Come aiutare un ragazzo ad inserirsi nel gruppo e a coltivare le amicizie?

Anna

Salve, sono mamma di un ragazzino di 12 anni. Quando era piccolo non ha mai avuto problemi relazionali. È sempre stato con tutti. Mai avuto un amico del cuore. Alle elementari era inserito completamente nella classe e nonostante facesse uno sport singolo ha sempre avuto buoni rapporti con gli amichetti. Da un annetto però la situazione è cambiata. Avendo cambiato sport ( calcio!) è stato prima preso di mira per il ruolo e la poca abilità; poi ho notato che, nonostante il gruppo lo abbia inserito perché diventato bravino, lui sta sempre in disparte. A scuola, non ha fatto amicizia con nessun maschietto. Anzi, un giorno è tornato a casa dispiaciuto perché gli amici avevano preferito una femminuccia a lui nella composizione del fantacalcio. Gli amici stretti delle elementari non lo invitano più alle uscite perché considerato fastidioso. Da ultimo un gruppo lo ha inserito per poi decidere che dovesse essere escluso dalla gita in piscina, già organizzata. In gita in autobus nessun bambino si è seduto con lui. Idem durante il torneo della scuola calcio. Questo mi ferisce tanto. Lui è già figlio unico e non ha cugini della sua eta'.Mi domando in cosa ho sbagliato. Favorisco le uscite, chiedo di invitare amici a casa. Lui apparentemente è sereno e sembra che non ci rimanga male. Mi dice solo ' mamma, i rapporti sociali non sono più come ai tuoi tempi.' Io però mi dispiaccio e non so come potrei aiutarlo.

9 risposte degli esperti per questa domanda

Cara Anna,

Per una madre, vedere il proprio figlio isolato o respinto dai coetanei è una delle ferite più dolorose da sopportare; si attiva un istinto di protezione viscerale che toglie il sonno e la serenità. Cancella immediatamente la domanda "in cosa ho sbagliato". Hai favorito le uscite, hai aperto le porte di casa, sei attenta e sintonizzata sui suoi bisogni. Il comportamento dei ragazzini a 12 anni risponde a dinamiche di branco complesse che sfuggono al controllo dei genitori. Non c'è una colpa educativa in questo; c'è invece un passaggio evolutivo delicatissimo che tuo figlio sta affrontando.

Proviamo ad analizzare la situazione con lucidità psicologica per capire cosa sta succedendo e come puoi fargli da sponda in modo davvero efficace. Scrivi che i vecchi amici non lo cercano perché considerato fastidioso. Spesso, i figli unici che non hanno cugini della stessa età sono abituati a relazionarsi molto con gli adulti. Questo può renderli, agli occhi dei coetanei, o troppo maturi o, al contrario, poco avvezzi a quelle regole non scritte di "negoziazione" e "sopportazione" tipiche dei gruppi di soli maschi. A volte, per compensare il senso di solitudine o l'ansia di non essere accettati, i ragazzini mettono in atto comportamenti rigidi, battute fuori tempo o richieste di attenzione che i coetanei decodificano, appunto, come "fastidiose", reagendo con l'esclusione.

Arriviamo al punto più importante del tuo racconto. Tu sei ferita e addolorata, ma lui apparentemente è sereno e ti ha detto una frase di una profondità e lucidità disarmanti: "Mamma, i rapporti sociali non sono più come ai tuoi tempi". Non sta subendo l'esclusione in modo passivo e disperato; la sta osservando, la sta analizzando come un dato di realtà sociologico. Ha capito che il mondo dei suoi coetanei oggi (mediato da social, dinamiche di performance, fantacalcio) è cinico e liquido. Mostrandosi sereno, evita che la tua ansia e il tuo dolore si sommino al suo disagio. Se lui ti vedesse disperata, si sentirebbe "sbagliato" due volte: sia fuori casa che dentro casa. Il fatto che preferisca stare un po' in disparte piuttosto che elemosinare un posto a tavola o sul bus dimostra una dignità e una solidità identitaria non comune a 12 anni.

