Mi ha rotta?

Giovanna

Gentili dottori, Un anno e mezzo fa, nell’estate del 2024, stavo con una persona che aveva dei seri problemi di controllo della rabbia e manipolatori. Il picco della violenza è stata una notte in vacanza quando, nel pieno di un attacco, si è alzato dal letto (io ero davanti a lui cercando di calmarlo) e mi ha dato una testata sul naso causandomi forte sanguinamento (in seguito ho scoperto che era una microfrattura). Questo episodio eda stato l’apice di un periodo durato circa 6 mesi (prima non era mai capitato o comunque era più lieve) di abusi verbali e fisici (è capitato che mi sputasse in faccia, mi mordesse le braccia causandomi lividi molto grandi, mi bloccasse sul letto sotto di sé, mi spingesse, rompesse cose davanti a me per ferirmi, mi chiamasse tro** o mi dicesse cose orribili insultando anche la mia cuginetta venuta a mancare nel 2019 con cui io sono cresciuta insieme e che ho amato e amo profondamente). Questo episodio del naso mi ha portata finalmente a lasciarlo (è stato molto difficile perché non ero assolutamente lucida e per settimane ero convinta di non essere una vittima di violenza). I miei amici e le mie amiche sono stati di grande aiuto e la mia famiglia anche (con la sola presenza perché non sono mai riuscita a dirgli tutto se non di recente perché non volevo ferirli). Ora sono in una nuova relazione da circa un anno e mezzo (è iniziata subito dopo l’altra): il momento in cui ci siamo incontrati era molto delicato e lui mi è stato di grande aiuto nel superare quello che mi era successo. Avrei forse voluto incontrarlo dopo per evitare di trascinarlo così tanto nel mio dramma ma se uno si incontra e si innamora c’è poco da fare. Il mio attuale ragazzo è una persona meravigliosa e stare con lui mi fa tanto bene: mi sento rispettata e quando litighiamo lo facciamo in modo normale. Nonostante questo io ho ancora dei trigger legati alla relazione passata (sia legati al sesso sia legati al non sentirmi ascoltata). Ora con il mio terapeuta (da cui sono seguita da un anno e mezzo) stiamo ricercando le ragioni profonde di questi trigger per smontarli. Io però sono terrorizzata da come mi comporto quando mi triggero, perché non ho attacchi di panico (credo) ma mi sento scollata da lui e da me stessa, penso che sono intrappolata nella mia testa, metto in atto comportamenti per calmarmi tipo ficcarmi le unghie nella carne o dondolarmi o altri modi di fare grounding, penso che mi dovrebbe lasciare poi sono terrorizzata che mi lasci, inizio a vedere il mio ragazzo come uno sconosciuto, poi me stessa come una pazza e lì mi spavento ancora di più. Cerco di spiegargli come mi sento ma lui capisce solo successivamente e secondo me manco troppo (lui sa tutto quello che mi è successo). Prende alcuni trigger sul personale e crede che lui sia l’origine dei miei attacchi (dice di no ma lo vedo che si sente in colpa). Non riesco a spiegarmi. Ieri gli ho detto “io sto parlando sul piano A e tu sul piano B” ma non empatizza con me e io mi sento solo più sola e in colpa per aver sbroccato in quel modo. A volte ho paura di essere diventata come il mio ex, una manipolatrice che vaga per la stanza piangendo e facendo l’isterica.

10 risposte degli esperti per questa domanda

Gentile Giovanna,

Le rispondo subito con fermezza: il suo ex non l'ha "rotta". Quello che ha subito è stato un trauma grave e ciò che vive oggi ne è la naturale e dolorosa conseguenza.

Per aiutarla a guardarsi con meno terrore e più compassione, le riassumo i punti fondamentali di ciò che le sta accadendo:

  • Non è "pazzia", ma dissociazione: Sentirsi scollata dalla realtà, vedere il suo ragazzo come un estraneo o farsi del male non sono capricci. Sono meccanismi di difesa. Il suo cervello, percependo una minaccia attraverso il trigger, "stacca la spina" per proteggerla, e gesti come dondolarsi sono un disperato tentativo primordiale di ancorarsi al presente.
  • Lei non è manipolatrice come il suo ex: Lei reagisce per puro terrore. Il fatto stesso che provi senso di colpa e si preoccupi dei sentimenti del suo compagno dimostra un'empatia che un manipolatore non possiede.
  • La comunicazione deve avvenire "a freddo": Durante una crisi è impossibile capirsi. Lei si trova in uno stato istintivo di allarme (intrappolata nel passato), mentre il suo ragazzo cerca di parlarle con la logica del presente. Le spiegazioni e le rassicurazioni devono avvenire solo quando la crisi è del tutto rientrata e il suo corpo è tornato calmo.

