Elaborazione del lutto

L’elaborazione del lutto non è un percorso a tappe

18 Ottobre 2019

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L’essere umano prova sempre una sorta di strano disagio e talvolta dolore sempre quando si deve confrontare con l’idea della FINE.

I tentativi di comprendere il significato della finitezza e della sofferenza umana rappresentano uno dei temi centrali delle religioni e delle filosofie.

Così come della psicologia.

Se mettiamo insieme il concetto di finitezza e quello di dolore l’idea che ne consegue molto naturalmente è quella di lutto/perdita.

In italiano la parola lutto viene definita come “il dolore per la scomparsa di persone care, E le sue manifestazioni individuali o collettive nell'ambito degli usi e costumi delle singole comunità”.

Esiste talvolta nei dizionari una specifica che dice: “Con significato particolare, in psicanalisi, elaborazione del lutto, processo messo in moto dalla perdita di un oggetto amato e che conduce, attraverso l’accettazione e la rassegnazione, all’abbandono dell’oggetto stesso”.

Ecco non ho mai letto una definizione del dizionario Treccani così superata.

Molti hanno sentito parlare dei famosi 5 stadi dell’elaborazione del lutto.

1. FASE DELLA NEGAZIONE: “Non posso crederci”, “Non sta succedendo davvero”.

2. FASE DELLA RABBIA: “Non è giusto”, “Cos'ho fatto di male per meritarmi questo?”

Tutto appare come incomprensibile, come un qualcosa che mai avresti pensato potesse accadere proprio a te.

3. FASE DELLA NEGOZIAZIONE: Quando succede qualcosa di brutto, si tende a fare un accordo con Dio.

“Per favore, Dio, se guarisci mio marito, mi sforzerò di essere la migliore moglie che io possa mai essere e non mi lamenterò mai più”.

Se questo cambia, di riflesso io cambierò.

Il senso di colpa è tipico della fase di contrattazione. Questo è supportato dalle infinite affermazioni “chissà se”

4. FASE DELLA DEPRESSIONE: In questa fase, le persone solitamente si “ritirano” dalla vita, si sentono insensibili o si rendono.

Il mondo potrebbe sembrare troppo opprimente per poterlo affrontare.

Non si gradisce la presenza o la compagnia di altri, perché non si nutre nessuna voglia di parlare o condivisione dei propri sentimenti di disperazione.

Questo è anche il momento in cui non si riconosce più la propria vita perché è stata sconvolta del un evento traumatico o luttuoso, e spesso non si riconosce nemmeno se stessi, i comportamenti i pensieri che la mente produce.

5. FASE DELL'ACCETTAZIONE: fase che potremmo accostare all’ultima parte della definizione della Treccani, l’abbandono dell’oggetto amato.

Questo modello ormai famoso, ha indubbiamente avuto dei meriti, ha dato indicazioni a milioni di persone, dicendo che il lutto, quel dolore insormontabile che sentivano in quel momento, potesse essere superabile e ha indicato una strada per uscirne.

Le fasi sono anche tecnicamente riscontrabili in quello che definiamo come elaborazione del lutto.

Questo modello però, come tutti i modelli, ha anche dei limiti, il più grave, a mio giudizio, è proprio quello di essere stato diffuso al grande pubblico come un percorso a tappe prestabilite che parte da 1 e arriva a 5.

L’elaborazione del modello risale al 1969 e ha trovato diffusione più recentemente inserendosi perfettamente all’interno della società attuale, dove tutto è diventato un compito, una serie - appunto - di tappe da dover affrontare e superare per procedere a quella successiva.

Questo, accanto al profondo cambiamento sociale che nei secoli abbiamo vissuto nella gestione del morire e della morte, ha reso questo evento naturale un evento da evitare, sterilizzare, nascondere - soprattutto ai bambini - o edulcorare, come quando evitiamo persino di usare la parola morte e cerchiamo dei sinonimi più facilmente digeribili, e diciamo cose tipo ci ha lasciato, è venuto a mancare, non c’è più.

In pratica, quando non può essere evitata, la morte è diventata un evento da superare e lasciarsi alle spalle nel minor tempo possibile ma secondo alcuni assolutamente entro 1 anno dall’evento luttuoso.

E se non ci si riesce?

Questo atteggiamento mette una pressione tremenda addosso a chi è in lutto, comunicando che c’è qualcosa di sbagliato in lui o lei e che non sta facendo le cose come dovrebbero essere fatte.

Credo che possiate immaginare come questa attitudine nei confronti del lutto e del dolore sia controproducente e persino dannosa per chi invece, per una serie di motivi, non riesce (forse fortunatamente) a portare a termine il compito in un periodo di tempo accettabile, come la società richiede.