Per aiutare tuo figlio non devi "risolvere" i suoi problemi relazionali o forzare amicizie che non nascono. Devi essere il suo porto sicuro, il luogo dove lui può ricaricare le batterie. Dai a lui lo spazio di crollare se lo desidera, ma mantieni tu un tono calmo e fermo. Se tu rimani un "muro solido" e non ti fai travolgere dall'ansia, lui sentirà che la sua situazione non è una tragedia irreparabile. Il problema attuale è che la sua intera vita sociale gravita attorno a due soli bacini: la classe e la scuola calcio, e in entrambi i canali le dinamiche si sono incanala-te male. Aiutalo a creare un terzo spazio vergine. Considera l'idea, magari in vista dell'estate o del prossimo anno, di inserirlo in contesti diversi dove il focus non sia la competizione maschile: un corso di teatro per ragazzi, un laboratorio di fumetto, di robotica, scout, o uno sport dove la dinamica di squadra sia meno esasperata rispetto al calcio. Questo gli permetterà di incontrare altri ragazzini fuori da Roma (o dal contesto specifico in cui vivete) che non lo conoscono come "quello del fantacalcio" o "quello fastidioso", permettendogli di sperimentare una versione di sé nuova e più fluida.

Tuo figlio sta tracciando il suo personale sentiero di crescita. Non ha l'amico del cuore e fa fatica con i maschietti in questo momento, ma possiede una struttura riflessiva e una serenità di fondo che lo proteggeranno. Il tuo compito non è riempirgli l'agenda di amici, ma continuare a ricordargli, con la tua presenza stabile e fiera, che il suo valore come persona non dipende dal sedile di un autobus o da un biglietto per la piscina.

Un cordiale saluto.

Dott. Riccardo Focaccia

Dott. Riccardo Focaccia

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Ravenna

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Gentile Signora,

dalle sue parole emerge tutto l'amore e la preoccupazione di una madre che vede il proprio figlio vivere situazioni che fanno male anche solo a raccontarle. È comprensibile che episodi come essere escluso da una gita, non essere scelto dai compagni o ritrovarsi da solo in autobus possano ferirla profondamente.

La prima cosa che vorrei dirle è che, da ciò che racconta, non emerge che lei abbia sbagliato qualcosa. Anzi, sembra una madre attenta, presente e impegnata nel favorire le occasioni di socializzazione del figlio.

L'età di suo figlio coincide con una fase molto delicata dello sviluppo. Con l'ingresso nella preadolescenza i gruppi diventano più selettivi, si formano alleanze, dinamiche di appartenenza ed esclusione e, purtroppo, alcuni ragazzi possono ritrovarsi ai margini senza che vi sia una ragione evidente. Questo non significa necessariamente che ci sia qualcosa che non va in lui.

Mi colpisce il fatto che lei descriva un bambino che da piccolo era ben inserito, socievole e capace di stare con gli altri. Questo suggerisce che le competenze relazionali di base siano presenti. Tuttavia, può darsi che oggi faccia più fatica a trovare il proprio posto all'interno di gruppi che funzionano secondo regole sociali diverse rispetto all'infanzia.

Un aspetto importante è osservare come vive lui questa situazione. Lei riferisce che appare sereno e che non sembra soffrirne particolarmente. È possibile che stia minimizzando il disagio per proteggersi, ma è anche possibile che il suo bisogno di appartenenza sia diverso da quello che lei immagina. Alcuni ragazzi hanno pochi amici ma relazioni significative; altri attraversano periodi di maggiore isolamento senza viverli come una tragedia.

Più che chiedergli continuamente se sta male, potrebbe essere utile mantenere aperto uno spazio di ascolto, facendogli sentire che può parlarne quando ne avrà voglia, senza sentirsi giudicato o compatito.

Allo stesso tempo, alcuni elementi meritano attenzione:

  • l'isolamento sembra verificarsi in più contesti (scuola, sport, tempo libero);
  • ci sono episodi ripetuti di esclusione da parte dei pari;
  • alcuni compagni lo definiscono "fastidioso".

Sarebbe utile cercare di comprendere meglio cosa intendono i coetanei con questa definizione. A volte dietro parole come "fastidioso" si nascondono difficoltà nella gestione delle conversazioni, nell'interpretazione delle dinamiche sociali o nel rispetto dei tempi degli altri. Non è una critica a suo figlio, ma un aspetto che può essere esplorato con curiosità e senza giudizio.

Potrebbe essere utile confrontarsi anche con gli insegnanti e con gli allenatori per capire come osservano le sue interazioni con il gruppo. Spesso gli adulti che lo vedono nei diversi contesti possono offrire informazioni preziose.

