La solitudine non ti è capitata. Te l'hanno data

Si tende a raccontare la solitudine come una sottrazione.

Manca qualcosa: il legame, il contatto, la presenza di un altro corpo nella stanza.

È una narrazione consolante, perché lascia intatta un'idea rassicurante: che il sociale sia, per definizione, il luogo da cui si viene esclusi quando si è soli.

Ma è davvero così?

O la solitudine contemporanea è qualcosa che il sociale produce dal proprio interno, non semplicemente ciò che resta fuori da esso?

Giorgio Agamben offre una chiave per rovesciare la domanda.

Una delle figure centrali della sua riflessione è quella del bandito. Dal latino bannire, mettere al bando, e prima ancora dal germanico bann: il proclama che insieme convoca e minaccia.

Chi viene bandito non è semplicemente allontanato dalla comunità.

Resta, paradossalmente, legato ad essa proprio attraverso la propria esclusione.

È questa struttura — essere dentro e fuori nello stesso tempo — che attraversa la riflessione di Agamben sul potere sovrano e sulla figura dell’homo sacer: una vita esposta, abbandonata a una soglia nella quale l'ordine continua a esercitare il proprio potere proprio nel momento in cui sembra ritirarsi¹.

Applicata alla solitudine di oggi, questa prospettiva produce un sospetto scomodo.

L'iperconnessione permanente, la reperibilità infinita dello smart working, quella particolare forma di presenza digitale che ci costringe a essere sempre raggiungibili anche quando non siamo più davvero presenti, non rappresentano un fuori rispetto al circuito produttivo.

Sono, semmai, la forma attraverso cui l'individuo resta dentro quel circuito proprio mentre viene isolato.

Non si è esclusi dal sistema.

Si è tenuti dentro, nella forma paradossale della disconnessione affettiva.

Lo stesso vale, spostando il registro, per certi dispositivi di cura.

Un bonus, una piattaforma, un algoritmo che promette ascolto: includono prendendo in carico.

Ma la presa in carico può essa stessa produrre una soglia.

Da una parte chi assiste. Dall'altra chi viene assistito.

Da una parte il dispositivo che organizza la risposta. Dall'altra il soggetto che viene definito a partire dal proprio bisogno.

Inclusi in quanto bisognosi, ma proprio per questo rischiando di essere tenuti a distanza.

È la logica del bando applicata al benessere.

La solitudine giovanile che oggi si dice «senza scopo», lo smart working che dissolve il confine tra tempo di vita e tempo di lavoro, l'assistenza che include isolando: forse non sono anomalie di un sistema altrimenti integro.

Sono il sistema stesso, colto nel momento in cui produce i propri margini interni.

Ed è qui che la questione della cura diventa più difficile.

Perché curare la solitudine non significa semplicemente aggiungere una presenza là dove manca.

Non basta mettere qualcuno accanto a chi è solo.

Nemmeno una relazione di cura può esaurire il proprio compito nel diventare una compagnia più stabile, più rassicurante o semplicemente più disponibile.

La psicoanalisi, forse, può suggerire un'altra possibilità.

Si è spesso immaginata la fine di un percorso analitico come una separazione riuscita: a un certo punto, il paziente non ha più bisogno dell'analista e può finalmente proseguire da solo.

È un'immagine comprensibile.

Ma forse è troppo semplice.

Perché il punto non è imparare a fare a meno dell'altro.

E non è nemmeno conservare indefinitamente il rapporto con lui.

Qualcosa accade nello spazio di quella relazione e, proprio perché accade lì, può rendere possibile un cambiamento che non coincide né con il restare né con il separarsi.

Forse la cura non produce un individuo finalmente autosufficiente.

L'autosufficienza, del resto, può essere una delle forme più radicali della solitudine.

Ma non produce neppure un legame destinato a sostituirsi a tutti gli altri.

Produce, quando riesce, qualcosa di più difficile da definire.

Una diversa possibilità di stare nella propria vita.

Attraverso l'incontro con un altro, attraverso ciò che si ripete, ciò che resiste, ciò che non si riesce a dire e ciò che lentamente trova parole, il soggetto può arrivare a non essere più costretto a organizzare la propria esistenza attorno alle stesse forme.

Non perché il passato venga cancellato.

Non perché la solitudine scompaia.

Ma perché ciò che fino a quel momento sembrava essere l'unico modo possibile di vivere può smettere di esserlo.

È forse qui che la cura si distingue dai dispositivi di cui abbiamo parlato.

Ci sono forme di presa in carico che includono il soggetto definendolo.

Lo riconoscono, lo assistono, lo accompagnano, ma rischiano di fissarlo proprio nel posto dal quale vorrebbero aiutarlo a uscire: quello del bisognoso, del fragile, del solo.

La cura analitica, almeno nella sua aspirazione più profonda, dovrebbe fare il contrario.

Non consegnare al soggetto una nuova identità.

Non offrirgli semplicemente una relazione in più.

E nemmeno insegnargli a vivere senza relazioni.

Dovrebbe permettere che, a partire dall'incontro, diventi pensabile una configurazione diversa dell'esistenza.

Una sintesi nuova.

Non il ritorno a ciò che si era prima.

Non la semplice conquista di un'indipendenza definitiva.

E nemmeno la promessa che ciò che è stato possa essere definitivamente lasciato alle spalle.

Qualcosa che prima non c'era.

Forse è questa la possibilità più radicale della cura: non riempire il vuoto e non limitarsi a rendere la solitudine più sopportabile, ma rendere possibile una forma di vita nella quale quel vuoto non debba più organizzare tutto il resto.

Curare la solitudine, allora, non significa soltanto restituire compagnia.

Significa interrogare il dispositivo che l'ha prodotta.

Ma significa anche creare le condizioni perché, là dove sembrava possibile soltanto ripetere la stessa forma di esistenza, possa lentamente emergere qualcosa di diverso.

Non un modo migliore di sopportare la vita che si ha.

La possibilità, forse, di cominciare a viverne un'altra.

Bibliografia essenziale

¹ Giorgio Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 1995.

Giorgio Agamben, Stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino, 2003.

Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Nottetempo, Milano, 2012.

Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo, Milano, 2015.

Christopher Bollas, L'ombra dell'oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato, Borla, Roma.

Erich Fromm, Fuga dalla libertà, Mondadori, Milano.

Adam Phillips, La vita non vissuta. Pensieri sulla libertà, il rimpianto e la possibilità, Ponte alle Grazie, Milano.

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