Perché scelgo sempre lo stesso tipo di persona? Quando cambia il partner, ma certe dinamiche ritornano

“Possibile che capitino tutti a me?”

Dopo diverse relazioni finite in modo simile è comprensibile arrivare a pensarlo. Cambiano i nomi, i volti e le circostanze, eppure dopo qualche tempo ci ritroviamo a vivere sensazioni stranamente familiari.

C'è chi si innamora frequentemente di persone poco disponibili e trascorre gran parte della relazione cercando di ottenere maggiore vicinanza. Qualcun altro parte con entusiasmo e comincia a sentirsi soffocare proprio quando il rapporto diventa più stabile. C'è chi finisce per sentirsi sempre responsabile del benessere del partner e chi, al primo segnale di distanza, teme immediatamente di essere abbandonato.

Quando una dinamica si ripete, attribuire tutto alla sfortuna rischia di impedirci di vedere una parte interessante della questione: in ogni relazione portiamo inevitabilmente anche noi stessi.

Molto prima di avere il primo partner abbiamo già fatto esperienza delle relazioni. Abbiamo imparato, attraverso i nostri legami significativi, quanto possiamo fidarci degli altri, cosa succede quando chiediamo aiuto, come vengono affrontati i conflitti, quanto possiamo essere autonomi senza rischiare di perdere l'affetto di qualcuno.

Bowlby ha utilizzato il concetto di “modelli operativi interni” per descrivere le rappresentazioni di sé e degli altri che si costruiscono attraverso le esperienze di attaccamento. Queste rappresentazioni contribuiscono nel tempo a organizzare aspettative, emozioni e comportamenti all'interno delle relazioni.

La prospettiva sistemico-relazionale allarga ulteriormente lo sguardo. Quando nasce una coppia si incontrano due persone che appartengono a due storie familiari differenti. Ognuno porta con sé esperienze, aspettative, idee sulla coppia, modi di affrontare la vicinanza e il conflitto e rappresentazioni di ciò che significa amare ed essere amati.

Scabini e Cigoli hanno descritto il legame di coppia anche attraverso il concetto di patto, mettendo in evidenza la presenza di aspetti dichiarati e di dimensioni meno consapevoli che contribuiscono alla costruzione del legame. Può accadere, per esempio, di desiderare consapevolmente un partner molto autonomo e di scoprire poi quanto sia importante sentirsi indispensabili per lui. Oppure possiamo desiderare una relazione tranquilla e accorgerci di sentirci particolarmente coinvolti proprio quando l'altro diventa incerto o distante.

Guardare alla propria storia familiare serve allora a comprendere come abbiamo costruito alcuni significati. Che cosa voleva dire amare nella famiglia in cui siamo cresciuti? Come venivano affrontati i conflitti? Quanto spazio era concesso all'autonomia? Era possibile essere in disaccordo mantenendo comunque il legame? Chi si occupava dei bisogni degli altri? Cosa succedeva quando qualcuno prendeva le distanze?

Uno degli strumenti utilizzati nella terapia sistemico-relazionale per esplorare questi aspetti è il genogramma. A differenza di un semplice albero genealogico, il genogramma permette di rappresentare graficamente legami, eventi significativi, separazioni, conflitti, alleanze e passaggi importanti attraverso diverse generazioni. McGoldrick e colleghi ne hanno ampiamente descritto l'utilizzo nella valutazione e nel trattamento delle dinamiche familiari.

A volte, osservando la propria storia da questa prospettiva, qualcosa che abbiamo sempre considerato semplicemente “il mio carattere” acquista un significato differente. Cominciamo a riconoscere una continuità e possiamo accorgerci più facilmente del momento in cui una vecchia modalità relazionale si riattiva nel presente.

La consapevolezza, da sola, non produce magicamente il cambiamento. Crea però una condizione importante per renderlo possibile: riconoscere ciò che stiamo facendo mentre accade. Ed è proprio in quello spazio che diventa possibile sperimentare una risposta diversa.

Forse, quindi, dopo l'ennesima relazione simile alle precedenti, può essere utile affiancare alla domanda “Perché incontro sempre persone sbagliate?” un'altra domanda: “Che cosa rende alcune dinamiche così familiari per me?”.

Rileggere la propria storia serve anche a questo: riconoscere ciò che abbiamo appreso nelle relazioni e aumentare la nostra libertà di scegliere come viverle oggi.

Bibliografia

Bowlby, J. (1973). Attachment and Loss. Vol. 2: Separation: Anxiety and Anger. Basic Books.

McGoldrick, M., Gerson, R., & Petry, S. (2020). Genograms: Assessment and Treatment (4th ed.). W. W. Norton.

Scabini, E., & Cigoli, V. (2000). Il famigliare. Legami, simboli e transizioni. Raffaello Cortina Editore.

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