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Problemi con mio padre

Ciao a tutti, scrivo dopo l‘ennesima litigata con mio padre. Sono una ragazza di quasi 23 anni e da 5 anni mi sono trasferita in una città diversa da quella dei miei genitori. Tuttavia, a causa della pandemia, è da febbraio che sono tornata a vivere qui con i miei. I rapporti con mio padre non sono mai stati dei migliori, ma in questo periodo le litigate sono state molto frequenti. Premetto che sono pienamente consapevole di quanto la mia situazione sia banale rispetto ai drammi che vivono tante altre famiglie, ma ho veramente bisogno di uno sfogo e di un consiglio, per questo scrivo qui. Mio padre è un lavoratore, questo gli ha permesso di farci stare economicamente bene in questi anni e non farci mancare nulla (in famiglia siamo io, lui, mia madre, due sorelle, un fratello, un cane e un gatto. I miei fratelli però non vivono più qui da anni). Tuttavia, a livello di relazioni personali, è di un’infantilità inenarrabile. Vi faccio un esempio: ieri sera eravamo io, lui e mia mamma sul divano a guardare la tv. Lui stava mangiando un gelato e mia mamma gli ha chiesto di prenderne un pezzo. Dopodichè io e mia mamma abbiamo chiamato in videochiamata mia sorella. Da lì lui ha cominciato a urlare, dicendo che “non gli garantiamo la sua serenità” (perchè gli avevamo “rubato” il gelato e parlavamo mentre guardava la tv). Al che io gli ho risposto che la sera è bella anche perchè si può stare insieme e condividere. Lì le sue urla sono peggiorate dicendomi di andarmene. Potete dedurre da soli l’infantilitá di questo atteggiamento. Cose di questo tipo le fa spesso ed ha sempre da ridire su tutto. Per esempio si lamenta continuamente dei pranzi e delle cene (quando mia madre è un’ottima cuoca e fa di tutto per accontentarlo). Lui urla urla urla e io piango e ci sto male. Quando si sta tutti insieme o è particolarmente egocentrico (quindi lui racconta cose (è appassionato di storia) e tutti devono stare zitti ad ascoltarlo) oppure non gli interessa niente degli altri, si mette a giocare al telefono o a guardare la tv. Per quanto riguarda il rapporto con mia madre, è evidente come non ci sia passione tra loro da anni. Lei è un medico e lavora tanto, ma vorrei che almeno a casa avesse la serenità che si merita. Tuttavia non si lascerebbero mai perchè lei è fissata con l’idea di famiglia unita e lui con le apparenze (vuole che il mondo pensi che siamo una famiglia perfetta). Ma spesso e volentieri urla senza ragione e per di più non chiede ASSOLUTAMENTE MAI scusa, e anzi pretende che sia tu a farlo anche quando il torto è quasi sempre suo (dico quasi perchè a volta mi rendo conto di alzare anch’io la voce anche se non dovrei). Mia madre però sta sempre zitta e si arrabbia dicendomi che anche se lui si comporta male io devo essere rispettosa. Ma io non riesco ad esserlo se lui in primis manca di rispetto a me. Poi ci sono i miei animali, che in alcuni momenti ama e in altri non riesce neanche a vederli. E infine c’è mia sorella, l’unica che lavora nella sua azienda, che a casa deve fare i conti con un marito con un carattere altrettanto difficile. Non sono interessata a recuperare un rapporto con mio padre, perchè di fatto non c’è mai stato. Ma sono continuamente preoccupata per mia mamma e mia sorella che, quando io non sono qui, devono vivere da sole queste situazioni così frustranti. E anche per i miei animali (vi faccio un esempio a riguardo: quando usciamo con la macchina bisogna fare attenzione che il cane non scappi. Oggi lui è uscito fregandosene, e credo lo abbia fatto per fare un torto a me). Ringrazio Dio che non si tratta mai di violenza fisica, ma a livello psicologico la situazione non è così leggera da sopportare.. purtroppo so che non posso cambiarlo, ha 65 anni e lui non ha alcun interesse nel farlo dal momento che si ritiene perfetto. In più non posso mai rispondergli a tono, perchè lui mi rinfaccerebbe il fatto che economicamente non mi ha mai fatto mancare niente. Sinceramente avrei preferito non avere una piscina e una casa grande, ma un padre più gentile, attento e presente. Spero di essere stata chiara nel mio racconto e che abbiate qualche consiglio per me..

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Bimbo 5 anni problema a relazionarsi

Buongiorno, ho 3 bambini, 2 femminucce (10 e 2 anni) ed un maschietto di 5 anni. Il maschio ha problemi a relazionarsi con gli altri bambini che non conosce. A casa è molto attivo, vivace, corre sempre, parla in continuazione, ma quando va all'asilo è come se si spegnesse. Si siede, quasi sempre da solo, svolge le attività assegnate dalle maestre (disegni, poesie, ecc) ma non parla con nessuno, né compagnetti, né maestre. Lo sto portando, per cercare di spronarlo, insieme alla sorella maggiore (10 anni), ad un centro estivo, ma purtroppo sta tutta la giornata seduto, senza fare attività e se viene forzato un po'dagli animatori o dalla sorella (anche a scuola dalle maestre) inizia a piangere senza aprire bocca (fa scendere solo i lacrimoni). Se invece è insieme ai cuginetti gioca normalmente, anche con la figlia dei vicini di casa (una bimba di sei anni) gioca tranquillamente. Io e mia moglie non sappiamo cosa fare, in quanto, giustamente, sia le maestre che gli animatori ci dicono che non parla. Cosa consigliate di fare? Grazie mille

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Quando la timidezza deve fare scattare un campanello di allarme ?

