Buongiorno Alessia, quello che descrive è una situazione sottile ma capace di creare molto disagio. È destabilizzante percepire una discrepanza tra ciò che una persona mostra apertamente e ciò che sembra emergere subito dopo, quando pensa di non essere più ascoltata. È comprensibile che questo le faccia nascere dubbi e pensieri su di lei.
Vorrei partire da un punto importante: il fatto che lei non capisca le parole ma percepisca tono e irritazione lascia spazio a un’interpretazione, non a una certezza. Quando non abbiamo dati chiari, la mente tende a riempire i vuoti. E spesso li riempie nella direzione più minacciosa per noi.
Detto questo, il comportamento che descrive può avere diverse letture, non necessariamente legate a qualcosa contro di lei. A 86 anni possono esserci elementi di rigidità caratteriale, difficoltà a regolare le emozioni, bisogno di lamentarsi per scaricare tensione, oppure abitudini comunicative radicate nel tempo. Alcune persone trattengono l’irritazione in presenza dell’altro e la esprimono solo dopo, in modo poco diretto. Non è il modo più maturo o trasparente di comunicare, ma è più comune di quanto si pensi.
Capisco però che il punto centrale per lei non sia “perché lo fa”, ma “cosa significa per me”. Se ogni volta che esce da casa sua sente quel borbottio, è naturale che si attivi il pensiero: “Ce l’ha con me”. E quel pensiero, ripetuto nel tempo, può erodere la serenità del rapporto.
Le propongo alcune riflessioni pratiche:
Si chieda se durante l’incontro ci siano segnali concreti di tensione o se l’interazione sia realmente serena.
Valuti quanto questo comportamento stia incidendo sul suo benessere emotivo: è un fastidio sopportabile o sta diventando una fonte costante di ansia?
Se il dubbio la logora, può pensare a una comunicazione semplice e non accusatoria, ad esempio: “Mi è capitato di sentire che dopo che esco sembra arrabbiata. Se c’è qualcosa che la infastidisce preferisco saperlo, così possiamo parlarne.” Non come attacco, ma come richiesta di chiarezza.
È anche possibile che non ci sia una risposta lineare o che lei neghi qualsiasi cosa. In quel caso il lavoro diventa interno: distinguere ciò che è oggettivo da ciò che è interpretazione, e decidere quanto peso dare a quel borbottio.
A volte, soprattutto con persone anziane, può aiutare accettare una quota di ambivalenza: possono voler bene e allo stesso tempo essere irritabili; possono essere gentili e avere momenti di sfogo che non riescono a gestire meglio.
La domanda che le farei è questa: al di là di quel momento dopo la porta chiusa, nel complesso si sente rispettata nel rapporto? Perché è su questo che vale la pena orientarsi.
Un caro saluto