Quattro mesi fa ho perso mio marito per complicazioni legate a una grave malattia al fegato, la stessa malattia che quattro decadi prima uccise suo padre quando lui era ancora bambino.
Mi chiamo Giada e, quando vi scrissi per la prima volta, erano passati due mesi dalla morte di mio marito, del compagno di una vita, e con oggi entro nel quarto mese senza di lui.
Il 9 febbraio ho lasciato la casa dove vivevamo e posso dire che è stata la cosa migliore che ho fatto, anche perché mia cognata, che non aspettava altro, mi avrebbe reso la vita impossibile, come ha fatto nei tredici anni precedenti, avvelenando il mio rapporto con Roberto (mio marito).
Il trasferimento mi ha fatto rinascere sotto ogni punto di vista. Roberto manca e mancherà sempre, ma il dolore è più sopportabile.
La domenica di Pasqua sono stata a pranzo da una coppia di amici, fratello e sorella, amici anche di mio marito. Lui, a un certo punto, mi dice (e non è la prima volta) di considerare quanto successo un “capitolo chiuso”, “passato”, perché la vita è così e perché sono già quattro mesi che Roberto non c’è più, come se esistesse una data di scadenza per il superamento di una perdita così importante, soprattutto tenendo conto delle dinamiche con cui è avvenuta.
Quando gli ho detto che Roberto è ancora presente, seppur in un altro modo, ha sminuito quanto ho detto con le solite frasi: “capitolo passato” o “devi andare avanti”, e il peggio: “meno male che non avete avuto figli”. Tutte cose a cui ho ribattuto, compresa l’uscita peggiore, cioè che, se Roberto fosse uscito da quel reparto di neurochirurgia, avrebbe comunque continuato a bere. Come per dire che era meglio che fosse morto.
Ho ribattuto al momento e ho ribattuto anche ieri, asserendo che Roberto non è e non sarà MAI un capitolo chiuso e che quello che siamo e che continueremo a essere, seppur in un altro modo, lo sappiamo solo NOI.
Vero: mi ha scaricato addosso tutte le sue follie, per non parlare del suo atteggiamento di debolezza/omertà nonsense che gli impediva di prendere posizione quando il suo parentado tossico, dalla sorella al nipote, mi faceva del male, anzi, CI faceva del male, cercando di metterci l’uno contro l’altra. Ma io non cancellerei niente, rifarei tutto, non cancellerei neanche un singolo istante passato accanto a lui.
Ho tutto il diritto di piangere mio marito, di ricordarlo e di amarlo ancora, tutto il diritto, e niente e nessuno può togliermelo. Questo, ovviamente, l’ho fatto presente al diretto interessato, ribadendogli che, per quanto lo ringrazi del supporto, un amico lo considero e un amico RESTA, nulla più di questo.
Ho ripreso a lavorare, a pianificare i miei studi e a organizzarmi la vita, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Da quando Roberto non c’è più si susseguono tante prime volte: dal Natale, alle feste pasquali, sino al mio 39esimo compleanno che sarà il prossimo mese.
Non abbiamo avuto figli perché io ero gravemente obesa (adesso ho perso più di una ventina di chili) ed è stato meglio in quel senso, perché non sarei riuscita a portare a termine la gravidanza o comunque sarei stata ad altissimo rischio per aborto spontaneo, diabete gestazionale e preeclampsia. Non è detto che non possa averne: non sarà con lui, ma la possibilità non la escludo.
Ieri ho ricevuto un messaggio di questo nostro amico e non ce l’ho fatta più: era giusto che sapesse che non era ok e che ha mancato di rispetto a me come persona, donna e moglie, oltre che al ricordo di mio marito.
Nonostante la sua instabilità emotiva, le sue dipendenze e le sue debolezze, non sarà MAI un “capitolo passato”, come non lo sarà MAI la moglie di mio zio paterno per lui, nonostante lui sia comunque andato avanti.
Sono decisamente SCHIFATA dalla mancanza di sensibilità e rispetto delle persone. Sentirmi dire addirittura che “non posso fare la vedova a vita”: sento la mancanza di un compagno ogni giorno, ma non mi sento emotivamente e fisicamente pronta. Preferisco approfittare di questa solitudine come occasione per ricostruirmi e ridefinirmi.
Sbaglio qualcosa?
Cara Giada, ti ringrazio per aver condiviso con me questo passaggio così denso e carico di consapevolezza. Leggendo le tue parole, la prima cosa che emerge con forza è la tua incredibile capacità di autodifesa e di protezione della tua dignità, un segnale di salute psicologica non comune in una fase così delicata come quella del quarto mese di lutto.
Voglio risponderti subito al dubbio che poni alla fine: no, non stai sbagliando nulla. Al contrario, stai rivendicando il diritto sacrosanto alla tua narrazione personale. La perdita di un marito non è un evento che si "chiude" come un fascicolo burocratico, ma è una trasformazione profonda dell'esistenza. L'idea che esistano tempi prestabiliti per il dolore è uno dei miti più tossici e persistenti della nostra società, che spesso riflette più l'incapacità degli altri di reggere il disagio della perdita che una reale preoccupazione per chi soffre. Quando il tuo amico parla di "capitolo chiuso", sta proiettando il suo bisogno di vederci "guariti" per sentirsi sollevato lui stesso, ignorando che l'amore non smette di esistere solo perché cambia la forma della presenza.