Buongiorno, ho una bella bambina di due anni, che ha sempre dimostrato di essere molto " presente " ed attenta e capace di grande concentrazione nel provare a fare qualcosa. Ascolta le conversazioni che ho con altri adulti mentre lei fa' altro e dopo ore mi riporta alcuni dettagli; parlotta - seppur con molte parole pronunciate ancora sommariamente - costruendo veri e propri pensieri e considerazioni. Insomma una bambina direi piuttosto intelligente e sensibile. Non è mai stata particolarmente " aperta " ai rapporti con estranei, anzi è sempre stata direi riservata ( a pochi mesi piangeva se un estraneo la guardava insistentemente negli occhi ), però prima del lockdown frequentavamo il parco giochi tutto sommato con serenità. Dopo i mesi di isolamento forzato abbiamo avuto invece grosse difficoltà a reinserirci in un contesto sociale: uscendo aveva paura di qualsiasi rumore ( una gru, un autobus ) e perfino dei bambini, specie se più piccoli di lei e se particolarmente socievoli. Con il passare dei giorni la situazione è nettamente migliorata, la bambina ha preso nettamente più sicurezza, ma mostra ancora timore verso per esempio una persona anziana con bastone che la saluta o nei confronti di bambini, direi solo se più piccoli di lei o coetanei, fino a voler talvolta chiedermi di andare via. Se può essere utile, preciso che non ha mai frequentato un asilo nido, è stata con me fino ai 18 mesi e poi con la nonna ( mia mamma ) solo la mattina. Prende ancora il mio latte, ed è molto legata a me come immagino tutti i bimbi della sua età, ma per fare un esempio, si addormenta solo con me. Vorrei sapere se i comportamenti di mia figlia necessitino di un supporto esterno o se rientrino nella molteplice varietà degli atteggiamenti dei bimbi. E se ci possono essere accorgimenti miei che possano fare vivere piu' serenamente alcune situazioni a mia figlia, che a casa è splendidamente solare e gioiosa. Non voglio cambiare una inclinazione di mia figlia, solo aiutarla ad essere più serena. Grazie.

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Si può tollerare un rapporto formale con la propria figlia?

Buonasera, vi scrivo per chiedervi un parere in merito al rapporto “formale”( normale ?!) che ho con l’unica mia figlia. Una ragazza/donna di 33 anni sposata da 3 senza figli, con la quale ho vissuto un rapporto sereno e confidenziale almeno fino quando è rimasta a casa con me e suo padre; del resto è sempre stata la classica brava ragazza, ubbidiente e giudiziosa da piccola, seria e responsabile nell’età adolescenziale ; è stato facile fidarci di lei, concederle la libertà assoluta di movimento e di scelte che l’hanno portata a realizzare (felicemente !?) 2 traguardi importanti della vita : la laurea, e dopo 2 anni di convivenza, il matrimonio; un matrimonio che ha già manifestato qualche piccola crepa ( tra le cose di poca importanza, si lamentava anche di un marito incapace di desiderarla!) In tutto questo credo di essere sempre stata presente nella sua vita, (nonostante un lavoro che mi tiene impegnata), con l’amore e la dedizione di una mamma per la propria figlia, come meglio sapevo fare, ascoltandola, consigliandola, guidandola, facendola comunque sentire sempre amata (è questo che un genitore dovrebbe fare ?!) Il suo essere stata una bambina e poi una ragazza che non ha mai creato problemi, di certo mi, ci ha agevolato nel difficile e arduo compito del genitore! Purtroppo da un paio di anni a questa parte, dopo qualche segnale di crisi esistenziale, si è letteralmente allontanata da noi, in tutti i sensi: non sente più il bisogno di passare un po’ di tempo con me, (per un caffè, una chiacchierata, figuriamoci una vacanza ) alla telefonata preferisce inviarmi dei nessaggi di circostanza (come stai? Un invito a cena, molto raramente) alle mie rare richieste di vedersi (rispettando i suoi spazi lavorativi, amichevoli, palestra ecc.) le riposte sono sempre negative: non ha tempo, nella sua vita non c’è più spazio per me/noi, sempre sfuggente e lontana. Lei ha sempre giustificato il suo comportamento normale, di una donna che comunque ora ha la sua vita, che quello che è importante è sapere che stiamo bene, che se abbiamo bisogno, lei c’è (come è successo 2 anni fa quando mi sono ammalata di tumore al seno ) e questo mi deve bastare! Mi deve bastare sapere che sta bene (ma sta davvero bene?) Ho cercato di darle tempo, pensando che forse ha dei problemi che vuole risolversi da sola, (so che va da uno psicologo), non posso giustamente pretendere che ne parli con me/noi ! Questa in sintesi la situazione attuale, ed io non posso più non mettermi in discussione, non riesco più a far finta di farmi andare bene questo “non rapporto” fatto di rari incontri (sempre di circostanza) e di silenzi; questa cosa mi logora, (non dovrebbe?) La comunicazione con mia figlia si è ridotta ad uno scambio di informazioni essenziali e telegrafiche. Sicuramente ho fatto degli errori ! Ma mi chiedo e vi chiedo un genitore che sbaglia per amore può meritarsi questo ? È pretendere troppo voler passare qualche ora con la propria figlia ? E’ pretendere troppo che una figlia ti telefoni ogni tanto ? E’ pretendere troppo sentire tua figlia che qualche volta abbia voglia di raccontarti come ha passato la giornata ? E’ pretendere troppo avere un rapporto se non affettivo, vivo e non formale con la propria figlia ? Ringraziandovi per l’attenzione e in attesa di una risposta porgo cordiali!

