Depressione

Credo di essere depresso

Filippo

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Buonasera a tutti: volevo esporvi un problema che, ormai, mi porto dietro da un bel po' di tempo. Sono uno studente fuorisede, ormai da 3 anni e, da quando mi sono trasferito, ben poche sono state le gioie che hanno accompagnato questo mio percorso. Studio medicina, in una grande città, in un' università privata. Credo di essere depresso, poichè ho difficoltà a dormire (dormo o troppo poco, o troppo), sto perdendo l'interesse per ciò che sto studiando e passo le giornate a non fare nulla, se non stare al computer, cucinare e provvedere alle “attività di casa“. Vi spiego in breve il mio background: vengo da una famiglia di due genitori separati (ora in casa), che si sono umiliati, picchiati (piatti addosso, posate e affini) a vicenda fino ai miei 11 anni, per poi, separarsi (mia madre ha cacciato mio padre di casa). Il motivo “apparente“ è stato un tradimento di mio padre ma, credo, che le reali motivazioni fossero una certa distanza di interessi e di idee dalle tue parti. Ora vivono “insieme“ nella mia casa nativa, nella mia città per pagarmi i costi universitari (non potevano più permettersi case separate). Ho iniziato questo percorso, con il peso di tutto ciò alle mie spalle (spesso e volentieri, i miei mi hanno rinfacciato i loro sacrifici, dicendo: “sono tornato con tua madre per colpa tua, dovrò pagare una tangente per i prossimi anni“ - mio padre ; “guarda gli sforzi che facciamo per mantenerti e che sacrificio ho fatto nel tornare con tuo padre, non puoi permetterti di sbagliare“ - mia madre), anche se ora hanno percepito, seppur in parte, e rinfacciano meno il peso dei loro sforzi. A questa difficoltà, si aggiunge, il mio vivere in una famiglia modesta che, agli sforzi da me sopracitati, fanno sì che io viva con più difficoltà l'esperienza da fuorisede, per mancanza di reali possibilità di poter frequentare un corso, una palestra, l'andare a mangiare un panino, prendermi una birra con gli amici. (Non ho molti soldi, quelli che ho li uso per la spesa e per pagarmi le fotocopie degli appunti) Questo ha fatto sì che io, seppur molto estroverso, abbia stretto con diversi colleghi della mia università, ma non così tanto da sentirmi parte di un gruppo, da poter vivere da ragazzo e poter realizzare me stesso, al di là dei successi universitari.. questo perchè non sempre sono potuto scendere con loro per mancanza di soldi (ma anche di interessi, vi spiegherò dopo perchè). Studio in un'università, molto poco liberale e particolarmente bigotta, gestita dall'Opus dei (già questo va contro i miei ideali e filosofia di vita), dove l'invadenza religiosa si fa sentire particolarmente e, seppur non ti impongano di seguirla, molte persone si omologano e ne diventano parte. Un'università che è distante dal tipo di persone che frequento e dall'ambiente culturale e artistico che amo, in particolare c'è una certa, strana omonimia nella tipologia di persone che vi si incontrano. Io ho il terrore che stando qui, mi stia ingrigendo e che, soprattutto, per mancanza di valvole di sfogo, io perda definitivamente l'interesse per la medicina. Non ho neanche la possibilità di fare un giro in città, prendermi un caffè liberamente in centro poichè, è ubicata nella periferia, della periferia, della periferia, di Roma (in mezzo alle campagne, c'è solo l'università e l'ospedale dei tirocini e un bar fuori l'università.. non sto enfatizzando, è realmente così). Per raggiungere il centro di Roma, con metro e pullman, ci impiego 1h e 40 minuti e, ovviamente, questo fa sì che anche nel weekend, io sia limitato dagli orari della metro e pullman, se volessi uscire. Tuttavia, al di là di tutti i lati negativi, mi sembra giusto, ora esporvi quelli positivi: -Come avete potuto immaginare, ovviamente, il mio lasciare “casa“ è stato anche positivo nel farmi abbandonare quel contesto familiare che tanto mi ha mortificato e ferito nel mio passato. -Essendo un'università privata è più semplice (non perchè si studi meno, ma perchè si è molto più seguiti), laurearsi. -Ho lasciato una affetto che, per me, è ancora importante lì a Napoli, rappresentato dalla mia ex ragazza. -Amici storici che si sono rivelati un po' serpi Vorrei soffermarmi sulla vicenda ex ragazza: lei è stata una persona particolarmente importante per me, a cui ho donato tantissimo amore e per la quale ho fatto, molti gesti bellissimi (scritto canzoni, dedicato libri, scritto poesie, sogni