Salute Sessuale

Il mito della coppia felice: quale amore?  

Dott.ssa Maria Gurioli contattami

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L'incontro fra un uomo e una donna innamorati è meraviglioso, inebriante, rivitalizzante, come un bagno in una sorgente di acqua fresca e trasparente, non ci sono parole per descrivere questa esperienza, piena di forti emozioni e di intenso erotismo.

L’innamorato vive un’esperienza di rinnovamento e di rinascita, ma anche di paura, perché l'intensità delle emozioni provoca un allentamento delle difese e lo pone in una condizione di vulnerabilità.

Ma la sensazione di unità, di partecipazione e di rivelazione del  proprio mondo interno, rispecchiato dall’altro e nell’altro, spinge ad affrontare il rischio di aprirsi a questa sconvolgente esperienza e a goderla pienamente.

 

Nell’innamoramento, nel bisogno di simbiosi e di fusione che esprimiamo, ripercorriamo le tappe della nostra nascita. Viviamo l’ebbrezza di sentirci l’oggetto esclusivo del desiderio dell’altro, rinnoviamo l’illusione che solo questa fusione, che di certo abbiamo già sperimentato nel rapporto con la madre, sia la vera felicità.

In questa fase non esiste soggettività, ci sono due entità confuse l’una nell’altra, non c’è conoscenza dell’altro, né vero riconoscimento. Il desiderio che esprime l’innamorato è vorace, l’altro è come un seno da succhiare.

Anche il bambino, nei primi tempi della sua vita, vive stati fusionali in cui probabilmente si sente completamente contenuto e perso nel seno e nella madre. E’ importante che questi stati esistano e siano goduti per progredire verso la separatezza e l’autonomia. Gradualmente il bambino si allontanerà dagli stati fusionali e imparerà il piacere di sentirsi separato ed autonomo, anche se continueranno ad esistere bisogni di dipendenza e di contenimento affettivo.

 

In analogia, anche l’innamorato gradatamente comincerà a sentirsi sazio della fusione  e a cercare una forma più consapevole di unità con l’altro, attraverso la conoscenza e la comprensione.

Si accorgerà di conoscere l’altro solo superficialmente, che potrebbe essere molto diverso da come l’aveva creduto in quella fusione, piena anche di spiccate idealizzazioni.

Così potrebbe succedere che l’altro si riveli una grande delusione, rispetto a quello che egli aveva immaginato o sperato e che la relazione si chiudi così.

Oppure, la relazione va avanti ed inizia il vero confronto, la vera conoscenza dell’altro al di là degli abiti attraenti di cui lo si era inconsapevolmente rivestito. Un amore profondo e duraturo implica lo sforzo ed il piacere di conoscersi in profondità, di condividere stati emotivi e mentali.

 

Superata la fase fusionale ci si rende conto che è necessario dirsi io non sono te, tu non sei me, è necessario sottrarsi alle proiezioni imprigionanti, che ci mettono addosso abiti che non ci appartengono (dolce…comprensiva…forte… e tanti altri aggettivi…). Assecondare le proiezioni dell’altro, significa rinunciare a se stessi.

Esprimere resistenza, opposizione, dire no, è un processo non previsto dall’ideale o dal “mito della coppia felice”, mito che passa attraverso la pubblicità, i filmetti televisivi, attraverso un edulcorato immaginario collettivo, attraverso le attese irrealistiche dei sogni genitoriali. Ogni coppia subisce la pressione di questo mito, che porta a pensare che nella coppia felice non si litiga e non si soffre, che uomo e donna si completano armonicamente, che ci saranno figli felici coi quali costruire il proprio mondo felice.

Quanto più le critiche, le contrapposizioni, i diversi punti di vista, vengono esclusi da un dialogo franco e sincero, tanto più aumentano segretamente i sentimenti di ostilità.

Il “no” destabilizza, crea imprevisti, crea una distanza che viene temuta. Invece, proprio questa distanza crea la possibilità di un incontro vivo. Nella “coppia felice”, il “no”che non viene detto, crea segrete sacche di resistenza, prosperano la noia, il disprezzo ed il dialogo è povero e pieno di tabù.

 

I tanti disturbi legati alla sessualità sia maschile che femminile, esprimono quel no all’altro che si teme di dire e che il corpo, che è più sincero, dice per noi.

Il problema sessuale, molto spesso, non è riferibile solo a quello specifico partner, ma patisce di tutta la storia della nostra identità, di come siamo stati desiderati e abbiamo imparato a desiderare, di che rapporto abbiamo con le emozioni, quelle positive e quelle negative. Le viviamo con fiducia o abbiamo imparato a temerle, a controllarle, a negarle?

Ci sentiamo abbastanza forti da aprirci ad un dialogo sincero con l’altro, abbastanza solidi da affrontare il rischio di perdere i nostri confini nell’esperienza dell’orgasmo?

Un dialogo sincero con l’altro non è facile, è pieno di contraddizioni, di emozioni vivificanti, di tante altre difficili, dolorose, che si risvegliano nell’incontro. Emozioni riferite a quella persona specifica, altre rievocate, riproposte, rivissute in un incontro che riecheggia esperienze della nostra infanzia, emozioni sperimentate coi nostri genitori, che riemergono in superficie e che vengono trasferite e riferite al partner.

 

Due comportamenti estremi nuociono  all’amore, la fusione e la difesa.

La fusione porta alla dipendenza e alla negazione della soggettività propria e dell’altro. Porta alla compiacenza intanto che si coltiva una segreta ostilità. Per paura di dispiacere l’altro, si rinuncia progressivamente a parti vitali di se stessi, fino al punto di sentirsi aridi, ingessati, infelici.