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Passare la vita a....

Salve, Sono una ragazza di 29 anni, vivo ancora con i "miei". Da parecchio tempo, direi diversi mesi, sto soffrendo di... non so nemmeno io cosa, esattamente. Da qualche anno sono uscita da una grave depressione, con aggiunta di episodi psicotici, derealizzazione e depersonalizzazione con attacchi di panico. Questa malattia - lo psichiatra l'ha identificata come disturbo bipolare, ma solo negli ultimi anni - è iniziata diversi anni fa, dopo aver concluso con la scuola. Mio padre era morto da 2 anni, per un tumore che l'ha portato via in 6 mesi, quando frequentavo l'ultimo anno di 3° superiore, dopo aver conseguito una qualifica. Altri 2 anni e avrei finito la scuola con un diploma, ma sinceramente, a parte il lutto, non mi è mai piaciuto studiare e farmi imbottire di nozioni, anche se non ho avuto quasi nessun problema: io non studiavo, "leggevo"; non mi piaceva l'idea di ripetere a voce, e comunque sono riuscita ugualmente, per fortuna, direi, almeno questo. Quando mio papà è venuto a mancare, nonostante avessi visto i miei litigare spesso e volentieri, ho voluto stare vicino a mia mamma. Ognuna di noi due, in realtà, faceva da "guardia" all'altra. Io cercavo di non pensare, di non piangere almeno di fronte a lei. Soppressi le emozioni. "Dovevo" essere forte per lei. La vedevo soffrire troppo. Il senso di colpa, comunque, era sempre lì. In passato, avevo iniziato ad odiare mio padre. Davo la colpa a lui, dentro di me, quando vedevo i miei litigare. Ma l'odio è iniziato con un motivo abbastanza strano: una notte - ero adolescente - sentii i miei avere un rapporto. Non so cosa sia scattato in quel momento, ma il disgusto che provai a sentire.... mi fece star male, iniziai a piangere senza farmi sentire, a pregare che smettessero, a mettermi l'iPod a palla nelle orecchie. Così iniziò l'odio. Nel medesimo periodo, avevo un altro problema - che in quel momento non consideravo come tale e che forse nemmeno capivo. Ero poco più che una ragazzina, eppure avevo problemi con il mio corpo: non mi era mai piaciuto - tutt'ora è così. Quando ero a casa immaginavo di avere un corpo maschile. Non saprei se era dovuto alla recente operazione - per una scoliosi parecchio grave, che mi fece restare in rianimazione per un mese, con alcune complicanze. Da che mi avevano svegliato, gli effetti della morfina erano abbastanza strani. A volte, specie nei primi periodi durante la notte, mi sembrava di sentire mani ovunque su di me, e mi svegliavo credendo che qualcuno mi stesse effettivamente toccando. Poi non so se sia dovuto a questo. Come per negare quella fatidica notte dei miei, la mia prima relazione fu con una ragazza. E strano a dirlo adesso, ma a conti fatti, anche se poi la relazione è finita, è stata la migliore finora. Mi sentivo bene in quella vita, anche se i battibecchi non mancavano. Ho lasciato io la ragazza, anche se eravamo rimaste in amicizia, a seguito della morte di mio padre - che in passato aveva detto una cosa del tipo "Se mio figlio fosse gay, non ci parlerei più/non lo riconoscerei più". La ragazza con cui stavo aveva dei comportamenti un po' infantili, a volte, nonostante avesse 18 anni. Quando mio padre morì, l'unica cosa che era stata capace di dire è stata "Mi dispiace". Io, già provata dal lutto e dal senso di colpa generale (per l'odio, ma anche per il fatto di essere lesbica), la lasciai non molto dopo. Continuai a ricercare relazioni con donne, comunque. Anche se poi, incontrai il mio primo ragazzo, deludendo e in un certo senso "tradendo" la controparte femminile che mi aveva detto apertamente di essere interessata a me. Non decisi sull'emozione, ma sulla logica: sarei andata con il ragazzo, per convenienza, per fare un'altra esperienza. Mia mamma non avrebbe saputo mai nulla, io avrei fatto una vita "normale", "come tutti". Il primo di tanti sbagli a venire. Questa "semplice" decisione bastò a innescare un nuovo senso di colpa verso quella povera ragazza. Un altro tassello alla mia depressione. Le amicizie d'infanzia sbagliate, il bullismo a scuola. E dopo, l'evento scatenante, fecero il resto. L'evento è stato leggere un libro. Io e mia mamma abbiamo sempre parlato di religione e spiritualità, in modo non convenzionale. Eravamo una sorta di ricercatrici della verità. Mia mamma non credeva alla Chiesa, così come me. Mio papà non si è mai espresso. Alla fine, quel libro era un testo che parlava di spiritualità, non di religione. Tuttavia, i concetti erano ambigui, almeno per me, tanto che mi si posero delle domande. Iniziai ricerche per conto mio e sfortunatamente, trovai una valanga di teorie filosofiche, metafisiche, quantistiche e chi più ne ha più ne metta, anche se moltissime erano strampalate e allora non capivo nulla in materia. Il risultato fu una gran confusione mentale. Pochi giorni dopo, con un ansia sempre più costante (non saprei spiegare i motivi), ci fu il primo episodio. E' stato devastante, come se un castello di carte si rompesse all'improvviso, ma lentamente. Altri giri in ospedali, psichiatri e centri psico-sociali (questi ultimi spesso hanno solo aggravato la situazione). Poi, fortunatamente, ho trovato uno psichiatra che mi ascoltava, che mi seguiva ed era molto disponibile. E pian piano ne uscii, ma ci vollero anni. Le conseguenze non furono belle. Senza lavoro né un diploma che valesse effettivamente qualcosa, la difficoltà stessa di trovare un impiego. Problemi che permangono ancora adesso. Ho fatto qualche lavoro, prima del problema psichiatrico e dopo. Ma dopo fu più difficile. Nonostante fu un impiego simile a quello già svolto, le mie risorse erano più limitate. E nonostante sia nelle categorie protette per invalidità civile, non ho avuto il sostegno necessario previsto. Ho dovuto mettermi in malattia, in una sorta di disturbo post-traumatico da stress, e ho lasciato. Passando altri anni senza lavoro. Da un bel po' di tempo a questa parte, ho smesso quasi del tutto (volontariamente) di prendere medicinali contro la depressione e la psicosi, in quanto non ci sono più stati altri episodi. Ho voluto smettere, per far passare le "controindicazioni": stanchezza cronica, debolezza ecc. All'inizio sembrava che stessi meglio. Purtroppo, le cose sono andate via via peggiorando, anche a causa del Coronavirus. Messo da parte il fatto che ho delle opinioni impopolari in merito, la quarantena forzata e - soprattutto - l'incessante bombardamento delle notizie in merito alla tv, non hanno giovato alla situazione. Non ho provato la "paura" che tutti hanno provato/provano. Ma tornando indietro... E' iniziato a novembre 2019. Ho lasciato il mio ragazzo in seguito a diverse circostanze, tra cui (non meno importante, anzi...) il suo problema psichiatrico (DOC). Ne sono venuta a conoscenza solo 2-3 mesi dopo esserci messi insieme. All'inizio, cercavo di aiutarlo come potevo e come pensavo fosse giusto: spronandolo, consigliandogli perfino i miei dottori. Peccato che lui abbia iniziato ad andarci solo verso la fine della nostra relazione... Alcune volte restavo a casa sua a dormire, come fossimo una coppia indipendente: preparavo da mangiare ecc. I suoi durante la primavera-estate erano via. A un certo punto, quando ho saputo del suo problema, ero abbastanza disperata. Diceva che si poneva queste domande, se mi amava davvero o no. Già di mio, sono una persona insicura di me... Ma comunque, sono andata avanti, provando ad aiutarlo, standogli vicino. Potevo capire cosa voleva dire avere un problema del genere, anche se era diverso da quello che avevo avuto io. Ma a conti fatti, mi rendevo sempre più conto che lui non faceva nulla per provare a migliorare la sua salute, come se gli andasse bene così. Come tutti gli altri ragazzi che ho avuto, anche lui faceva affidamento esclusivamente sui genitori, che lo "difendevano" dal mondo esterno, e contemporaneamente non volevano "spendere troppo" per fargli avere delle cure adeguate. Però, lui non sembrava nemmeno interessato a stare meglio. Quello che dicevano i suoi, lui lo faceva. E' sempre stato così, per me, ma con chiunque ho avuto una relazione. Alla fine, si alternavano momenti di relativa tranquillità e altri di liti. Siamo andati in vacanza insieme, e non è stata una bella vacanza: abbiamo persino litigato con i miei. Ero furibonda, non solo con i miei, ma anche con lui. Quando poi è arrivato il momento di smettere di "giocare" a marito e moglie, la relazione è precipitata. A un certo punto, non ce la facevo più. La mia insicurezza era troppa, per continuare una relazione del genere. Non accettavo più questi suoi "dubbi". Anche sapendo che aveva il DOC. Da una parte non volevo mollare, quasi sentendomi in colpa, se l'avessi lasciato. Dall'altra, volevo solo smettere di sentirmi insicura, non amata, triste. Questo "sbilanciamento", mi ha portato a dei simil-attacchi di panico, anche se sembravano quasi epilettici. Lo psichiatra mi diede dei calmanti. Alla fine, presi la forza e lo lasciai, per non vederlo né sentirlo più. Ovviamente, come gli altri, disse che "sicuramente avevo qualcun altro"... Era novembre. Provavo ad andare avanti, mi sentivo delusa e sconfortata. Provavo a non piangere, ma non riuscivo. Mia mamma mi rimproverava di “fare la vittima” piangendo e mi gridava di non piangermi addosso, nonostante aveva visto i miei simili-attacchi di panico durante e dopo la rottura. “Vuoi piangerti addosso per tutta la vita?!”, mi gridava, e cose simili. Il suo compagno (che vive con noi da qualche anno) a volte le diceva di smetterla. Anche se lei non lo faceva. A volte sembrava che arrivasse a quel discorso di proposito. Quindi, provai a reprimere il dolore e le lacrime, piangevo quando non potevano vedermi o sentirmi. Non poter sfogarsi è brutto. I miei (mia mamma e mio papà) sono sempre stati così, del “devi essere forte”. A parte mia mamma, che è solita dire: "Se hai qualche problema, parlane, si sta male a tenersi le cose dentro". Però poi, quando lo faccio, non manca di dire frasi come quella sopra... Anche quando ero in rianimazione per l'operazione alla schiena, mio padre una volta mi disse (anche se lui stesso aveva le lacrime agli occhi): “Sii forte.” Certo, perché è semplice stare su un letto d'ospedale, con dolori dappertutto e respirare a mala pena e nel frattempo essere forti... Quella volta piansi lo stesso, anche se mio papà a volte non era così rigido come mia mamma. “Perché devo essere forte?”, pensai. “Sto male.” .... Ma, tornando al mio ex, iniziai a pensare solo ai momenti brutti, arrivando a provare odio per lui. Dopo un po', stavo leggermente meglio. Ci sono stati altri momenti di litigi tra me e mia mamma, per altre cose o per le stesse. La rabbia cresceva. Ma il peggio è iniziato ad arrivare con la questione del virus. Il compagno di mia mamma è sempre stato uno a cui piace guardare la tv - per usare un eufemismo, dal momento che ogni volta che era/è a casa, ogni occasione è buona. Spesso mia mamma litigava con lui per questo, dicendo che non le dava attenzione nemmeno quando era a casa dal lavoro, che se non era la tv, c'erano altre cose... Niente di nuovo, per me, avevo già sentito e visto la situazione, simile a quando c'era mio papà. Il compagno di mia mamma iniziò a prendere il monopolio sulla tv (della cucina, dove mangiamo tutti insieme), forzandoci a guardare il telegiornale (anzi, i telegiornali). Anche se questo accadeva già, anche prima di questo problema. A volte mi arrabbiavo io, a volte mia mamma, a volte tutti. Io so solo che non ne potevo più di essere bombardata, pranzo e cena, da queste notizie. Le mie uniche paure reali, erano (e sono), il non poter avere un lavoro, una casa, una vita mia. Mia mamma mi "confortava" dicendo che sarebbe passato, di non pensarci, di non essere pessimista... Alla fine, lei ha concordato con me, quando lui era al lavoro, noi guardavamo altro in tv, anziché il tg. Poi, non so perché, la situazione si è ribaltata, e poi si è ribaltata di nuovo. Insomma, mi sembrava che mia mamma faceva le cose in base a lui, "perché lavora", "perché ci mantiene"... Senza il fatto che se esponevo le mie preoccupazioni, la risposta era sempre la stessa, o in alternativa: "Se continui a pensarla così, non cambierà nulla veramente." Quando l'ho conosciuto, sembrava una persona tranquilla e gentile. Per questo, io gli avevo chiesto di vivere con me e mia mamma. O forse perché in quel momento ero debole per ragionare con chiarezza: ero ancora in cura, dopotutto. Fatto sta, che poi col tempo si è rivelato un uomo fin troppo scherzoso - non ho mai potuto farci un discorso serio, a parte forse i primi momenti - gentile, insomma, fino a un certo punto; poi ha cominciato ad "ambientarsi", in casa era ed è un casinaro, nel vero senso della parola. Disordine a parte, quando arriva o quando c'è, non ci si può confondere