La frase che suo figlio le ha detto: "I rapporti sociali non sono più come ai tuoi tempi" è molto interessante. Potrebbe essere una riflessione autentica, ma potrebbe anche essere il modo che ha trovato per spiegare una realtà che lui stesso fatica a comprendere.

Continui a valorizzare le sue qualità, i suoi interessi e le occasioni in cui si sente competente. Un ragazzo che sviluppa una buona autostima affronta con maggiore forza anche le inevitabili difficoltà relazionali.

Se nel tempo dovesse notare un aumento della tristezza, un ritiro sociale marcato, un calo dell'umore o una crescente sofferenza rispetto ai rapporti con i coetanei, potrebbe essere utile un confronto con uno psicologo dell'età evolutiva. Non perché ci sia necessariamente un problema, ma per comprendere meglio come sta vivendo questa fase e aiutarlo a sviluppare strategie relazionali sempre più efficaci.

A cura della Dott.ssa Lucia

Se desidera approfondire la situazione o avere uno spazio di confronto, può contattarmi telefonicamente. Le consulenze online hanno un costo di 50 euro a seduta. Resto a disposizione per eventuali chiarimenti. Cordiali saluti.

Buongiorno Anna, è comprensibile la sua preoccupazione, è importante però considerare che le modalità relazionali degli adolescenti sono diverse, complesse e spontanee. Ognuno vive le dinamiche dando all'esperienza significati diversi. In questa situazione in cui lei vive con angoscia potrebbe involontariamente amplificare il senso di fragilità di suo figlio, ecco perché potrebbe esserle utile un confronto approfondito dove possiamo affrontare assieme il significato delle sue emozioni, lavorare per gestire serenamente le dinamiche ed offrire a suo figlio una base sicura. Può contattarmi qui o chiamarmi liberamente, mi trova online in questa piattaforma. Un caro saluto.

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Dott.ssa Ursula Fortunato

Roma

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Gentile Anna,
il dolore che prova nel vedere suo figlio escluso è comprensibile e legittimo. Per una madre, guardare il proprio figlio muoversi da solo nel mondo dei pari, subendo piccoli e grandi rifiuti (l'autobus, la piscina, il fantacalcio), è una delle prove più faticose.
​La prima cosa che deve sentirsi dire, in modo chiaro e netto, è questa: lei non ha sbagliato nulla. Favorire le uscite e proporre di invitare gli amici sono le mosse giuste. Il punto non è la sua gestione educativa, ma il delicatissimo momento evolutivo che suo figlio sta attraversando.
​Cerchiamo di analizzare cosa sta succedendo e come decodificare i segnali di suo figlio.
​ Il "Prezzo" dei 12 anni: il cambiamento delle regole sociali. A 12 anni si entra nella preadolescenza e i codici relazionali cambiano radicalmente rispetto alle elementari:
​La spietatezza del gruppo maschile: Il calcio, per i maschi di questa età, non è solo uno sport, è un microcosmo sociale regolato da dinamiche di dominanza, abilità e "status". Essere preso di mira all'inizio per la poca abilità ha creato un precedente. Anche se ora è diventato bravo, il gruppo lo ha etichettato.
​Il bollino del "fastidioso": Se gli amici delle elementari lo considerano fastidioso, significa che suo figlio, probabilmente nel tentativo disperato di farsi accettare o di difendersi, adotta modalità relazionali che i coetanei percepiscono come fuori tempo, troppo infantili o invadenti.
​La frase chiave: "Mamma, i rapporti non sono come ai tuoi tempi"
​Questa risposta di suo figlio è straordinaria. Ci dice che il ragazzo possiede una spiccata intelligenza emotiva e capacità di osservazione.
​Non si disperi se lui "apparentemente sembra che non ci rimanga male". Ci rimprovera una verità: i preadolescenti di oggi mediano moltissimo le relazioni attraverso il digitale, i videogiochi e i social, con dinamiche di inclusione/esclusione molto più rapide e fluide (e purtroppo ciniche) rispetto al passato. Lui lo ha capito e sta provando a difendersi minimizzando il colpo per non far soffrire lei.
​L'errore da evitare: La sovrapposizione emotiva
Essendo figlio unico e senza cugini, lei tende a proiettare su di lui un'idea di solitudine assoluta. Attenzione a non trasmettergli la sua ansia. Se suo figlio vede lei disperata per le sue sorti sociali, inizierà a nasconderle la realtà per proteggerla, isolandosi ancora di più.
​Come aiutarlo concretamente a cambiare rotta
​Non possiamo costringere gli altri bambini a sedersi con lui in autobus, ma possiamo cambiare il modo in cui lui si pone con il mondo.
​Spostare il focus fuori dal calcio: Il calcio in questo momento è un ambiente saturo e ostile per lui. Se le dinamiche sono compromesse, valuti (insieme a lui) di cambiare ambiente sportivo o di inserirlo in contesti dove il "valore" del ragazzo non si misuri solo sui gol o sulla prestanza fisica (es. teatro, scout, corsi di fumetto, musica, arti marziali). Nuovi ambienti significano nuove possibilità di essere visti per quello che si è.
​Lavorare sulle "abilità sociali" (Social Skills): Invece di chiedergli "perché non li inviti?", provi a osservarlo quando è con gli altri o a fare domande indirette. Spesso i ragazzi isolati non sanno come si "aggancia" una conversazione senza risultare forzati o, appunto, fastidiosi. Ha bisogno di imparare a stare nel gruppo con una giusta distanza, senza elemosinare attenzione.
​Valorizzare la sua unicità: Suo figlio è un ragazzo riflessivo. Gli ricordi che non avere "l'amico del cuore" a 12 anni non è una condanna. La transizione verso le scuole superiori, tra pochissimi anni, rimescolerà completamente le carte e gli permetterà di trovare persone più simili a lui.
​Se dovesse notare che questa apparente serenità si trasforma in chiusura totale, rifiuto di andare a scuola o alterazioni del sonno/umore, non esiti a fare qualche seduta di consultazione con uno psicologo dell'età evolutiva. Spesso, bastano pochissimi incontri per dare a un dodicenne la "chiave" giusta per decodificare il comportamento dei compagni e difendersi meglio.
​Un caro saluto.