Continui il prezioso percorso con il suo terapeuta, senza giudicarsi. Uscire da un trauma richiede tempo, ma il fatto che sia riuscita a salvarsi da quella relazione e a chiedere aiuto dimostra che è una persona dotata di una forza straordinaria.

Un caro saluto

Dott.ssa Laura Corbelli

Dott.ssa Laura Corbelli

Reggio nell'Emilia

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Buongiorno Giovanna, 

Le chiedo scusa per l'inconveniente con What'sApp, per cui la chat si è cancellata, ecco comunque la mia risposta alla sua domanda.

La ringrazio per aver condiviso con tanta profondità e coraggio un frammento così intimo e doloroso della sua storia. Ciò che descrive durante i momenti di "trigger" non è la follia, e non ha nulla a che fare con la natura manipolatoria del suo ex abusante. Quando parla di sentirsi "scollata da sé e dal mondo", di essere intrappolata nella sua mente e di percepire il suo attuale compagno o se stessa come estranei, sta descrivendo un meccanismo di difesa arcaico e dissociativo. Nel periodo trascorso con il suo ex, il suo sistema nervoso ha dovuto fronteggiare un pericolo soverchiante in assenza di una via di fuga reale. Quando il corpo non può lottare o fuggire, adotta la strategia del congelamento o dello smembramento percettivo, ovvero la dissociazione . Quella sensazione di scollegamento è il modo che la sua psiche ha trovato, allora e in parte oggi, per proteggerla da un dolore che, nella sua interezza, sarebbe stato insostenibile. Temere di essere diventata una manipolatrice o un'aguzzina solo perché si sperimenta una crisi isterica o una perdita di controllo emotivo è il frutto di un profondo senso di colpa e di un'intrusione del passato nel presente. Un manipolatore agisce per sottomettere, annullare e ferire l'altro traendone un vantaggio o un piacere di potere. Lei, al contrario, sperimenta il terrore di ferire, prova un senso di colpa lacerante, piange la sua solitudine e desidera ardentemente la connessione e l'amore. Il suo "sbroccare" non è un atto di aggressione manipolatoria, ma il grido d'allarme di una bambina interiore spaventata che si sente in pericolo in un luogo che, paradossalmente, è sicuro. Ha usato una metafora straordinaria ed estremamente lucida: "Io sto parlando sul piano A e tu sul piano B". Da un lato c’è lei, che attraversa una tempesta neurobiologica innescata da trigger legati a un trauma profondo. Dall'altro c'è il suo attuale compagno, un uomo sano, che non ha mai vissuto la violenza e che, proprio per questo, fatica a decodificare il linguaggio del trauma. Quando lui prende sul personale la sua crisi e si sente accusato o inadeguato, sposta il fuoco della questione sulla relazione del presente, mentre il vostro passato e le vostre ferite appartengono a un'altra dimensione. La sua solitudine in quei momenti nasce proprio da questo scarto: lei chiede un porto sicuro e una testimonianza amorevole del suo dolore, mentre lui avverte una minaccia alla sua identità di "buon compagno" e si difende a sua volta. Dal punto di vista umanistica - transpersonale, che è la mia derivazione, la crisi non è soltanto un errore del sistema o un sintomo da estirpare, ma un territorio trasformativo. Quella parte di sé che oggi si spaventa e trema è la custode di una verità che chiede di essere integrata, non giudicata. Lei non ha sbagliato a innamorarsi del suo attuale compagno nel momento in cui ne aveva bisogno; l'amore e la protezione che lui le ha offerto sono stati mattoni fondamentali per la sua ricostruzione. Il lavoro prezioso che sta facendo con il suo terapeuta va esattamente in questa direzione: scendere nelle profondità di quei sotterranei emotivi per incontrare le parti di sé che sono rimaste intrappolate in quella stanza d'albergo nel 2024, per dire loro che ora sono al sicuro, che l'incubo è finito e che non devono più difendersi con le armi del terrore.Forse, nel dialogo con il suo compagno, potrebbe provare a disinnescare la contesa dei piani attraverso una premessa esplicita nei momenti di calma: dirgli che quando arriva il trigger, lei non sta lottando contro di lui, ma sta lottando contro un fantasma del passato che ogni tanto torna a abitare il suo corpo. Chiedergli non di risolvere o di capire tutto razionalmente, ma semplicemente di offrirvi uno spazio di contenimento silenzioso, in cui le sia permesso di esistere nella sua fragilità senza che nessuno debba sentirsi in colpa o sotto esame. Il cammino della guarigione non è lineare, e il fatto che oggi emergano questi nodi significa che la parte più profonda di sé si sente finalmente abbastanza forte e al sicuro per poterli affrontare e sciogliere per sempre. La ferita non è il luogo in cui la storia finisce, ma il varco attraverso cui può iniziare la vera integrazione. Non deve continuare a percorrere questo sentiero da sola, né cercare di decodificare da sola i frammenti di una memoria traumatica che appartiene al passato, mentre il presente chiede solo di essere vissuto in pace.

