Serena Brancale a Sanremo 2026 Il lutto non come rottura, ma come trasformazione

La presenza di Serena Brancale al Festival di Sanremo 2026  non come semplice partecipazione a una gara canora, ma come tappa coerente di un percorso artistico che ha fatto della trasformazione la propria cifra identitaria. Una biografia fatta di passaggi, non di rotture

Nata a Bari, musicista completa, cantante e polistrumentista, Serena Brancale si forma tra studio accademico e sperimentazione. Il suo percorso non è lineare: attraversa il jazz, l’R&B, la contaminazione elettronica, la canzone d’autore. Non resta mai ferma in un territorio definito.

Nel tempo ha raccontato più volte come il rapporto con la musica sia stato, prima ancora che professionale, profondamente identitario: un luogo di radicamento ma anche di continua ridefinizione. Ogni cambio di direzione sonora non è stato un tradimento delle origini, bensì una loro espansione. E qui emerge un primo elemento chiave: la trasformazione non come abbandono di ciò che si è stati, ma come ampliamento. Nella sua storia personale e artistica si ritrova questa tensione costante tra fedeltà e cambiamento. Non si tratta di negare il passato, ma di portarlo con sé in forma diversa. È la stessa dinamica che caratterizza un lutto sano: non cancellare, ma riorganizzare.

Il brano presentato al Festival si muove dentro una dimensione intimista e al tempo stesso potente. Non c’è compiacimento nel dolore, ma una consapevolezza adulta della perdita. Il testo non racconta una rottura definitiva: racconta una trasformazione di legame. Non c’è rabbia esplosiva, né vittimismo. C’è una frase chiave – ripetuta come un mantra – che suggerisce che ciò che si perde cambia posto, ma non sparisce. Musicalmente, la costruzione del brano segue la stessa logica: parte da un’essenzialità quasi sospesa e cresce, stratificandosi, fino a diventare ampia, respirante. Non c’è una cesura netta tra prima e dopo. C’è una progressione. È un brano che non chiede di “andare avanti”, ma di “portare dentro”. E questo è un messaggio profondamente controculturale.

Il lutto: frattura o metamorfosi?

Nel senso comune, il lutto è associato a una rottura: qualcosa si spezza, e noi restiamo dalla parte mancante. Ma l’esperienza clinica e psicologica ci insegna che il lutto non è un taglio chirurgico. È un processo di riorganizzazione identitaria.

Quando perdiamo qualcuno – o qualcosa: una relazione, un ruolo, un’immagine di noi – non perdiamo solo l’oggetto esterno. Perdiamo una parte del nostro assetto interno. Il lutto allora non riguarda soltanto l’assenza: riguarda la ridefinizione di chi siamo. La canzone di Brancale intercetta proprio questo passaggio:  Non racconta l’assenza come vuoto assoluto, ma come spazio che chiede una nuova forma. Non nega il dolore, ma lo integra dentro una narrazione evolutiva.

Il dolore non viene glorificato, viene attraversato, eppure la fedeltà autentica non consiste nel restare congelati nella sofferenza. Consiste nel permettere che ciò che abbiamo amato continui a generare vita in noi.

Nel lutto trasformativo: non si dimentica, si integra. Non si cancella, si riorganizza, perché questo messaggio oggi è potente In un’epoca che chiede performance emotiva e velocità di guarigione, il messaggio che emerge dal brano sanremese è radicale nella sua semplicità: il dolore non è una deviazione dalla vita, è una delle sue forme. Non esiste una linea retta che porta “oltre” il lutto, esiste un movimento circolare, a spirale, in cui il ricordo cambia intensità ma non sparisce. E, se accolto, può diventare generativo. Il successo mediatico di Brancale al Festival non si spiega soltanto con la qualità vocale o l’arrangiamento, si spiega con la risonanza emotiva, con la capacità di dare parola a un’esperienza universale senza banalizzarla

Il lutto come spazio creativo

C’è un punto in cui arte e psicologia si incontrano: entrambe lavorano sulla trasformazione del dolore in forma. La musica di Serena Brancale, in questo momento del suo percorso, sembra collocarsi esattamente lì. Non come testimonianza di una ferita aperta, ma come prova che la ferita può diventare linguaggio.

Il lutto non è una rottura definitiva della continuità. È una metamorfosi della continuità stessa. E forse è questo che rende potente la sua presenza a Sanremo 2026: non l’eventuale vittoria, ma la narrazione implicita che propone, che si può perdere senza scomparire, che si può cambiare senza tradire, che si può soffrire senza spezzarsi, e che, a volte, proprio nella trasformazione, si ritrova la forma più autentica di fedeltà.

Nel mio studio di psicologia e psicoterapia a Noale vedo ogni giorno come il lutto non sia mai una frattura netta, ma un lento lavoro di trasformazione interiore. Le persone non “dimenticano”: imparano, con tempi diversi, a dare una nuova forma al legame e a sé stesse.

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