Salve Marianna,
leggo il suo messaggio con molta attenzione e sento il peso di quello che sta portando. Non è esagerato. È reale, è profondo, ed è il segnale che qualcosa di importante chiede di essere ascoltato.
Lei dice che probabilmente è ora di affrontare questa situazione. Spesso non siamo noi a scegliere il momento. È il dolore stesso che, quando diventa troppo grande, ci costringe a fermarci e a guardare in faccia ciò che temiamo di più. E la sua paura è enorme. Non è solo la paura di perdere un animale, per quanto amato. È la paura di perdere un pilastro, un testimone silenzioso della sua stessa sopravvivenza. Quando dice che è grazie a lei che ha superato momenti bui, mi sta dicendo che questa creatura ha tenuto accesa una fiamma quando tutto intorno sembrava spento. Perdere lei, quindi, non è solo un lutto. Risveglia lo spettro di un passato che teme possa tornare, e la prospettiva di un futuro dove quella forza salvifica non ci sarà più.
Ecco il paradosso più crudele: la sua paura della perdita futura sta risucchiando via la vita che ha adesso. Sta morendo anticipatamente, privandosi della gioia per la carriera che ama, per lo sport, per gli amici, per gli stessi momenti con la sua cagnolina che ancora corre e gioca. Il panico che la soffoca è il segnale che sta vivendo la morte due volte: quella che verrà, e quella che si sta imponendo ora, nel presente.
Mi chiedo, e glielo chiedo, se riesce a guardare la sua amica a quattro zampe come un essere separato da sé. Oppure se, in questi anni di salvezza reciproca, le vostre identità si sono così intrecciate che la sua fine vi sembra la fine di una parte di voi. E mi chiedo anche se si è mai permessa di ringraziarla pienamente, di dirle quanto le deve, senza che a quel ringraziamento seguisse immediatamente il terrore del "dopo".
Lei ha costruito una vita: studi, lavoro, interessi. Questo è importante. È la prova che dentro di lei ci sono risorse, una persona capace di costruire. Forse quella persona ha paura di non essere abbastanza forte da stare al mondo senza la sua compagna pelosa. Forse teme che, con la sua partenza, crollerà di nuovo. Ma è proprio vero? O forse, senza nemmeno accorgersene, ha già iniziato a costruire i pilastri di quella forza dentro di sé?
La invito a considerare questo: il lutto più grande non sarà forse il giorno in cui lei se ne andrà. Il lutto più grande, e più subdolo, sta accadendo ora, mentre permette alla paura di rubarle ogni singolo giorno di gioia che potrebbero ancora condividere. C'è un compito di coraggio qui, e non è quello di prepararsi a non soffrire. È impossibile. Il compito è di vivere pienamente, con disperata gratitudine, ogni giorno che le resta insieme. Di trasformare l'ansia anticipatoria in presenza. In cura gioiosa. In memoria che si costruisce ora, nel presente.
Forse, onorare questa vita che sta per finire significa smettere di morire con lei in anticipo, e iniziare a vivere con lei, intensamente, fino all'ultimo respiro. Solo così, quando quel giorno arriverà, il dolore sarà puro, non contaminato dal rimpianto di aver sprecato il tempo che c'era.
Questo è un lavoro profondo. Non lo faccia da sola. La paura di preoccupare la famiglia è comprensibile, ma il peso che sta portando è troppo grande per le sue spalle. Cerchi uno spazio, con un professionista, dove possa deporre questo terrore e iniziare a separare due verità: la verità del suo amore per la sua compagna, e la verità della sua propria forza, che è cresciuta anche grazie a lei, ma che ora deve iniziare a riconoscere come sua.
Con rispetto,
Dr. Filippo Marongiu