Un cordiale saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

Ravenna

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Buon pomeriggio Giovanna, grazie per la sua condivisione. Dopo una relazione caratterizzata da conflitti, violenze, paura è normale capiti che alcune modalità di difesa o reazione rimangano attive a lungo nel tempo e in contesti diversi e/o con l'attuale partner e altre persone. Un'esperienza traumatica può influenzare il modo in cui il sistema nervoso reagisce ai conflitti. È utile approfondire e chiarire la differenza tra una reazione appresa, una risposta di difesa e un comportamento intenzionalmente aggressivo.

La domanda che oggi pone qui, mostra consapevolezza di questi comportamenti, mostra grande empatia. Poiché lei è già in terapia condivida con il professionista queste preziose riflessioni e ogni suo dubbio. Spero di esserle stata d'aiuto, per le consulenze mi trova online, un caro saluto.

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Roma

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Cara Giovanna,

la ringrazio per aver condiviso una parte così dolorosa della sua storia. Da ciò che racconta emerge chiaramente che ha vissuto una relazione caratterizzata da gravi episodi di violenza psicologica, verbale e fisica. Uscire da una situazione di questo tipo richiede molta forza e il fatto che sia riuscita a interrompere quella relazione rappresenta un passo importante verso la tutela di sé. È comprensibile che, nonostante oggi si trovi accanto a una persona che la rispetta, alcune esperienze del passato continuino a riemergere attraverso quelli che lei definisce "trigger". Dopo un'esperienza traumatica, infatti, può accadere che alcune situazioni, parole o vissuti riattivino emozioni molto intense, anche quando il pericolo non è più presente. Mi ha colpito, in particolare, il timore di essere diventata "come il suo ex". Da ciò che scrive, però, non emerge il desiderio di controllare o ferire l'altro, bensì una profonda paura di rivivere ciò che ha subito e di perdere una relazione che per lei rappresenta un luogo sicuro. Questo è molto diverso. Il fatto che lei sia già in psicoterapia è una risorsa preziosa. Il lavoro che state facendo per comprendere l'origine di questi trigger richiede tempo, ma può aiutarla a distinguere sempre di più ciò che appartiene al passato da ciò che sta vivendo nel presente. Potrebbe essere utile, inoltre, condividere con il suo compagno, quando entrambi vi sentite tranquilli, ciò che accade dentro di lei durante questi momenti, aiutandolo a comprendere che il suo disagio non nasce da una mancanza d'amore nei suoi confronti, ma è la conseguenza di ferite emotive che stanno ancora cercando di rimarginarsi. Continui a concedersi il tempo necessario per questo percorso. Le esperienze traumatiche possono lasciare un segno profondo, ma con un adeguato sostegno è possibile ritrovare un senso di sicurezza, fiducia e serenità nelle relazioni.

Le auguro di proseguire il suo cammino con la consapevolezza che chiedere aiuto e prendersi cura di sé è già un importante atto di coraggio.