Le parole che ti sono state rivolte, specialmente riguardo all'assenza di figli o alla malattia di Roberto, non sono solo prive di tatto, ma rappresentano una vera e propria invasione dello spazio sacro della tua memoria. Hai fatto bene a porre dei confini chiari. Proteggere il ricordo di Roberto, includendo anche le sue fragilità, le sue dipendenze e le complessità del vostro legame, significa onorare la verità della vostra storia. Amare qualcuno non significa ignorarne le ombre, ma aver scelto di restare nonostante esse; per questo la tua decisione di non cancellare nulla è un atto di estrema lealtà verso te stessa e verso il vissuto che ti ha resa la donna che sei oggi.
Il fatto che tu sia riuscita a lasciare una casa intrisa di dinamiche familiari ostili e che tu abbia ripreso in mano la tua salute e i tuoi studi è la prova che "andare avanti" per te non significa dimenticare, ma integrare. Stai ricostruendo la tua identità, quella Giada che si ridefinisce attraverso i venti chili persi e i nuovi progetti, senza per questo dover rinunciare al legame interiore con Roberto. La solitudine che stai scegliendo non è un ripiegamento, ma un laboratorio di rinascita dove finalmente puoi ascoltare la tua voce senza il rumore di interferenze esterne o "parentele tossiche".
Sentiti libera di vivere queste "prime volte" (il compleanno che arriverà, le festività trascorse) con tutta l'ambivalenza che comportano: la tristezza per l'assenza e l'orgoglio per la tua nuova autonomia. Non permettere a nessuno di cronometrare il tuo dolore o di sminuire il valore di ciò che hai vissuto. Il lutto è un processo attivo, non una malattia da cui guarire, e tu lo stai attraversando con una fermezza e una lucidità che sono la tua risorsa più grande. Continua a fidarti del tuo istinto e del tuo tempo interno, perché è l'unico che conta davvero.
Dott.ssa Francesca Giusto
Psicologa e Pedagogista
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Giada, quello che stai facendo è esattamente il tuo modo di attraversare un lutto importante, e non esiste una scadenza entro cui “dovresti” stare meglio o considerare chiusa una storia così significativa. Quattro mesi, dopo una relazione di una vita, sono pochissimi. È del tutto naturale che tuo marito sia ancora presente dentro di te, nei pensieri, nei ricordi, nel legame che senti.
Hai anche fatto qualcosa di molto importante: stai andando avanti senza negare il dolore. Hai cambiato casa, hai ripreso a lavorare, stai progettando, ma allo stesso tempo continui ad amare e ricordare Roberto. Questo non è restare bloccata, è integrare la perdita.
Le frasi che ti sono state dette (“capitolo chiuso”, “devi andare avanti”, “meno male che non avete avuto figli”) non sono solo poco sensibili, ma anche profondamente invalidanti. Spesso chi le dice non sa reggere il dolore altrui e prova a ridurlo, a semplificarlo, a metterci sopra una sorta di “ordine” che però non rispetta la realtà emotiva di chi lo vive.
Hai fatto bene a mettere un confine e a dirgli che non era ok. Proteggere il tuo modo di vivere questo lutto è fondamentale.
Tu non stai idealizzando o negando la complessità della relazione. Riconosci le difficoltà, le ferite, le dinamiche difficili… eppure scegli consapevolmente di non cancellare nulla. Questo è un segno di grande maturità emotiva.
Il fatto che tu oggi non ti senta pronta per una nuova relazione è coerente con quello che stai vivendo. Non è “fare la vedova a vita”, è rispettare i tuoi tempi. E allo stesso tempo, come dici tu, stai usando questo periodo anche per ricostruirti, per ridefinirti. Le due cose possono coesistere.
In qualsiasi momento puoi contattarmi se mai volessi esplorare ciò che stai vivendo con un professionista. Sono disponibile anche per sedute online.
Con affetto
Dott.ssa Bacchi
Bergamo
La Dott.ssa Flora Bacchi offre supporto psicologico anche online
Gentile Giada,
mi dispiace per tutte le tribolazioni che hai vissuto.
Come dice un proverbio: "Al cuor non si comanda". Hai assolutamente diritto a tutte le emozioni che provi, alle decisioni che prendi. Non c'è un tempo prefissato per un lutto, né una sola è la modalità di viverlo. C'è una riorganizzazione della vita attuale, una elaborazione e rielaborazione di vissuti e di eventi, i quali hanno tempi unici e passano attraverso ogni singola persona, la quale ha diritto ad essere rispettata.
Si possono dare soluzioni, esterne, che rischiano di essere semplicistiche, sommarie, superficiali, che forse mirano ad un obiettivo desiderato o benevolo, ma non vedono la persona nella sua complessità.
La strada della tua vita continua con quel NOI che rimane con te, ti accompagna nella tua condizione di vedova, come pure nell'andare oltre e vedere i nuovi orizzonti, nuove riprese e "tante prime volte" (sorprese?).
Ti invito a guardare e gustare i piccoli passi di ogni giorno, come peraltro mi pare stia procedendo.
Ti auguro ogni bene e rimango a disposizione.
drssa Chiara Lecca
Cagliari
La Dott.ssa Chiara Lecca offre supporto psicologico anche online