che sia lui. Fa troppo rumore spostando le cose, le porte che spesso sbattono, i passi pesanti. E si è rivelato un altro "urlatore" (come mia mamma), ovvero, anche solo per dire una semplice frase, alza il tono o sembra inca****. Da notare che mamma ci litigava spesso per queste cose, queste stesse cose per cui ce l'ho con lui, che però adesso mia madre sembra non vedere né sentire. Abbiamo litigato nel corso degli anni, alternando altri momenti più tranquilli. Forse volevo farmelo andar bene, finora. Ma adesso è diventato un peso insopportabile, un macigno. Quando eravamo solamente io e mia mamma, per la maggior parte del tempo andavamo d'accordo. Da quando viviamo tutti e tre insieme, non è più come prima. Le uniche volte che sono andata davvero d'accordo con mia mamma, sono state quando eravamo solo noi due. Sembra un'altra persona quando c'è qualcun altro. Sono stanca di vivere con loro, e tuttavia per il momento non posso fare altrimenti. All'inizio, a novembre, ero solo molto triste e delusa dall'ennesimo fallimento nelle relazioni. Poi è arrivato il virus e con esso altre cose minori, che comunque aggiungevano tasselli di rabbia e frustrazione. Iniziai a perdere lentamente la fiducia, nel mondo, nelle persone, nei miei genitori, in tutti. Un senso di ribellione verso tutto, ovviamente o frainteso o non compreso. E ora sono qui. Ho perso tutto quello che potevo perdere. Ho talmente tanta rabbia e frustrazione, un senso amplificato di ingiustizia, di odio verso le persone. Io lo chiamo "il demone della rabbia", perché tale mi sembra. Non credo più a nessuno. Non parlo e non mi vedo più con nessuno. Evito di uscire più spesso che posso. Anche perché, mettendo la mascherina, mi sento soffocare, sto male. Ho già un problema al naso, irrisolto da molto tempo, credo sinusite o setto nasale deviato. E in tutto questo tempo - già dall'anno scorso - ho altri problemi fisici: mal di gola strano che va e viene (come se qualcuno mi stesse strangolando o se avessi un pugnale in gola), stanchezza rimasta, mal di testa frequente, rigidità muscolare (anche questo, da che ricordo, ce l'ho sempra avuta), ho un calcolo biliare che a volte mi infastidisce, ho alcuni denti da far controllare e "sistemare", spesso ho un senso di nausea; a volte non ho per nulla fame e a volte invece ne ho troppa (uguale per il sonno). Mi trovo qui, senza possibilità di un aiuto vero. Ho prenotato una visita dal mio psichiatra, che "grazie" al virus è slittata al 3 luglio. Quindi, per tutto questo tempo, ho vissuto in un inferno, coltivando rabbia, tristezza e frustrazione. Non voglio pensare alle persone che stanno male, fisicamente, psicologicamente o che hanno problemi psichici come ho avuto io... non voglio pensare al loro inferno, ma lo immagino fin troppo bene e mi sale l'afflizione per loro, perché so come ci si sente; e mi sale la rabbia, perché tante persone come me o non come me, avrebbero bisogno di uguale aiuto, se non di più, ma non lo possono avere. Che razza di mondo è...? Potrei sbagliarmi, come no, ma molta gente soffre per questo problema che è stato ingigantito e, a mio avviso, propagandato. Ad ogni modo, non sono qui per esporre le mie idee. Quanto per chiedere un aiuto, o un consiglio. Perché io davvero non ce la faccio. Non so cosa fare, non so cosa iniziare, se dovrei iniziare. So solo che se fossi riuscita ad andare prima dallo psichiatra, la mia situazione forse sarebbe, anche solo leggermente, migliore. So solo che provo l'impulso di andarmene di casa senza nemmeno dire addio. So solo che se provo a parlare, alla fine mi si aggredisce (a parole) o si finisce per litigare. "Perché non parli?" mi chiedeva mia mamma "Per forza... non si può parlare" "Non più". Lo penso continuamente. Ecco perché evito di parlare con chiunque. Specialmente con loro. Evito di mangiare insieme a loro, evito di vederli, di incontrarli in casa. Evito qualsiasi cosa che coinvolga loro o altre persone. Tutto quello che so, è che le persone ti deludono, ti feriscono, ti tradiscono o non ti ascoltano veramente. Mia madre ora sa che ero lesbica. Spesso brontolavo che "sarebbe meglio essere uomo". All'inizio scherzavamo su quest'ultima cosa. Mi diceva che non mi confidavo con lei. Io le rispondevo che era perché la vedevo così, rigida su molte cose. Diceva che non era più così. E adesso cosa fa? Usa le mie confidenze contro di me, come se mi prendesse in giro. Dicendo che non sa cosa pensare di me. Poi dicendo che non ha pregiudizi. Beh, nemmeno io so cosa pensare di lei. Dice che il suo compagno se ne va, se io continuo così. Non so quante volte l'ha ripetuto, A un certo punto, le ho risposto: "Pace." Ed è così da tempo. Tra i suoi "Se continui così, te ne vai a vivere da qualche altra parte", dicendo che mi affitta un altro appartamento ecc. anche se non ho un lavoro, ma va beh... Magari potessi andarmene, l'avrei già fatto... Penso che "devo" dire "grazie" a lei, se nemmeno io ci capisco di me stessa. Lei non capisce me e io non capisco lei. Ho il problema della rabbia, che è diventata ira. Ed evito i miei anche per questo, non voglio dire cose spiacevoli (anche se mia mamma non si pone il problema, a quanto vedo), o avere scatti d'ira seri. Ho i problemi fisici. E ho il problema di riconoscere me stessa... Perché le persone devono essere etichettate in base ai loro gusti? Perché non provano a comprendere, ad avere una visione più ampia? Tutto ciò che non è etichettato risulta incomprensibile, e non è degno della comprensione o quantomeno dell'accettazione. Io non so cos'ho che non va, qual è il mio problema. So solo che non sto bene e i miei sembrano amplificare di proposito il mio malessere, forzandomi ad andar d'accordo con loro ad ogni costo. Loro non vengono a compromessi, perché io, sempre, devo venire a un compromesso? No. Pensavo che evitare di parlare e mangiare più tardi fosse già un compromesso: evito liti inutili, per entrambe le parti. Invece no, non va mai bene. Ma qualcuno vedrà mai il mio punto di vista? Qualcuno capirà che una persona è come è? Che non aiuta dirle "smettila di compiangerti", anche se sta male? Io pensavo che sfogandomi sarei stata meglio, come diceva mia madre. Invece no, non è più così. Adesso sfogarsi è diventato il sinonimo di compiangersi. Ci sarebbero altri dettagli, ma diventerebbe un testo troppo lungo. Per favore, se qualcuno leggerà, mi aiuti a capire, o almeno mi dia qualche consiglio. Grazie.

