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Parlare di polarità vuol dire parlare di noi stessi, parlare del genere umano a cui facciamo parte, anche se a volte ci dimentichiamo di questo aspetto, forse per paura di rompere dei meccanismi stereotipati e meccanizzati in noi che se non avessimo rischieremmo di non riconoscerci più.

Ma non è così, contattare l’altra polarità che non siamo abituati a mettere in figura, ci permette di vivere in modo completo, autentico e ci dà la possibilità di godere a pieno il contatto con noi stessi. Forse non siamo abituati a vivere il contatto pieno dal momento che fin da piccolo i nostri genitori ci hanno insegnato e ci hanno fatto capire in mille modi di preferirci in un modo rispetto ad un altro, ci accettavano per alcune caratteristiche di personalità che con il tempo abbiamo fatto nostre, per riconoscerci e identificarci in un ruolo prestabilito, ma piacevole e indispensabile a quel tempo per la nostra uniformità e per il nostro adattamento creativo. 

Il ruolo ricoperto da ciascuno di noi all’interno di un sistema familiare credo sia stato il deus ex machina della nostra esistenza.

Credo che ciascuno di noi metta in figura qualcosa di predominante di ciò che crediamo possa riguardarci più da vicino e con il quale ci siamo identificati e ci identifichiamo più spesso; l’altra parte di noi che sta più sullo sfondo è la caratteristica che ci riserviamo di non mostrare, ma che emerge nei momenti in cui ci troviamo a relazionarci con qualcuno di significativo per noi o solo un semplice conoscente che ci ha risvegliato con una frase, un atteggiamento, qualcosa che ci riguarda più da vicino e più di quanto potessimo immaginare; forse, stava solo sullo sfondo quasi dimenticato dalla nostra coscienza per paura forse di chissà quale risonanza emotiva o sentimento possa risvegliare, magari facendoci soffrire per il fatto di non riconoscerci per quella specifica caratteristica.

Ma avere consapevolezza di qualcosa e riappropriarci delle nostre parti messe in ombra è una grande ricchezza per noi e un grande regalo che ci possiamo fare per renderci individui completi e consapevoli di quello che siamo, di ciò che facciamo, e di dove andiamo, per vivere in modo integro e per vivere in modo intero tutte le situazioni della nostra esistenza senza trascurare nulla. 

Quindi si tratta di un riappropriarsi delle nostre parti proiettate. 

Trovare quel gancio credo sia una grande consapevolezza e ricchezza, per “galoppare” e vivere a pieno le nostre emozioni, anche quelle più nascoste e preservate; oltre che per noi stessi, credo che vivere pienamente le nostre emozioni, sia importante anche per il lavoro che andiamo a fare con i pazienti, per non trovarci sprovvisti quando un paziente ci parla di qualcosa che forse riguarda anche noi; sono convinta che per saper gestire l’emozione di un’altra persona, credo che prima di tutto sia indispensabile saper riconoscere le nostre di emozioni, quindi comprenderle a pieno e conoscerci per ciò che siamo a trecentosessanta gradi.

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