su di lei, su un futuro assieme).. è stato il mio primo amore, con cui ho scoperto cosa vuol dire amare ed essere innamorati. Lei mi ha lasciato, in maniera orribile, tradendomi e mettendosi con quest'altro, riferendo per telefono, “da un giorno all'altro“, non ti amo più e non voglio che tu faccia più parte della mia vita, sparisci. E' stata una storia di 3 anni e poco più circa. Ho scritto virgolettato il “da un giorno all'altro“ poichè, anche se è stato improvviso, era ormai da quasi 1 anno che vivevamo una relazione tossica, basata sulla disistima reciproca e sulla mancanza di progettualità, legata perlopiù, a lei (in tal caso) e soprattutto di voglia di coltivare questo fiore che, come tutti i fiori non curati, è andato a morire. E' passato circa un anno, da quando lei non c'è più. Io non mi sono mai “rifatto“ una vita sentimentale, poichè non ho i mezzi (ve l'ho scritto prima) per poter conoscere nuove persone nè tantomeno la voglia. Ogni donna che conosco che potrebbe interessarmi, viene squadrata per filo e per segno, e basta il minimo, per far sì che io la “rifiuti“ e non provi un eventuale corteggiamento. Probabilmente non sono pronto. Guardo ancora i social della mia ex ragazza e, nei momenti di nostalgia, il mio pensiero è ancora diretto a lei quindi, presumo che un anno non sia bastato e mi ci voglia, in virtù della mia grande sensibilità, più tempo. Fatto sta che, l'anno scorso, il suo abbandono, associato a tutte le difficoltà che il mio essere fuorisede comportano IN QUESTA SITUAZIONE COMPORTANO, ha fatto sì che soffrissi particolarmente questa solitudine e che passassi le mie giornate, sotto la vasca a piangere e a non fare praticamente nulla. Mi sentivo molto depresso, snaturato e svalorizzato e la mia autostima è calata particolarmente. Ho avuto anche pensieri suicidi. Ora le cose vanno meglio, sto ritrovando un equilibrio in me stesso e provando, a trovare valvole di sfogo nelle piccole cose: come un piatto di pasta cucinato bene da me, o un buon thè accompagnato da un libro.. Ma ho il timore che possa ripetersi la situazione dell'anno scorso dove necessitavo di aiuti psichiatrici probabilmente e, per mancanza di soldi, non ho avuto. Ecco perchè a giugno-luglio, ho chiesto il trasferimento per studiare nella mia città: -Tuttavia tornare a casa, con i miei. -Vedere gli amici (?) storici, far nulla della propria vita, ubriacarsi, farsi gli spinelli. -La manipolazione affettiva di mia madre: “ Se torni a Napoli,tu non farei più niente della tua vita. “ “ Ci metterai 20 anni per laurearti. “ “ Tutti questi sforzi per nulla. “ “ Sei la mia delusione, il mio fallimento più grande. “ (con pianti annessi) Ora: lei ha sempre fatto leva sul suo vittimismo, e sul suo star male (si lamenta sempre, è perenemmente infelice) per far sì che io faccia quello che lei vuole (questo è un qualcosa che ho maturato adesso, ma di cui ho preso coscienza sia “nella lotta contro mio padre“ sia “nel tipo di persona che vuole che io sia“). Lei ha questo complesso tremendo del volermi far fare le scuole “migliori“, università “migliori“ (la mia è effettivamente, per didattica, molto buona), nonostante io di mezzi per potermi integrare e vivere appieno quelle realtà, non ne ho mai avuti. Specialmente in passato, dove l'assenza di mio padre ha fatto sì che le nostre possibilità economiche erano ridotte al lastrico. Questo, ovviamente, ha alimentato nel corso degli anni la mia sensazione di “disagio“ perchè parte di un contesto che, a me, era estraneo. Basato sul niente, sull'ipocrisia e non su valori reali. Bene, la storia si sta ripetendo ora. (com'è stato alle elementari, medie, superiori e, ora, università). Fatto sta che, a settembre, quando stavo per fare il trasferimento, non me la sono sentita, ho avuto paura di rischiare e di decidere, ho lasciato che la vita decidesse per me. Ho pensato che l'anno scorso, la mia depressione, fosse, perlopiù, legata all'abbandono della mia ex compagna. Ho paura che possa crollare di nuovo, e abbandonare, poichè, un altro anno così, non posso tollerarlo e non riuscirò a dare esami e a mantenere la mia sanità mentale.. Tuttavia, mi auguro che questo sia l'anno della consapevolezza oggettiva in cui, senza se e ma, riesca a vedere oggettivamente se questa è la strada che debbo perseguire o meno per essere felice (intendo il restare o il tornare).. anche perchè, fino a giugno-luglio, non posso fare nuovamente la richiesta.. Cosa mi consigliate di fare in tal periodo? Grazie in anticipo.

