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Il concetto di crollo dello sfondo, negli attacchi di panico, è un concetto affascinante. Ho sempre visto la diade sfondo/figura come inseparabile ... un po' come il corpo dalla sua ombra.

Ed, invece, ecco: il "crollo dello sfondo". Tutto ciò che mi sostiene, che costituisce il "contatto scontato", quelle cose che chiamo le mie "certezze" - un po come la sedia che regge il mio corpo, mentre scrivo o la capacità della mia moto di sostenermi in equilibrio in autostrada a forte velocità - possono davvero, all'improvviso, crollare!

È nell'intenzionalità di contatto e nella sua non - apparentemente - volontaria interruzione che diviene, d'un tratto, figura ciò che doveva essere e rimanere il mio sfondo.

E dal terrore, dall'incomprensibile sperimentare di non potersi letteralmente appoggiare, che emerge una nuova possibilità di contattare l'ambiente in cui vivo, possibilità che non mi ero, forse, semplicemente concesso.

Non c'è un modo unico di superare quella paura - quell'orrida sensazione di poter persino morire - perché nessuno è uguale all'altro ed e qui la causa del fallimento di tante e tante terapie. Bisogna, dunque, ricostruire lo sfondo in quell'ambiente dove significato e significante, figura e sfondo possono, a volte, dover cambiare per permetterci di cambiare noi stessi ed il modo di contattare noi e l'altro. Altresì è nel credere che l'ansia, la perdita, la paura costituiscano un male di cui ci si deve frettolosamente liberare (spesso richiedendo supporto al farmaco); è nel credere che basti mettere un bavaglio alle emozioni ricacciandole in un'ancora più oscura prigione, che commettiamo l'errore più grande.

L'ansia è, invece, un grido che va ascoltato: è un'energia vitale che non riesce a scavalcare le mura che le abbiamo costruito intorno. In una società che spinge verso l'anestesia in cui il dolore è bandito, il panico porta l'uomo verso quel " sentire " sconociuto ed inaccettabile da cui fuggire eppure - il panico - altro non è che un "grido" e, nel buio, una lanterna che si accende.

 

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