Un caro saluto,

Dr.ssa Annabianca Iero Psicologa Clinica e della Salute. Disponibilità anche on line

Dott.ssa Annabianca Iero

Dott.ssa Annabianca Iero

Cosenza

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Cara Giovanna, tu non sei diventata come il tuo ex.

Quello che ti succede oggi non è isteria, non è manipolazione, non è “sbrocco”: è il modo in cui un sistema nervoso ferito reagisce quando qualcosa, anche minimo, assomiglia a ciò che hai vissuto. Il tuo corpo ha imparato a difendersi dissociandosi, scollegandosi, scappando dentro. Non è una scelta. È una memoria che si riattiva.

La violenza che hai subito non è stata “un periodo difficile”. È stata annientamento: morsi, sputi, insulti, immobilizzazioni, la testata che ti ha fratturato il naso. Quando vivi mesi così, il cervello non torna “come prima” solo perché la relazione finisce. Rimane in allerta, rimane pronto a proteggerti, rimane convinto che il pericolo possa tornare da un momento all’altro. Quando il tuo ragazzo fa qualcosa che somiglia lontanamente a quel passato: non capire subito, non cogliere il tuo stato, non riuscire a seguirti nel piano emotivo in cui ti trovi, il tuo corpo non vede lui, vede l’altro, vede la minaccia e la notte della testata. E' in quel momento che allora si scollega: da lui, da te, dal mondo.

I gesti che fai per calmarti: stringerti, dondolarti, premere le unghie sulla pelle, non sono manipolazione ma grounding. Sono tentativi disperati di tornare nel corpo quando la mente scappa via. Sono il modo in cui il tuo sistema nervoso prova a dirti che sta cercando di tornare. Non c’è nulla di sbagliato in questo. È una reazione traumatica, non un comportamento “da pazza”.

Il tuo ragazzo non capisce tutto questo non perché non ti ama, ma perché non ha mai vissuto un trauma. Lui vede il tuo comportamento, non la tua ferita. E quando non capisce, si sente in colpa. Quando si sente in colpa, si confonde. Quando si confonde, non riesce a starti accanto nel modo che vorresti. È umano. Non è mancanza di empatia: è mancanza di esperienza. Se vuoi, posso aiutarti a trovare parole più chiare per spiegargli cosa succede dentro di te attraverso una riflessione su memoria traumatica o su come comunicare i trigger nella coppia con comunicazione nella coppia dopo un trauma.

Il lavoro che stai facendo in terapia è esattamente quello che serve: andare alla radice dei trigger, capire perché si attivano, imparare a riconoscere quando sei nel passato e quando sei nel presente. Non è un percorso breve, ma è un percorso che funziona. Il fatto che tu abbia la lucidità di raccontare tutto questo, di chiedere aiuto, di analizzare ciò che senti, dimostra che sei molto più avanti di quanto credi.

Giovanna, tu non sei rotta.
Sei ferita.
E una ferita così profonda non si chiude in silenzio: si cura, si attraversa, si comprende.
E tu lo stai già facendo.

Un caro saluto,
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica e del Lavoro
Ricevo Online

