Attacchi di panico

Amore, odio ed attacchi di panico

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Amore, odio e attacchi di panico

Franco Ferri – Psicologo Psicoterapeuta

 

Qualche tempo fa un mio paziente, persona colta e di successo della quale parlerò brevemente in termini assolutamente impersonali per proteggerne la riservatezza, mi raccontava di alcune sue difficoltà nel gestire quelli che lui chiamava gravi attacchi di panico.

Mi servirò di quanto ho imparato da lui per accennare ad alcune considerazioni in parte scontate ma che credo possano essere di un certo interesse per il lettore.

Capitava dunque a questo paziente, in concomitanza con la frustrazione di alcune sue aspettative, di sentirsi invaso da una grande disperazione, disperazione a cui cercava di far fronte padroneggiando al meglio gli scatti d’ira conseguenti.

In quelle occasioni, dicevo, egli si ritrovava solitamente angosciato, a rifugiarsi in macchina chiudendosi dentro e a pestare violentemente i pugni sul volante. Poi si scopriva intento a imprecare per aver deformato maldestramente il volante stesso.

Gli era anche successo in altre occasioni, di essere preso da una furia incontrollata che lo aveva portato a distruggere oggetti di casa o a infrangere porte, sedie o quant’altro. Me ne parlava con evidente disagio per l’incomprensibilità di questo suo comportamento, da lui letto come pura distruttività: ai suoi occhi sembrava senza senso, e aveva l’unica evidenza di lasciarlo esausto, mortificato e a volte ferito anche fisicamente.

Questo paziente aveva chiesto una psicoterapia perché sentiva che in quella fase della sua vita tutto gli era diventato insopportabile. Egli attribuiva la causa di tutto ciò a un pesante senso di malessere fatto risalire a un diffuso senso di futilità e perdita di interessi.

C’è voluto del tempo perché potesse riconoscere un significato in quel che gli accadeva, e prima che riuscisse a dare a quei fatti un senso emotivo personale profondo.

Da un punto di vista intellettuale gli è stato chiaro fin quasi da subito che il rivolgere la sua furia sugli oggetti aveva uno scopo preciso: vedeva con lucidità che in quel modo deviava, spostava da un’altra parte, gli effetti del suo odio per le persone che avevano provocato la sua frustrazione. Va qui precisato che si trattava di persone nei cui confronti sapeva benissimo di essere affettivamente coinvolto e di per sé questo fatto potrebbe essere un buon motivo per dirigere lo scarico della sua frustrazione su altri oggetti inanimati.

Mi spiegava però che per alleviare i suoi sensi di colpa faceva ogni sforzo per tenere sotto controllo il desiderio di somministrare a queste stesse persone una buona dose di risentimento. Le sentiva distanti e indecifrabili e avrebbe voluto far sentire loro quello che lui stesso provava.

Ciò che lo lasciava perplesso inizialmente, era l’emergere dell’odio inaudito provocato dal sentirsi rifiutato o non riconosciuto.

Questo fatto lo precipitava in una sorta di limbo emotivo, dove l’unica sensazione che aveva il permesso di raggiungere la sua consapevolezza sembrava essere quella di “non esistere”, di essere trasparente.

Il paziente di cui sto parlando è una persona intelligente e colta, e a mio parere è anche una persona di grande sensibilità, sensibilità che a volte tende ad essere eccessiva e a prevalere sulle sue pur notevoli capacità intellettuali: tale eccesso giunge a volte a minacciare la stabilità del suo Io, la compattezza del suo senso do Sé.

Nel nostro percorso insieme, arrivò ad un certo punto inaspettatamente e con grande sorpresa, alla scoperta di un aspetto del suo furore distruttivo che non aveva mai messo a fuoco. Una scoperta accompagnata da un tonificante alleggerimento del suo animo greve e carico di sensi di colpa.

Quelli che per tanto tempo gli erano apparsi come gli obbiettivi esterni della sua rabbia, si rivelarono dunque, quasi per magia, per quello che erano: obbiettivi tutti interni alla sua mente, fabbricati dalla sua mente; sentiti come veri, ma ancora tutti da dimostrare nella realtà dei fatti. Perciò lo spostamento di quella furia sugli oggetti della vita quotidiana non poteva essere altro, a quel punto, che una manovra diversiva apparentemente rassicurante per la stabilità della sua mente.

Fu una acquisizione lenta e faticosa, una messa in discussione però inesorabile di un assetto mentale apparentemente inattaccabile, ancorché insoddisfacente.