Cara Anna,

quello che racconti è il dolore silenzioso di tante mamme: vedere un figlio che fino a poco tempo fa si muoveva nel mondo con leggerezza, e ora sembra restare ai margini senza capire bene perché. A dodici anni i gruppi cambiano velocemente, diventano più selettivi, più crudeli, più instabili. E un bambino che prima “andava con tutti” può ritrovarsi improvvisamente senza un posto preciso, non perché abbia qualcosa che non va, ma perché il gruppo sta attraversando una fase in cui serve forza per restare dentro.

Tuo figlio non è sbagliato.
E tu non hai sbagliato nulla.

Quello che descrivi: essere escluso dalla gita, non avere un compagno di autobus, essere messo da parte nel fantacalcio, essere considerato “fastidioso” da chi prima lo cercava, non parla del suo valore. Parla di un’età in cui i bambini iniziano a definire gerarchie, ruoli, appartenenze. E chi è più sensibile, più tranquillo, più osservatore, spesso resta un passo indietro. Non perché non sia capace, ma perché non vuole forzarsi per piacere.

Il fatto che lui sembri sereno non significa che non senta. Significa che sta cercando un modo tutto suo per proteggersi. Quando ti dice “i rapporti sociali non sono più come ai tuoi tempi”, sta dicendo una verità enorme: oggi i gruppi sono più veloci, più competitivi, più fragili. E lui lo percepisce.

La cosa più importante che puoi fare ora è non trasformare questa fase in un giudizio su di lui o su di te. I figli unici spesso hanno un mondo interno ricco, ma meno allenamento nella gestione dei gruppi numerosi. Non è un limite: è un tratto. E si può lavorare.

Quello che puoi offrirgli è uno spazio sicuro in cui sentirsi visto. Non devi spingerlo a “fare amicizia”, non devi riempirgli l’agenda di uscite, non devi convincerlo che “andrà tutto bene”. Devi stargli accanto mentre attraversa questa fase, aiutandolo a capire che il suo valore non dipende da chi si siede accanto a lui sull’autobus.

E puoi aiutarlo in modo semplice e profondo: coltivando le sue passioni, sostenendo le sue competenze, dandogli occasioni di incontro più piccoli e più gestibili, dove possa sentirsi a suo agio. I gruppi grandi spesso spaventano; le relazioni uno-a-uno, invece, costruiscono sicurezza.

Anna, non c’è un errore da correggere. C’è un bambino che sta crescendo e che ha bisogno di tempo per trovare il suo posto. E c’è una mamma che lo vede, lo sente, e questo è già un aiuto enorme.