Dott.ssa Arianna Bagnini

Dott.ssa Arianna Bagnini

Perugia

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Buongiorno Giovanna, ho letto con attenzione quello che ha scritto e vorrei partire da un punto importante. Quello che è accaduto con il suo ex nn è stata una normale relazione conflittuale: essere colpita, morsa, immobilizzata, sputata e insultata significa aver subito violenza. Quando si è dentro una situazione del genere, però, riuscire a riconoscerla per quello che può essere tutt'altro che immediato. Non ha nulla di cui vergognarsi per aver avuto bisogno di tempo prima di riuscire ad andarsene.
Mi sembra che oggi a spaventarla nn sia soltanto il modo in cui sta male, ma soprattutto il pensiero che quell'esperienza possa averla resa simile alla persona che le ha fatto del male. Eppure, da ciò che scrive, emerge una differenza concreta: si interroga molto su quello che accade, teme di ferire il suo compagno e cerca di capire come gestire diversamente quei momenti. Piangere, agitarsi, dondolarsi o avere bisogno di essere rassicurata non significa, di per sé, essere manipolatori.
Questo non vuol dire che il suo ragazzo non possa sentirsi confuso o coinvolto. Se assistere a una sua reazione senza capire bene che cosa sta succedendo, può pensare di esserne la causa o sentirsi accusato, anche se non è ciò che lei vuole comunicargli. In quei momenti, probabilmente, entrambi stati cercando di capirvi mentre siete già molto spaventati, ciascuno per ragioni diverse. Per questo la sensazione di parlare su due piani differenti è comprensibile.
Al suo terapeuta racconterei gli episodi proprio come li ha descritti qui, senza fermarsi alla parola “trigger”: il sentirsi improvvisamente distante, il non riconoscere più il suo compagno, la paura che la lasci, il pensiero opposto che dovrebbe essere lui ad andarsene e anche il gesto di conficcarsi le unghie nella carne. Sono dettagli importanti, non qualcosa da nascondere perché se ne vergogna. Oltre a cercare le origini di queste reazioni, potresti lavorare su cosa fare concretamente quando iniziano.
Con il suo ragazzo, invece, potrebbe provare a parlarne in un momento tranquillo e concordare una frase breve da usare quando sente che non riesce più a spiegarsi. Qualcosa arriva: "In questo momento faccio fatica a restare presente. Non ti sto paragonando al mio ex e non ti sto dicendo che è colpa tua. Ho bisogno di calmarmi e poi ne riparliamo". Non serve che lui comprenda immediatamente tutto ciò che prova; può però imparare a starle vicino senza sentirsi responsabile di risolverlo.
Cercherei anche di lasciare da parte parole come “pazza”, “isterica” o “sbroccata”. Descrivere lei come persona, mentre qui è più utile provare a capire che cosa le accade in alcuni momenti. Avere reazioni dolorose e disordinate non la rende automaticamente uguale al suo ex. Rimane comunque importante imparare a riconoscerle e gestirle, per proteggere sé stessi e la relazione che sta costruendo.
Se si accorgesse che il bisogno di farsi maschio sta aumentando o temesse di non riuscire a fermarsi, non rimanere sola e cercare subito l'aiuto del suo terapeuta, di una persona fidata o di un servizio di emergenza.
Un caro saluto

Dott. Fabiano Foschini

Dott. Fabiano Foschini

Milano

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Buongiorno Giovanna,
partirei proprio dalla domanda che dà il titolo al suo messaggio: no, non penserei a lei come a una persona “rotta”.

Quello che ha vissuto nella precedente relazione è stato molto pesante. Descrive episodi di violenza fisica, aggressività verbale, svalutazione e comportamenti di controllo. Esperienze di questo tipo possono lasciare una forte sensibilità verso tutte quelle situazioni che, anche nella relazione successiva, vengono percepite come possibili segnali di pericolo.

Da ciò che racconta sembra che oggi una parte di lei sappia di trovarsi accanto a una persona diversa dal suo ex, mentre un'altra parte continui a mantenersi in allerta. Alcune situazioni possono così attivare rapidamente paura, pensieri di tradimento, bisogno di rassicurazioni o tentativi di controllare ciò che sta accadendo.

È importante però distinguere ciò che appartiene alla relazione presente da ciò che viene riattivato dall'esperienza passata. Il fatto che lei riesca già a riconoscere alcuni di questi meccanismi è un elemento importante.

Cercherei anche di non trasformare il suo attuale compagno nell'unico strumento per calmare queste paure. Le rassicurazioni possono dare sollievo nell'immediato, ma se diventano continuamente necessarie rischiano di aumentare il bisogno di riceverne altre.

Dopo ciò che ha attraversato, potrebbe esserle utile intraprendere un percorso psicologico non per “aggiustare qualcosa che si è rotto”, ma per elaborare quanto vissuto, riconoscere i suoi segnali di allarme e recuperare gradualmente sicurezza nelle relazioni senza essere costretta a controllare continuamente ciò che potrebbe accadere.

Merita particolare attenzione anche il fatto che alcuni ricordi e situazioni sembrino ancora provocarle reazioni emotive molto intense. Un colloquio diretto consentirebbe di comprenderne meglio caratteristiche e significato, cosa che naturalmente non è possibile stabilire attraverso un messaggio online.