Quando riconobbe che la furia di cui si vergognava e che a volte sentiva quasi omicida, aveva lo scopo di tenere a bada i “suoi” fantasmi di impotenza e annichilimento, si ritrovò disorientato. Nello stesso tempo, la comprensione che l’effetto ottenuto con quello stratagemma era quello di sentirsi in un qualche modo vivo, produsse una reazione di sollievo: forse adesso, con questa nuova consapevolezza, poteva pensare ad altri modi per “viversi e vivere”.

Non fu una cosa da poco riconoscere il suo significativo contributo nella rappresentazione mentale di spaventose ritorsioni da parte di coloro che, almeno in fantasia, voleva ferire e distruggere: costoro, a loro volta, non potevano che sopravvivere alle sue fantasiose rappresaglie e quindi risultare in grado di reagire ai suoi attacchi sostanzialmente immaginifici e dimostrativi, perciò ben poco efficaci!

Scoprì in questo modo che con la sua immaginazione lavorava, silenziosamente ma costantemente, per preservare sé stesso dalle paventate vendette (emotive e non) che avrebbero fatto seguito ai suoi perfidi attacchi, ai suoi  violenti desideri distruttivi verso coloro che in realtà erano le persone più importanti per lui. 

In precedenza era stato per lungo tempo veramente terrorizzato dalla possibilità, non sapeva quanto remota o attuale, di mettere in pratica i suoi devastanti progetti. Senza riuscire a capacitarsi della inspiegabile contraddittorietà del suo sentire: perché proprio le persone più significative per lui erano oggetto di tanta rabbia? Perché proprio dalle persone da cui riconosceva di aver ricevuto tanto, avrebbe dovuto temere di ricevere anche le ritorsioni più spaventose?

Il suo corto circuito mentale può essere descritto qui spero in un modo non eccessivamente semplificato: si sentiva messo di fronte al dilemma di una scelta vissuta come tragica, senza alcuna possibilità di ritorno.

Questa scelta consisteva su un versante nell’accettare il rischio di uno scivolamento nella passività pur di non sentirsi pericoloso, e sull’altro nel rinunciare ad ogni speranza di potersi liberare da  fantasmi di dipendenza angosciosi.

In altre parole: si trattava di continuare a sentirsi intrappolati in una sorta di attesa ansiosa e ansiogena di riconoscimenti gratificanti per il proprio Sé, o sentirsi privato di una prospettiva di senso e significato per la sua vita.

In questa continua oscillazione fra sentimenti di inautenticità e speranza si era perso.

 

Questi forti ondeggiamenti  emotivi cui si sentiva esposto, facevano vacillare la percezione che aveva di sé e minacciavano la stabilità, la coesione del suo io: la perdita del confine fra l’immaginazione e la realtà facilitava l’alimentazione delle fantasie consce e inconsce di scenari apocalittici, nei quali la tragica perdita del contatto con la realtà lo costringeva ad affrontare ansie striscianti e angosce smisurate. Vediamo qui in questo paziente e forse anche in tanti altri, come a volte il prevalere delle fantasie sulla realtà, quando sono cariche di troppe paure, impedisce una adeguata decodificazione della realtà stessa.

Nella creazione di questi scenari si può anche scorgere in questo paziente specifico, il ruolo non certo secondario della sua parte desiderante: in lui era così forte il desiderio di far coincidere la realtà con le sue aspettative, da fargli perdere di vista un suo piccolo grande problema: la sua scarsa capacità di tollerare la frustrazione. Si realizzava così una pericolosa miscela esplosiva capace di  produrre quel doloroso cortocircuito delle emozioni e dei sentimenti visto sopra.

 

Siamo arrivati al punto in cui fare quelle considerazioni cui accennavamo, spendendo una parola su quella che potremmo chiamare ambivalenza dei sentimenti.

I sentimenti sono vita, vita emotiva, sono il nostro “sentire”. Ci identifichiamo nel nostro modo di sentire!

Se abbiamo un sentimento positivo verso qualcuno, l’apparizione di qualsiasi ombra negativa su di lui, piccola o grande, la viviamo come una dissonanza, una stonatura: quest’ombra tenderà ad apparire come una minaccia al nostro bisogno di coerenza e ci costringerà ad una revisione della nostra posizione emotiva verso quella persona. Potrà capitare di cercare altre conferme della nostra precedente impressione positiva, o in caso contrario, prenderemmo in considerazione un cambiamento radicale del nostro abituale atteggiamento.

Qualcosa del genere ci accade anche quando abbiamo sentimenti negativi verso il nostro burbero vicino di casa: se riusciamo a cogliere in lui una sfumatura positiva, ci pensiamo su e forse arriviamo a mettere a fuoco che non è quel “cretino” che pensavamo. 