7 risposte degli esperti pubblicate per questa domanda

Salve Filippo

certo la sua condizione di studente isolato non le facilita il compito di fare nuove amicizie ed inserirsi socialmente indipendentemente dalle possibilità economiche. La volevo informare che esistono i consultori dove si può richiedere gratuitamene un sostegno psicologico o una consulenza. Lo può fare sia a Roma che a Napoli. Se mi da indicazioni precise su dove lo volesse fare le posso cercare anche qualche contatto. Credo che lei abbia una condizione ed una storia personale che richieda un confronto ed un'elaborazione quindi cerchi un terapeuta, associazione o consultorio che possa seguirla. Mi contatti per maggiori informazioni quando ha capito come e dove vorrebbe farlo

Gentile ragazzo,

con chi può parlare abitualmente delle sue preoccupazioni, delle sue paure? Quanti pesi porta sulle spalle? Non crede sia arrivato il momento di iniziare ad occuparsi di sè e dei suoi dolori?

Purtroppo, non è possibile poterla aiutare mediante questo canale, per questo le suggerisco di rivolgersi ad uno specialista della sua città per un consulto. 

In bocca al lupo, resto a disposizione

Dott.ssa Rita Messini Latina (LT)

Salve in risposta alla sua domanda le consiglio di Studiare! Frequentare medicina è impegnativo e richiede concentrazione e dedizione, se lei è distratto dal pensiero della sua ex, non può concentrarsi sullo studio. Fare il medico è come una sorta di vocazione intima, per la quale si vive per studiare, per aiutare il prossimo nel migliore dei modi. Almeno questo per quanto riguarda i bravi medici non raccomandati, che non acquistano gli esami e che studiano per passione. Se lei segue medicina per passione personale, non si lasci condizionare dalla ex, dal ritorno a casa, dalla questione economica, che può risolvere trovando un lavoretto part time, nel quale può unire l'utile ad dilettevole es. un mio amico, attualmente medico affermato, che non aveva una lira (ai nostri tempi) lavorara come segretario di studio medico, e vedeva anche casi interessanti, lo poteva fare perchè i primi anni di medicina il tirocinio è meno fatico, così lui fino al quarto anno ha studiato e lavorato, poi dal quinto al sesto ha iniziato le ore di internato e lì viveva per quelle, poi si è laureto e specializzato e adesso dirige un noto centro di dialisi. Raccontando la storia del mio amico è per fornire un esempio di come se si Vuole Veramente raggiungere un obiettivo il modo si trova, con la pazienza e l'umiltà di fare la propria gavetta ed i propri sacrifici. Anch'io ho vissuto fuori sede, ho vissuto all'estero anche ed ero spaventata e senza una lira ed ho vissuto le sue stesse giornate dove stavo a letto a piangermi a dosso, ma poi mi son detta "Basta!", mi sono rimboccata le maniche e sono andata avanti per la mia strada, perchè era quello che volevo per me. Lei vuole davvero diventare medico? E' davvero la sua scelta autentica o imposta dalla famiglia? vuole davvero crescere ed andare avanti consapevole della sua vita che solo lei può vivere da protagonista? Oppure vuole continuare a piangersi addosso aspettando infantilmente la fata turchina che con la bacchetta magica la trasformi in una vita da sogno? Spero di esserle stata di aiuto, cordiali saluti.

Buonasera Filippo,

premetto che non è sicuramente questo il modo ideale per aiutarti a comprendere cosa sia meglio per te, ad ogni modo registro in quello che hai scritto una grande richiesta di supporto che merita risposta.

Ti anticipo anche che io una “risposta” o “consiglio” corretto da darti non lo posseggo, ne tantomeno mi azzarderei ad abbozzarlo, convinta come sono che compito degli psicologi/psicoterapeuti non sia quello di suggerire soluzioni, bensì di aiutare chi si ha davanti a trovare da sé la risposta migliore al problema.

Voglio quindi qui rimandarti tutta una serie di sensazioni che mi suscitano le tue parole e porti alcune domande sperando possano aiutarti ad inquadrare meglio il problema, non tanto nei termini dei fattori esterni che lo caratterizzano (che descrivi in modo chiaro) ma piuttosto del tuo modo di porti rispetto a questi ultimi.

La prima e più importante sensazione che mi sucitano le tue parole è il senso di impotenza.