Un caro saluto,
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica e del Lavoro
Ricevo Online

Dott.ssa Arianna Bagnini

Dott.ssa Arianna Bagnini

Perugia

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Buongiorno Anna,
dalle sue parole sento tutta la preoccupazione e la sofferenza di una mamma che vede il proprio figlio più ai margini rispetto ai coetanei e si chiede dove abbia sbagliato. La prima cosa che mi sento di dirle è proprio questa: non leggo alcun errore da parte sua. L’ingresso nella preadolescenza è un periodo delicato, in cui i gruppi diventano più selettivi e le dinamiche tra pari possono cambiare rapidamente. Ragazzi che alle elementari erano ben inseriti possono trovarsi improvvisamente più in difficoltà, senza che questo significhi che ci sia qualcosa che non va in loro.
Mi colpisce il fatto che suo figlio sembri parlarne con una certa serenità. Questo non significa necessariamente che non soffra, ma che probabilmente sta cercando un suo modo di affrontare la situazione. Eviterei quindi di trasmettergli eccessivamente la sua preoccupazione, per non fargli sentire che c’è qualcosa di sbagliato in lui o che debba necessariamente avere un gruppo numeroso di amici per stare bene.

Più che spingerlo a socializzare, credo sia importante continuare a offrirgli occasioni, sostenere le sue passioni e osservare se, oltre a questi episodi, emergano segnali di chiusura, tristezza o perdita di interesse. A volte basta anche un solo legame significativo per sentirsi meno soli.

E mi permetta una riflessione: il fatto che nessuno si sia seduto accanto a lui in autobus o che sia stato escluso da alcune attività fa male anche a leggerlo, quindi è comprensibile che lei ne soffra. Ma questo non definisce il valore di suo figlio né determina come saranno le sue relazioni future.

Resto a disposizione qualora volesse approfondire questa situazione.

Cordialmente 

Dott.ssa Rosina Motta
Psicologa Clinica

Dott.ssa Rosina Motta

Dott.ssa Rosina Motta

Catanzaro

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Gentile Anna,

grazie per la condivisione. Capisco che la situazione la ferisca e si stia chiedendo cosa fare. Non penso che le abbia sbagliato qualcosa: i bambini hanno le loro dinamiche, e non possiamo fare nulla per impedire il verificarsi di liti o incomprensioni. Possiamo però insegnare a suo figlio come rispondere a queste situazioni in modo adattivo. Intanto, cercherei di capire bene come suo figlio si sente e cosa pensa del fatto che "le relazioni non sono più quelle di una volta". Con questa frase sembra che suo figlio stia un po' accettando passivamente la situazione. Sarebbe importante, invece, insegnarli a mettere i suoi confini, a far presente agli amichetti che certe cose lo feriscono, fargli conoscere i suoi punti di forza che può sfruttare nelle relazioni con gli altri e trovare nuove strategie relazionali (anche cercare altre perosne che non lo prendono in giro, per esempio). Se la situazione non si risolve, contatterei i genitori dei "bulletti" per far loro presente la situazione.

Un cordiale saluto

Dott.ssa Mara Lever

Gentile Anna, buongiorno, da ciò che descrive, sembra che suo figlio non abbia avuto difficoltà relazionali nella prima infanzia, mentre nell’ultimo anno si sia trovato progressivamente in contesti sociali più complessi e selettivi (sport di squadra, dinamiche tra pari, gruppi scolastici). In questa fase dello sviluppo è abbastanza frequente che le relazioni tra coetanei diventino più rigide e basate su ruoli, status e appartenenza al gruppo.

In ottica cognitivo-comportamentale, esperienze ripetute di esclusione o svalutazione possono portare il ragazzo a costruire alcune convinzioni su di sé (ad esempio “non vengo scelto”, “non sono abbastanza interessante”) e, di conseguenza, a ridurre gradualmente l’iniziativa sociale o a mantenere una posizione più defilata come forma di protezione. Questo, nel tempo, può rendere più difficile l’inserimento nei gruppi, anche quando le condizioni esterne migliorano.

Il fatto che suo figlio appaia “sereno” e minimizzi l’impatto emotivo può essere una modalità per gestire la frustrazione o proteggersi dal disagio, più che una reale assenza di vissuto.

In queste situazioni non si tratta di “aver sbagliato qualcosa” come genitore, ma di aiutare il ragazzo a non generalizzare queste esperienze come definitive sul proprio valore sociale e a sostenere gradualmente nuove occasioni di interazione in cui possa sentirsi riconosciuto in modo diverso.