Lei scrive di essere riuscita a lasciare quella relazione, ricostruire la propria vita e iniziare un nuovo rapporto. Più che chiedersi se quella persona l'abbia “rotta”, potrebbe essere utile iniziare a chiedersi quanto spazio quella relazione continui ancora ad occupare nel suo presente e come ridurlo.

Un cordiale saluto,
Dott. Giovanni Noè – Psicologo

Dott. Giovanni Noè

Dott. Giovanni Noè

Cosenza

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Gentile, grazie per aver condiviso con noi una parte così delicata della sua esperienza.
Quello che descrive merita uno spazio di ascolto professionale, nel quale poter approfondire con calma quanto accaduto.
Se desidera, possiamo concordare un colloquio per valutare insieme come poterla supportare.  Buona riflessione

 

Dott.ssa Antonella Socrate

Dott.ssa Antonella Socrate

Varese

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Gentile utente, grazie per questa condivisione, prima di tutto: no, non ti sei rotta, e di certo non sei diventata come lui. Quello che descrivi ha una logica precisa, ed è l'opposto della manipolazione.

Il tuo sistema nervoso, in quei sei mesi, ha imparato che certi segnali - la vicinanza fisica, il sentirti non ascoltata, certi toni - precedevano il pericolo. Questo apprendimento non passa dalla parte razionale della mente, quella che oggi sa benissimo che il tuo compagno è una persona sicura: resta scritto nella memoria del corpo. Per questo nei trigger lui ti sembra "uno sconosciuto" - non è che tu perda lucidità, è che per qualche minuto il corpo risponde a un allarme antico riattivato nel presente.  Le unghie nella carne, il dondolarti, sono tentativi di tornare a terra quando ti senti scollata da te stessa: un segnale che in quel momento hai bisogno di aiuto, non un difetto tuo. Ne parlerei col terapeuta, se non l'hai già fatto, per trovare insieme forme di grounding che non passino dal farti male.

La differenza con chi manipola è proprio questa: lui non provava colpa né cercava di capirti, tu invece dopo un episodio ti senti sola, colpevole, cerchi di spiegarti. Il fatto stesso che tu ti faccia questa domanda con tanta angoscia è, paradossalmente, la prova che non sei così.

Sul tuo ragazzo: è normale che capisca "dopo" e non nel momento - chi non ha vissuto trauma , per quanto possa sforzarsi di capire spesso scambia una risposta dissociativa per distanza o per un attacco personale. E se si sente in colpa, rischia di chiudersi, cosa che a te arriva come mancanza di ascolto, alimentando il circolo. Potrebbe aiutare costruire insieme, a mente fredda, una parola-segnale che significhi "non ti sto attaccando, sono altrove, resta" - così lui non deve indovinarlo mentre il "piano A" e il "piano B" sono già scollegati.

Quello che serve davvero è tempo e sicurezza. Un sistema che ha imparato ad associare vicinanza e pericolo non si riscrive a comando, per quanto la relazione nuova sia buona: si riscrive con la ripetizione di esperienze vissute, in cui il trigger si attiva e poi si risolve senza che accada nulla di male. Ogni volta è una prova in più che questo posto è sicuro. È lavoro lento e non lineare, e farlo da un anno e mezzo, con un terapeuta, dentro una relazione che ti rispetta, è già la condizione migliore per farlo bene.

Non devi guarire in fretta per meritare questa relazione. Serve tempo, continuare il percorso che hai già iniziato, e magari raccontare anche a lui che quello che vivi ha un nome e una ragione - non è follia.

Un'ultima cosa: se in certi momenti la sensazione di scollamento diventasse molto intensa o spaventosa, è giusto parlarne subito con il tuo terapeuta, oltre al lavoro che state già facendo insieme.