La nostra coscienza non maneggia facilmente la contraddizione degli affetti, dei sentimenti; non la tollera.

Del resto, cosa succede quando osserviamo negli altri un comportamento che a noi sembra contraddittorio, problematico o incomprensibile? Quando va bene facciamo spallucce e un sorrisino, magari pensando “Roba da matti!”. E quando va male cominciamo a rimuginare, ci preoccupiamo o addirittura ci spaventiamo.

Dentro di noi la contraddizione, quando viene sentita come tensione, cerca uno scarico, uno sbocco univoco, una possibile certezza rassicurante, nel bene o nel male.

Questa ricerca di coerenza è indispensabile per la nostra ragione. La ragione deve mettere ordine nel caos, deve risolvere le contraddizioni.

Nel campo dei vissuti emotivi, spesso carichi di sentimenti, affetti, emozioni, le cose sono di natura difficili: caos e contraddizioni sono all’ordine del giorno e tendono a provocare disagio se non addirittura dolore. Per non sentirci sopraffatti dalla tensione e tentare di governarli, facciamo appello alla nostra ragione.

I vissuti emotivi però sono vivi, sono vita vera e sono sempre in movimento, non si lasciano facilmente solidificare in un’unica dimensione. Qualche volta sono incongrui se non incoerenti, e sempre sfuggenti. Talvolta condizionati in maniera ineffabile da qualcosa che accade fuori di noi, davanti a noi; talvolta da ciò che accade preconsciamente o inconsapevolmente dentro di noi.

Mossi da queste considerazioni, raffinati osservatori del comportamento umano sono arrivati ad esclamare: “Solo se si odia veramente allora si può amare veramente”  (per esempio D. Winnicott e D. Lopez in alcuni loro memorabili aforismi).

E noi possiamo chiosare: “Solo se ci si sente veramente odiati riusciamo a  sentirci anche veramente amati”.

Forse perché solo allora sentiamo di esistere veramente, come ci dice il nostro paziente: solo così possiamo veramente dar corpo al desiderio di una relazione significativa con noi stessi e con gli altri.

 

L’assenza di vita emozionale, la mortificazione o addirittura la morte della vita emotiva, cioè il deserto dei sentimenti, pone non pochi problemi agli esseri umani.

Riprendiamo per un attimo il nostro paziente: per lui tornare di nuovo a sentirsi invaso da sentimenti pur contraddittori e violenti è stato un po’ come riemergere da quell’area di apatia, inautenticità e insignificanza che lo tormentava, scolpita   e pietrificata proprio dall’assenza di emozioni e sentimenti.

C’è qualcosa che questo paziente vuole farci capire nel suo sforzo di riappropriarsi del suo malessere? Qualcosa che possa attirare il nostro interesse sui fatti della vita psichica emotiva, qualcosa che potrebbe riguardare anche noi in un qualche modo?

Mi permetto una sintesi: la vera opposizione non è tra l’amore e l’odio così come appare nel senso comune, ma tra la presenza e l’assenza di emozioni, la morte emotiva. Quest’ultima può essere la vera ragione del panico: la perdita di contatto coi sentimenti e gli affetti, con la vita vissuta.

Questa perdita di punti di riferimento, di ancoraggio alla realtà, spinge molti individui a cercare scariche di adrenalina sfidando la sorte e il pericolo pur di sentirsi vivi, o a costringere l’ambiente in cui  vivono a spaventarsi per i loro comportamenti estremi o a rischio: sono i loro messaggi in bottiglia, le loro richieste d’aiuto nel mare senza orizzonti della perdita di una vita emotiva o affettiva. Un modo per arrivare a “sentire” e afferrare finalmente quel  malessere non riconosciuto che è al lavoro sottotraccia e che li divora: il nichilismo.

Tradotta in soldoni: “Meglio sentirsi male, sentire il male, che non sentirsi affatto”.

Ciò è particolarmente vero in adolescenza e a volte produce esiti drammatici. Anche successivamente però non è raro il riscontro in tante persone di malesseri profondi e non risolti che si manifestano come crisi di panico. Un segnale di immenso valore che richiama l’attenzione sulla imperscrutabilità di quei vissuti profondi che ci interrogano sul senso della nostra vita emotiva, affettiva e relazionale.

Un pensiero a margine riguarda quello scenario che prevede un mondo fatto soltanto di buoni sentimenti: non ci resta che guardarlo con un sorriso per quanto sia inautentico, inverosimile, impossibile.

Potrebbe essere buona cosa che nel mondo continuino a fermentare e lievitare i sentimenti, tutti i sentimenti, anche quelli contraddittori e spiazzanti, piuttosto che un mondo senza passioni, senz’anima, beata o dannata che sia.

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