, senza ripartire dalla rabbia: magari riconoscendo che i toni sono stati forti, ma restando fermo su ciò che per lei non è più sostenibile (ad esempio non essere messo in mezzo ai conflitti familiari). Allo stesso tempo, è importante essere realistici: sua madre potrebbe non cambiare davvero alcune modalità. E allora la vera sfida diventa capire come starci lei, senza farsi risucchiare di nuovo in dinamiche che le fanno male. Se sente che questa situazione la tocca nel profondo, anche rispetto alla sua storia personale, potrebbe essere davvero utile avere uno spazio suo, con un professionista, in cui mettere ordine a queste emozioni. Non perché ci sia qualcosa che “non va” in lei, ma perché sono temi che meritano uno spazio protetto, dove poterli elaborare senza doverli gestire da solo. Si dia tempo. Non è una situazione che si sistema in fretta, ma il fatto che lei se la stia ponendo con questa consapevolezza è già un passo importante.
Un caro saluto,
Dott.ssa Fioldisa
Torino
La Dott.ssa Fioldisa Signorino Gelo offre supporto psicologico anche online
Gentile Alessandro,
da quello che racconti emerge una storia lunga, fatta di equilibri familiari fragili, ruoli che ti sei trovato addosso senza sceglierli e un accumulo di tensioni che, a un certo punto, non hai più potuto contenere. Non è l’episodio in sé ad averti fatto “esplodere”, ma tutto ciò che c’era prima: anni di lamentele, confidenze che ti mettevano in mezzo, responsabilità emotive che non ti appartenevano e la sensazione di essere sempre il figlio “disponibile”, quello che ascolta, che regge, che fa da contenitore per il malessere degli altri.
Quando tua madre ha riportato quell’episodio davanti alla tua compagna, toccando un punto per te molto sensibile, è come se avesse riaperto una ferita che non avevi mai davvero nominato. La tua reazione non è stata “esagerata”: è stata la reazione di un uomo che per anni ha ingoiato, mediato, protetto gli altri e che, in un momento di grande cambiamento personale, non aveva più spazio interno per farlo. Non giustifica le parole dure, ma le spiega.
Il distacco di questi mesi ti destabilizza perché, nonostante tutto, è tua madre. E perché dentro di te convivono due parti: quella che sa di aver bisogno di confini chiari per non ricadere nelle stesse dinamiche, e quella che teme di aver rotto qualcosa in modo irreparabile. Ma non è detto che sia così. A volte una distanza serve proprio a rimettere ordine, a far capire agli altri — e a noi stessi — quali sono i limiti che non possiamo più superare.
Il punto non è “tornare come prima”, perché quel “prima” ti faceva male. Il punto è capire se è possibile costruire un rapporto diverso, più adulto, più equilibrato, in cui tu non sia più il destinatario delle sue lamentele né il mediatore tra lei e i tuoi fratelli. Questo richiede tempo, e richiede che tu arrivi a un contatto con lei non dalla rabbia, ma da un luogo più stabile dentro di te.
Un primo passo potrebbe essere un messaggio semplice, non emotivo, che non riapre il conflitto ma segnala una disponibilità a riprendere un filo, con modalità nuove. Non per cancellare ciò che è successo, ma per dire che sei disposto a ripartire da confini più sani. E se lei non dovesse accoglierlo subito, non significherebbe che hai sbagliato: significherebbe solo che anche lei ha bisogno dei suoi tempi.
Quello che stai vivendo non parla di mancanza di affetto, ma di un uomo che sta cercando di proteggere la propria stabilità emotiva dopo anni in cui non l’ha fatto. E questo è un movimento sano.
Se vuoi, posso aiutarti a formulare un messaggio da inviarle o a capire come impostare un eventuale incontro in modo più equilibrato.
Un caro saluto
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica - del Lavoro
Risorse Umane- Organizzazioni
Ricevo anche Online
Perugia
La Dott.ssa Arianna Bagnini offre supporto psicologico anche online
È importante tenere presente che con il passare degli anni si può diventare più sensibili: ciò che prima sembrava piccolo può essere vissuto come più intenso, e il bisogno di lamentarsi diventa anche un modo per dare voce e forma a un dispiacere interno.
Allo stesso tempo, anche noi siamo spesso immersi in vite complesse e faticose; quando lo stress è elevato, può diventare difficile gestire le proprie emozioni e si rischia di reagire con aggressività. Tuttavia, queste reazioni non fanno bene a nessuno, soprattutto a chi le mette in atto.
Nel rapporto con i genitori, trattarli con durezza può significare, in qualche modo, entrare in conflitto con una parte di sé, e questo inevitabilmente genera sofferenza. Per questo può essere utile provare a rallentare, mantenere un atteggiamento più calmo, senza negare l’ascolto ma anche senza lasciarsi travolgere dall’energia negativa.
Trovare un equilibrio tra accoglienza e protezione emotiva permette di restare in relazione senza perdere sé stessi.