dott. ssa Giusi Vicino 

Dott.ssa Giusi Vicino

Dott.ssa Giusi Vicino

Catania

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Buongiorno Giovanna,
quello che ha vissuto nella relazione precedente è stato grave e violento, sia sul piano fisico sia su quello psicologico. Il fatto di aver avuto difficoltà, inizialmente, a riconoscersi come vittima non rende meno grave ciò che è accaduto.
La domanda che pone, “mi ha rotta?”, secondo me merita però una risposta diversa da un semplice sì o no. Non credo sia utile pensare a se stessa come a una persona “rotta”. È possibile, invece, che quell'esperienza abbia lasciato delle conseguenze sul modo in cui oggi il suo sistema emotivo reagisce a determinate situazioni.
Quello che descrive (sentirsi improvvisamente distante dal partner o da se stessa, avere la sensazione di essere “intrappolata nella propria testa”, percepire il compagno come uno sconosciuto, avere paura di essere abbandonata, cercare rapidamente di calmarsi attraverso il grounding o il movimento e sperimentare una forte attivazione emotiva) può essere compatibile con reazioni post-traumatiche e fenomeni di dissociazione o depersonalizzazione/derealizzazione. Naturalmente non è possibile stabilire una diagnosi attraverso un messaggio, ed è positivo che lei sia già seguita da un terapeuta con cui poter approfondire questi aspetti.

Vorrei soffermarmi anche sulla paura di essere diventata come il suo ex. Avere una reazione emotiva intensa non equivale a essere una persona abusante o manipolatoria. La differenza non sta nel fatto di provare rabbia, paura, piangere o perdere temporaneamente il controllo delle proprie emozioni, ma nel modo in cui si gestiscono queste emozioni e nella presenza o meno di comportamenti intenzionalmente orientati a controllare, intimidire, umiliare o fare del male all'altra persona.
Il fatto che durante un trigger lei cerchi di spiegare ciò che le sta accadendo, utilizzi strategie di grounding e successivamente rifletta sul proprio comportamento può indicare che sta cercando di comprendere e regolare ciò che prova. Questo non significa che ogni comportamento messo in atto durante un momento di forte attivazione sia necessariamente funzionale: anche questo può essere un importante oggetto di lavoro terapeutico.
Mi sembra inoltre significativo che lei riesca a descrivere una differenza sostanziale tra le due relazioni: oggi racconta di sentirsi rispettata, ascoltata e al sicuro, e di poter affrontare i conflitti senza violenza. Questo non cancella ciò che è successo, ma rappresenta una risorsa importante.

Per quanto riguarda il suo attuale compagno, potrebbe essere utile provare a distinguere due piani: il trigger appartiene alla sua storia, mentre ciò che accade nella relazione attuale appartiene al presente. È comprensibile che anche lui possa sentirsi confuso o in colpa quando assiste a una sua forte reazione, ma non è necessario che comprenda perfettamente ogni esperienza interna per poterla accompagnare. Potrebbe essere utile, insieme al terapeuta, costruire una modalità molto semplice per comunicargli cosa accade durante un trigger e soprattutto cosa può fare concretamente per aiutarla, evitando che entrambi finiate per sentirvi responsabili o impotenti.

Un altro elemento che porterei sicuramente in terapia è il timore di essere “pazza” che compare proprio quando si sente dissociata o non riconosce temporaneamente il partner. La paura della propria reazione può infatti aggiungere un secondo livello di allarme: “Sto perdendo il controllo - c'è qualcosa che non va in me - devo fermarlo immediatamente”, aumentando ulteriormente l'attivazione.
Il lavoro che sta già facendo con il suo terapeuta mi sembra quindi molto importante. Più che cercare di eliminare forzatamente ogni trigger, potrebbe essere utile imparare progressivamente a riconoscere i segnali iniziali, comprendere cosa li attiva, restare ancorata al presente e attraversare l'attivazione senza interpretarla come una prova che qualcosa di terribile stia accadendo.

Infine, c'è un aspetto che non trascurerei: lei riferisce di infilarsi le unghie nella carne per calmarsi. Anche se lo descrive come una modalità di grounding, se questo comportamento provoca dolore o lesioni è importante parlarne apertamente con il terapeuta e cercare strategie alternative e più sicure.
Non credo che il punto sia chiedersi se il suo ex l'abbia “rotta”. Piuttosto, ha vissuto qualcosa che può aver lasciato delle ferite e oggi sta imparando a riconoscerle e a prendersene cura. Il fatto che sia già in terapia, che abbia lasciato quella relazione e che oggi riesca a vivere un rapporto basato sul rispetto sono elementi importanti del suo percorso.

Un caro saluto,
Dott.ssa Grazia Melchiorre
Psicologa clinica

Dott.ssa Grazia Melchiorre

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Pescara

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