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Voglia di prendere in mano la mia vita, consigli?

Salve, sono un ragazzo di 26 anni ed avrei bisogno di un consiglio. Sono una persona molto socievole che esce spesso con gli amici, ma ho sempre avuto problemi a relazionarmi con le ragazze (non mi sono mai fidanzato). Sono molto timido ed insicuro e questo mi porta dei problemi nel cercare di parlare e relazionarmi con le ragazze, è come se non avessi la forza di andare a parlare o approcciare quelle ragazze che mi interessano, non riesco a buttarmi e vado in ansia ogniqualvolta decido di provare. Il punto è che sono consapevole di essere un bel ragazzo (e lo dicono anche in molti/e), ma la bellezza non basta, puoi essere il più bello del mondo, ma se sei una frana le donne scappano. Ogni volta che vorrei parlare con una ragazza, sia a ballare o anche semplicemente in chat, ho come un blocco che mi porta a rinunciare, non so cosa dire ed ho paura di sbagliare, mi sale l'ansia e quindi rinuncio. Ammetto di avere anche altri "problemi" nella mia vita, ho paura del futuro, non riesco ancora a capire che "pesce" sono e che ruolo ho in questa vita (la gente della mia età inizia a pensare a un futuro stabile e a mettere su famiglia, ed io sono bloccato in dubbi esistenziali da teenager, e tutto ciò mi demoralizza di brutto). Credo che io abbia poca stima di me stesso, e questo si ripercuote in tutti i campi della mia vita, mi chiedo come sia arrivato a ciò (sono una persona molto sensibile). Ho paura di non riuscire a fare nulla di buono, sia sul lavoro che in ambito sentimentale, e di rimanere un peso per i miei genitori. Sto sviluppando una visione un po pessimistica per via del tempo che passa inesorabile, mi sfugge come sabbia fra le mani, e questo mi porta ad una tristezza sopportabile ma comunque presente. Cosa posso fare? Psicoterapia? No, voglio vincere questa partita da solo e con le mie forze (in realtà da una psicologa ci sono già stato per più di un anno ma con risultati molto lievi, anche se comunque è stato l'inizio di "qualcosa"). Consigli?