In ciò che scrivi ci sono diversi problemi che si intrecciano in modo complesso (dinamiche familiari, violenza, abbandono, solitudine, difficoltà economiche..) che per come tu descrivi sembra non possano avere alcuna soluzione se non quella di qualcuno/a che possa salvarti da questa condizione. Una sorta di resa, come a dire “ecco sviscerati tutti i problemi adesso ditemi voi”, dove a molti dei punti di cui tu parli poni anche un'impossibilità di soluzione, un'impresa quasi impossibile insomma. Un 'operazione con la quale sembra tu vada a depotenziare te stesso, ma pure gli altri ai quali eventualmente chiedi aiuto.

Una prima domanda che mi viene da porti è “Quanto nella tua esperienza ti capita di chiedere sostegno ma di partire in fondo già con l'idea che tanto nessuno potrà mai realmente aiutarti?”

Sembra assurdo ma in modo abbastanza inconsapevole ripetiamo costantemente comportamenti e ci incastriamo in situazioni che ci confermano idee sulla vita che si sono andate formando in un'epoca precoce della nostra esistenza, anche quando queste idee sono disfunzionali al nostro benessere. Questo può portarci a scartare proprio quelle opzioni che possono condurci ad un reale cambiamento, opzioni che andiamo a svalutare in partenza, soprattutto quando ci vengono proposte dagli altri.

Una seconda sensazione è il senso di solitudine, mi colpisce molto come a confronto sicuramente con altre realtà universitarie altrettanto prestigiose quella da te scelta ti ponga proprio in una condizione così isolata, non solo da un punto di vista logistico ma pure di interessi e passioni così distanti da quelle dei tuo colleghi in un contesto “poco liberale e così bigotto” come tu stesso definisci. Quasi come se tu stessi espiando una colpa, per studiare i tuoi fanno dei sacrifici e allora mi viene da chiederti “Ma tu senti davvero di poter essere felice?”

Rispetto alla scelta se restare o meno come ti anticipavo non ho una risposta, sento comunque di dirti che al di là delle scelte che facciamo più o meno responsabilmente ci sono infinite opportunità e non sempre la prima che crediamo più giusta è quella buona, in questo caso cos'è fallire?

Restare dove “dobbiamo” o andare altrove abbandonando un progetto prima del termine?

Sicuramente vale la pena comprendere prima ciò che vogliamo.

Rispetto alla tua paura di una depressione e all'eventualità del supporto di uno psichiatra puoi informarti presso la ASL a te più vicina sui costi di una visita psichiatrica, questo qualora ne sentissi necessità. Prima di assumere farmaci ti consiglierei (e qui lo faccio) sempre e comunque di consultare uno/a psicologo/a per una valutazione.

Buona serata.

Dott. Luigi Ferraro Napoli (NA)

Ciao Filippo, dal tuo racconto emerge tutto il peso del fardello che stai portando. Un peso fatto di sensi di colpa per le eventuali aspettative che senti di aver mancato rispetto al sacrificio dei tuoi genitori per mantenerti gli studi.

Mi sento di suggerirti, come primo passo, di affidarti al servizio di supporto psicologico della tua università (almeno in quelle pubbliche è presente ed è totalmente gratuito) in modo da poter trovare un primo aiuto per affrontare le difficoltà riguardanti lo studio.

Tienici aggiornati

Dott.ssa Simona Rao Milano (MI)

Caro Filippo,

leggendo quello che scrivi mi sembra che la metafora della gabbia o trappola calzi a pennello. Sicuramente terribile da vivere, tanto più finchè ti senti impotente e predato a destra e sinistra. Ma è la tua occasione per girare il volante. Invertire la marcia. Lungi dal dire che è cosa facile, non riesco però a vedere altra alternativa. A costo di deludere genitori, aspettative altrui, e forse anche l'immagine che tu stesso hai di te, ti invito a rovesciare tutto, un pò alla volta, a piccoli passi. Ricostruire basi solide, partendo dalle certezze che hai, se ne hai (se non senti di averne, puoi crearne): Cosa voglio IO? Cosa ho scelto e risceglierei oggi? Se non dovessi rendere conto a mamma, papà, nessuno, cosa farei IO oggi? Riparti da te. Buona fortuna.

Gentile Filippo,

prima di autodiagnosticarsi una depressione io porrei il punto su un elemento importante... ha deciso di chiedere aiuto. Questo può essere il passo fondamentale affinchè ci possa essere un cambio di prospettiva nella sua vita che possa aiutarla a focalizzarsi sui propri obiettivi senza fardelli e zavorre. Spero di poterle essere d'aiuto al riguardo. In attesa di un suo gentile riscontro la saluto. Cordialmente

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