Se la situazione dovesse continuare o pesare maggiormente sul suo benessere, può essere utile un confronto con uno psicoterapeuta cognitivo comportamentale 

Un cordiale saluto Dott.ssa Claudia Mosneagu terapeuta cognitiva Comportamentale

Dott.ssa Claudia Mosneagu

Dott.ssa Claudia Mosneagu

Padova

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Gentile Signora,

leggendo il suo messaggio, la prima emozione che arriva è il dolore di una madre che osserva il proprio figlio sentirsi ai margini e si chiede, inevitabilmente, se avrebbe potuto fare qualcosa di diverso. Vorrei rassicurarla su un punto: dalle sue parole non emerge il racconto di una madre disattenta, ma di una madre presente, che osserva con sensibilità e cerca di offrire al figlio occasioni di incontro e di crescita.

Mi ha colpito, però, un particolare che credo sia importante. Lei racconta che suo figlio è sempre stato ben inserito nei gruppi, ma aggiunge anche che non ha mai avuto un amico del cuore. Questo elemento mi fa pensare che la difficoltà di oggi non riguardi soltanto l'essere escluso, ma forse un modo di vivere le relazioni che merita di essere compreso meglio.

Essere circondati da compagni e riuscire a costruire amicizie profonde sono, infatti, due competenze diverse. Alcuni ragazzi partecipano alle attività del gruppo senza riuscire a trovare un posto relazionale in cui sentirsi realmente riconosciuti. Quando arriva la preadolescenza, questa differenza diventa più evidente: il gruppo non si basa più solo sul giocare insieme, ma su dinamiche più complesse di reciprocità, sintonia, comunicazione e appartenenza.

Un altro elemento che mi incuriosisce è il fatto che episodi simili si ripetano in contesti differenti: la scuola, il calcio, il tempo libero. Quando una dinamica compare in ambienti diversi, può essere utile spostare l'attenzione dalla domanda "Perché gli altri lo escludono?" alla domanda "Come vive lui le relazioni e come viene percepito dagli altri?".

Lei riferisce che alcuni coetanei lo definiscono "fastidioso". È una parola che può racchiudere significati molto diversi e che, da sola, non dice nulla sul valore di suo figlio. Potrebbe indicare modalità comunicative particolari, difficoltà nel cogliere alcuni segnali sociali, il desiderio di partecipare senza riuscire a trovare il momento giusto, oppure semplicemente dinamiche tipiche dei gruppi di questa età. Prima di trarre conclusioni, sarebbe importante comprendere cosa si nasconde dietro quella definizione.

Mi ha colpito anche la frase che suo figlio le ha detto: "Mamma, i rapporti sociali non sono più come ai tuoi tempi." Potrebbe essere un modo per rassicurarla, per proteggersi dalla delusione o, semplicemente, il suo tentativo di dare un senso a ciò che sta vivendo. Per questo le suggerirei di non fermarsi alle parole, ma di continuare a osservare come cambia il suo umore, quanto desidera davvero stare con i coetanei, se mantiene interessi, entusiasmo e fiducia in sé stesso.

Credo che il modo migliore per aiutarlo non sia trovare rapidamente nuovi amici, ma offrirgli contesti nei quali possa sperimentare relazioni diverse e sentirsi valorizzato per ciò che è. A volte basta incontrare un ambiente più affine ai propri interessi perché un ragazzo scopra modalità nuove di stare con gli altri e costruisca legami più autentici.

Se queste difficoltà dovessero mantenersi nel tempo o diventare fonte di sofferenza, potrebbe essere utile una valutazione psicologica dell'età evolutiva. Non per cercare immediatamente una diagnosi, ma per comprendere il suo funzionamento relazionale, i suoi punti di forza e gli aspetti sui quali poter lavorare. Intervenire precocemente significa spesso offrire ai ragazzi strumenti che li accompagneranno anche nelle relazioni future.

Vorrei lasciarle un'ultima riflessione. Come genitori è naturale desiderare che i figli siano accettati da tutti. Tuttavia, l'obiettivo più importante non è essere scelti da qualunque gruppo, ma aiutare un ragazzo a costruire relazioni nelle quali possa sentirsi accolto senza dover rinunciare a essere sé stesso. È questa sicurezza interiore che, nel tempo, rende le amicizie più solide e autentiche.

Dott.ssa Claudia Campisi

Dott.ssa Claudia Campisi

Roma

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