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Insoddisfazione e problemi a relazionarsi

Sono una ragazza di 22 anni, ho sofferto di attacchi di panico da quando avevo 11 anni ed è da circa un anno che non mi capita più di averne uno, non so spiegare il perché siano spariti ma ciò mi fa sentire meglio e vivere la quotidianità con meno ansie ma cmq mi sento infelice e insoddisfatta, ora vorrei rendere la mia vita più appagante. Vorrei migliorare la qualità delle mie relazioni, imparare a percepire le mie emozioni (perché mi sono resa conto che ho delle difficoltà a percepire le mie emozioni, spesso mi sembra di non riuscire a distinguere ciò che provo ed è difficile raccontare ad altri ciò che sento. Infatti, è raro che qualcuno si confidi con me o che mi cerchi quando ha bisogno di essere sostenuto emotivamente), migliorare la mia autostima perché sono troppo insicura ecc. Io ho troppe difficoltà, non riesco ad interagire con gli altri ed ho paura del giudizio altrui. A volte mi sembra di non saper fare niente, non sono capace di manifestare i miei sentimenti/emozioni, sia positive che negative, gestire le critiche/i rimproveri, non so salutare, ringraziare, presentarmi, iniziare e continuare una conversazione, chiedere aiuto, fornire aiuto, fare richieste, esprimere disaccordo ecc. Mi sento sempre impacciata, persino la mia voce Sento di essere rimasta indietro rispetto ai miei coetanei. Mi mancano tante competenze non acquisite, non mi piace andare a ballare, mi mancano delle esperienze di vita in generale, infatti quando escono discorsi su storie d'amore ed esperienze in generale passate, taccio, ma semplicemente perché non ho nulla, e mi vergogno, mi sento inadeguata. Il comunicare poco, e la poca esperienza mi mette in una situazione di svantaggio rispetto agli altri. Sento di non avere nulla di particolare da dire o da dare agli altri. Sento che mancano sostanzialmente i contenuti da condividere… A 22 anni non ho ancora iniziato a vivere, e questo mi preoccupa. Il tempo passa in fretta e io non sto concludendo niente. E questo mi spaventa perché voglio costruirmi un futuro prima che sia troppo tardi, avere una casa, una famiglia, un lavoro, degli amici… Tutti procedono con la propria vita, riescono a trovare amici, a trovare un compagno, vanno a vivere da soli, si trasferiscono… e io? Non so cosa voglio, non so se ho scelto l’università giusta, non so cosa vorrò fare dopo. Trovo tutto ciò molto frustrante e limitante nella mia vita, perché desidererei poter avere rapporti sociali più appaganti, ma mi è estremamente difficile. Avere 22 anni e non fare tutto ciò che fanno gli altri mi pesa e vedo il futuro piatto. A volte provo un sentimento di vergogna e forte giudizio verso me stessa. Non permetto agli altri di avvicinarsi, temo l’intimità. Io sono così nella vita, sono abituata a tenermi tutto dentro, non riesco mai a parlare delle mie emozioni con nessuno, forse a volte lo faccio per non soffrire, altre perché penso di non aver vissuto niente di così grave nella vita perché alla fine che cosa mi manca? Ho due genitori che mi vogliono bene, una famiglia normale, sicuramente non siamo perfetti ma se ho bisogno di qualcosa loro per me ci sono (e io per loro) e che non mi fanno mancare niente a livello economico. Gli altri magari hanno vissuto cose peggiori: genitori separati, oppure penso a malattia, lutto ecc. Mi sto costruendo una corazza sempre più spessa e per quanto vorrei che qualcuno riuscisse a farmi credere ancora che qualcosa di bello possa accadere, sono terrorizzata da tutto. Ho bisogno di essere amata. Mi basterebbe una sola persona, normale, che mi capisca e apprezzi al di là del mio aspetto fisico. Non voglio che lo faccia per professione. Voglio una persona che stia di fronte a me perché é li che vuole stare… Vorrei essere/fare tante cose: vorrei essere più estroversa, non avere paura degli altri, vorrei viaggiare, visitare posti nuovi… ma ho sempre questa sensazione di non farcela da sola. Io sono arrivata al punto di non riuscire più ad essere contenta per la felicità altrui, per le mie amiche che continuamente si innamorano, si lasciano andare e vivono emozioni….vivono la vita come deve essere vissuta. Mi sento vuota, mi sento come se non avessi niente da dare. Perché un ragazzo dovrebbe mostrare interesse nei miei confronti?! Ci sono migliaia di altre ragazze migliori di me, più allegre, più serene, più carine, più aperte. Mi ritrovo in quel vuoto, in quell’esigenza di piacere prima di tutto a qualcun altro per riuscire a piacere a me stessa, entrando così in un circolo, perché nello stesso tempo non permetto a nessuno di avvicinarsi e quindi di farmi sentire un po’ d’amore per me, di farmi sentire accettata. Anni fa avevo i capelli corti, pesavo 7 kg in più e il mio abbigliamento era meno curato. Oggi ho fatto crescere i capelli (media lunghezza), mi sento un po' meglio con i miei kg in meno (anche se vorrei perdere ancora qualche kg, e infatti sono ancora a dieta) e penso di curare di più il mio abbigliamento. È vero non mi trucco, non indosso gonne o vestiti se non in occasioni particolari, ma io per uscire tutti i giorni mi sento comoda ed a mio agio con i jeans/pantaloni e camicie/bluse. Io vorrei imparare ad amarmi e accettarmi per quella che sono. Penso di aver fatto dei miglioramenti (anche se magari piccoli) rispetto al passato. Non penso di essere una ragazza sciatta o trasandata spesso metto pure cose semplici ma carine, uso un abbigliamento casual ma non mi presento disordinata. Non vado in giro trasandata, ma in modo semplice. E poi io mi vedo inferiore anche quando le altre mettono il jeans come me quindi non solo quando mostrano e vestono provocante e mi sento inferiore alle altre anche quando magari per qualche occasione particolare indosso un vestito e sono truccata.