Se chiedete a persone che hanno perso un congiunto la cosa che gli è stata detta dopo la morte che hanno detestato di più sono frasi che girano intorno al concetto di “andare avanti”, o “superare”.

Di fronte a questo anche i professionisti della salute mentale si sono interrogati e sono riusciti a dare risposte diverse, se vogliamo persino profondamente “rivoluzionarie”, risposte che sono diventate anche una forma di resistenza alla frammentazione e alla disconnessione che pervade la società nella quale viviamo.

Il lutto diventa così un atto sovversivo, che mina le fondamenta del quieto accordo sociale, che ci costringe da troppo tempo ormai a “comportarci bene” controllando e annullando le nostre emozioni.

In questa diversa - se pur non nuova – concezione, il lutto è un’esperienza di rinnovamento, in cui la mente viene “rotta e ri-assemblata”, rifatta.

C’è la consapevolezza della difficoltà, del dolore e del fatto che questo processo non sia frutto di una scelta, perché nessuno scegliere di perdere qualcosa che ama.

Nessuno va in cerca della perdita, al contrario essa ci trova.

Il lutto si presentifica sul nostro cammino ed è qualcosa dal quale non possiamo fuggire, non lo possiamo scavalcare, aggirare, il lutto, nel momento in cui appare sul nostro cammino deve essere qualcosa verso cui andare.

Nelle parole di Francis Weller, il lutto è un’emozione porta/soglia che la vita ci ha messo di fronte.

Immaginate la vostra casa…

Ecco, ora immaginate che nella vostra casa ci sia una porta che non aprite, mai, non sapete cosa c’è dietro la porta, sapete solo che non potete o non volete aprirla. Immaginate che vi venga a trovare un amico a casa e vi chieda cosa c’è dietro quella porta e voi rispondete Non lo so non l’ho mai aperta.

Strano eh?!     

Possiamo decidere di non varcare quella soglia e continuare a vivere cercando di ignorarla, anche se molto probabilmente di fatto continueremo a vivere alla sua ombra.

Oppure possiamo decidere di varcarla.

Viviamo in una cultura che limita, restringe seriamente cosa e quanto ci è permesso di sentire, quali e quante emozioni sono permesse.

Abbiamo indicazioni/regole sociali che ci dicono come dove e quando possiamo vivere le emozioni e i sentimenti; rabbia, gioia, dolore, fisicità, esuberanza.

La società ci richiede sempre una sorta di contegno, perché saltare di gioia per la strada è sconveniente, ci potrebbero prendere per pazzi, piangere (per un lutto o un dolore) sul luogo di lavoro è fuori luogo, proviamo imbarazzo all’idea di apparire così vulnerabili e arresi in un contesto dove invece ci viene richiesta competenza e velocità.

E la società (così come quella particolare forma di società che si chiama famiglia) ha regole particolarmente rigide rispetto alle emozioni negative.

Pensateci, quando qualcuno vive un evento positivo, per esempio una nascita, dopo aver fatto le congratulazioni etc. dopo un po’ non diciamo “vabbè ora vai avanti”, quando un figlio festeggia il quinto compleanno nessuno dice “Sì ok abbiamo capito, ti è nato un figlio 3 anni fa, adesso basta festeggiare”.

La società e di conseguenza gli individui che la formano dicono vai avanti, supera, lascia andare ANCHE per il semplice motivo di non sapersi confrontare con il dolore del lutto, il dolore della perdita, il dolore ha perso il suo sacro posto nella cultura occidentale e molto probabilmente lo ha perso anche nelle nostre case e nelle nostre menti.

Il problema è che se comprimiamo, restringiamo, lo spazio del lutto o del dolore restringiamo anche lo spazio della gioia e delle altre emozioni finendo per vivere in un mondo piatto, EMOTIVAMENTE PIATTO, che è esattamente dove siamo come cultura/società oggi.

Perché, per quanto strano possa sembrare la mente non ha una modalità selettiva per la quale possa scegliere di limitare, attutire solo le emozioni negative, quello che succede è un appiattimento di tutte le emozioni, negative E positive.

Quando varchiamo la soglia e ci troviamo nella “stanza del lutto” questo ha la capacità di ampliare il resto della nostra vita verso la gioia e la comunione con chi ci è vicino.

Il lutto ha bisogno di essere condiviso, non giudicato.

Quando permettiamo a noi stessi e ad altri il tempo e lo spazio per soffrire senza essere giudicati possiamo ritrovare il senso della nostra vita adesso che deve essere vissuta senza la persona che è morta, senza ciò che abbiamo perso.

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