Quella fusione felice dell’innamoramento, se protratta oltre quella fase, diventa un letto di spine: l’entusiastica adesione dell’innamorato all’altro, l’ebbrezza di scambiarsi dei si che nascono nel piacere, diviene inevitabilmente una situazione in cui i si che vengono detti, sono per non procurare dispiacere, così l’entusiasmo si spegne nella noia, l’altro non è più un mistero da scoprire, ma qualcuno che ci esaspera nel suo incedere inesorabilmente prevedibile.

Ma anche chi, per paura di un rapporto fusionale, si difende con la distanza, si ritrova in un rapporto in cui non c’è incontro, contatto e gratificazione.

La fusione, che esige una tale (apparente) vicinanza da negare la soggettività, così come la difesa, che pone una tale distanza da non potere mai incontrare l’altro, sono due facce della stessa medaglia, sono due comportamenti opposti, che portano ad un senso di isolamento.

Per potere incontrare l’altro in un processo che costruisce l’amore, il nostro io deve essere solido, ma avere confini aperti e flessibili. L’altro non deve essere considerato come la metà di una coppia, ma come un individuo, qualcuno anche senza di me. Qualcuno che, se mantiene la propria autonomia e libertà e le proprie possibilità di crescere e trasformarsi, è un continente che, per quanto possa essere esplorato, rivelerà sempre zone nuove non ancora percorse.

Se ci avviliamo con il possesso, con il controllo, con le eccessive gelosie, se ci impediamo di dire il no dell’autonomia, diventiamo per l’altro privi di interesse, perché ci poniamo solo come oggetti del suo desiderio.

Ma il desiderio, l’eros, scaturisce dalla separatezza e dalla distanza, non dalla rassicurazione, non dall’adesione passiva alle richieste, alle attese e alle pretese, non dall’accettazione di ruoli rigidi, che non lasciano possibilità di gioco.

 

Il rapporto fra amore e desiderio.

Sembrerebbe scontato che sentimento di amore e pulsione sessuale fossero integrati e diretti verso un unico oggetto, sembrerebbe scontato che quando si ama una persona la si desideri sessualmente.

A volte le cose non vanno così.

Certe persone vanno in terapia proprio perché si disperano di non riuscire a desiderare sessualmente un compagno do una compagna che amano profondamente. Non si tratta di matrimoni stanchi in cui la sessualità declina per l’inerzia stessa del rapporto. Mi riferisco invece a giovani donne o uomini che fin dall’inizio delle loro esperienze non riescono a tenere insieme amore e desiderio.

Per gli uomini  funziona ancora la polarità “madonna-puttana ”in molteplici varianti. La prima da amare e da rispettare, la seconda da desiderare.

Per le donne possiamo rintracciare qualcosa di simile nella polarità “uomo buono e carino”- uomo eccitante e pericoloso”. Il primo lo si ama, il secondo lo si desidera.

Per entrambi i sessi abbiamo un’esperienza simile: dove amano non provano desiderio, dove provano desiderio non amano.

 

Come mai certe persone compiono una scissione così radicale? Per comprendere questo comportamento dobbiamo tenere presente il fatto che amore e desiderio ci orientano verso obbiettivi diversi: l’amore richiede conoscenza profonda, stabilità, continuità, attaccamento; il desiderio, al contrario, si accende nella novità, nell’avventura, nella curiosità dello sconosciuto. Essendo due istanze che vanno in direzioni opposte, non è facile per nessuno tenerle insieme in una relazione stabile e duratura.

Diviene impossibile per quelle persone che avendo un grande  bisogno di sicurezza, di protezione, di un attaccamento sicuro che le metta al riparo da rischi di precarietà e di abbandono, scelgono e provano amore per compagni che, per le loro caratteristiche, sanno offrire in alto grado, risposte a questi bisogni. Soltanto che, proprio per queste stesse caratteristiche, queste persone divengono incapaci di suscitare quel desiderio che, come dicevamo, necessita anche di rischio, e della consapevolezza che l’altro non è sempre lì a disposizione, ma è qualcuno da conquistare, qualcuno che potrebbe anche sfuggire.

Se l’amore è troppo garantito, al punto che l’altro diviene una specie di genitore, allora il sesso diviene una specie di tabù, qualcosa che non c’entra niente con quel sentimento.

Questa situazione di amore senza sesso e di sesso senza amore è più diffusa di quanto si possa pensare.

Non è facile tenere insieme sesso e amore in una relazione stabile,  tutti abbiamo bisogno di sicurezza e di protezione, ma anche di novità, di rischio, di nuove avventure, e quanto più ce le neghiamo tanto più possono premere a livello inconscio.

 

Come si fa allora a mantenere una relazione stabile in cui l’amore e il desiderio coesistano e rimangano vivi?

Non c’è altra strada che emanciparsi dalla fusionalità e dalla dipendenza, per rivendicare la propria soggettività e separatezza. Un soggetto può incontrarsi, può scontrarsi, può confrontarsi con l’altro.

Non si annulla nell’altro e per l’altro, sa offrire una resistenza. Sa dire si, sa dire no. Sa assumersi la responsabilità di ferire, sa di essere vulnerabile alle ferite che riceverà, ma queste non saranno mortali perché nel contatto e nel dialogo potrà forse esserci lo spazio per la riparazione. Forse, senza nessuna garanzia. Se rinunciamo alle garanzie forse lasciamo spazio all’amore e al desiderio.

Così possiamo accorgerci di poter dire il si che porta all’unità, di poter dire il no che rivendica la separatezza e la distanza. L’importante è non rimanere inchiodati in nessuna di queste due posizioni, ma muoverci flessibilmente da l’una all’altra, come in una danza, seguendo il ritmo dei nostri movimenti interiori e delle esigenze della relazione con l’altro.

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