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Come faccio a costruire un rapporto con mia madre?

Vi racconto la mia storia. Io e mia madre non abbiamo mai avuto un legame molto profondo, e questo dettaglio inizia a pesarmi col diventare grande. Parto col dire che mia madre, una volta rimasta incinta di me, fu abbandonata da mio padre, di cui tutt'ora non si hanno notizie. Aggiungo anche che siamo straniere, e quando avevo 5 anni lei si trasferì qua, in modo da guadagnare soldi e mandarli a mia nonna per crescermi e garantirmi una vita migliore. Fatto sta che per i successivi 5 anni fui cresciuta dai miei nonni, che amo tantissimo e a cui sarò eternamente grata per tutto quello che hanno fatto per me. Compiuti i 10 anni, mi trasferii qui insieme a mia madre e il suo, all'epoca da 5 anni, compagno, che al mio arrivo diventò molto ostile e col passare del tempo anche violento nei miei confronti (ma non è di questo che voglio parlare). Dopo altri 5 anni, mamma e questo tizio fanno un figlio. Passati altri 2 anni, mamma lasciò il tizio perché non reggeva più il suo comportamento, prendendo anche il figlio (non erano sposati). Costui, dopo 2 mesi di agonia, si decise a sparire per sempre. Mamma si trovò un nuovo compagno, con cui sta tutt'ora ed è felice. Il mio problema è il seguente: io e mia madre non abbiamo dialogo. Parliamo solo quando stiamo a tavola; io giustamente il resto della giornata o mi chiudo in camera o esco, ma lo faccio perché non so di cosa parlare con lei: ogni volta che provo a tirare fuori il discorso di mio padre lei evita di parlarne, qualsiasi altra cosa io le chieda/dica o non mi prende sul serio o diventa acida. Un'altra cosa che mi pesa è che non è mai stata presente durante la mia infanzia, stava sempre al lavoro e quando si è trasferita qui la vedevo massimo 2 volte all'anno. Persino quando mi sono trasferita qui, non c'era mai perché stava al lavoro e mi lasciava nelle mani del suo ex compagno violento. Tutte le cose che fa col mio fratellastro, con me non le ha mai fatte, e non intendo chissà cosa, ma per esempio andare al parco, fare le bolle di sapone insieme, fare delle semplici passeggiate solo io e lei. Secondo alcuni potrà essere questione di gelosia fraterna, ma a me tutte queste mancanze pesano molto. Vorrei recuperare il tempo non passato insieme e costruire un vero rapporto, ma non so da dove iniziare...

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