Gentile Signora,
dalle sue parole emerge tutto l'amore e la preoccupazione di una madre che vede il proprio figlio vivere situazioni che fanno male anche solo a raccontarle. È comprensibile che episodi come essere escluso da una gita, non essere scelto dai compagni o ritrovarsi da solo in autobus possano ferirla profondamente.
La prima cosa che vorrei dirle è che, da ciò che racconta, non emerge che lei abbia sbagliato qualcosa. Anzi, sembra una madre attenta, presente e impegnata nel favorire le occasioni di socializzazione del figlio.
L'età di suo figlio coincide con una fase molto delicata dello sviluppo. Con l'ingresso nella preadolescenza i gruppi diventano più selettivi, si formano alleanze, dinamiche di appartenenza ed esclusione e, purtroppo, alcuni ragazzi possono ritrovarsi ai margini senza che vi sia una ragione evidente. Questo non significa necessariamente che ci sia qualcosa che non va in lui.
Mi colpisce il fatto che lei descriva un bambino che da piccolo era ben inserito, socievole e capace di stare con gli altri. Questo suggerisce che le competenze relazionali di base siano presenti. Tuttavia, può darsi che oggi faccia più fatica a trovare il proprio posto all'interno di gruppi che funzionano secondo regole sociali diverse rispetto all'infanzia.
Un aspetto importante è osservare come vive lui questa situazione. Lei riferisce che appare sereno e che non sembra soffrirne particolarmente. È possibile che stia minimizzando il disagio per proteggersi, ma è anche possibile che il suo bisogno di appartenenza sia diverso da quello che lei immagina. Alcuni ragazzi hanno pochi amici ma relazioni significative; altri attraversano periodi di maggiore isolamento senza viverli come una tragedia.
Più che chiedergli continuamente se sta male, potrebbe essere utile mantenere aperto uno spazio di ascolto, facendogli sentire che può parlarne quando ne avrà voglia, senza sentirsi giudicato o compatito.
Allo stesso tempo, alcuni elementi meritano attenzione:
- l'isolamento sembra verificarsi in più contesti (scuola, sport, tempo libero);
- ci sono episodi ripetuti di esclusione da parte dei pari;
- alcuni compagni lo definiscono "fastidioso".
Sarebbe utile cercare di comprendere meglio cosa intendono i coetanei con questa definizione. A volte dietro parole come "fastidioso" si nascondono difficoltà nella gestione delle conversazioni, nell'interpretazione delle dinamiche sociali o nel rispetto dei tempi degli altri. Non è una critica a suo figlio, ma un aspetto che può essere esplorato con curiosità e senza giudizio.
Potrebbe essere utile confrontarsi anche con gli insegnanti e con gli allenatori per capire come osservano le sue interazioni con il gruppo. Spesso gli adulti che lo vedono nei diversi contesti possono offrire informazioni preziose.
La frase che suo figlio le ha detto: "I rapporti sociali non sono più come ai tuoi tempi" è molto interessante. Potrebbe essere una riflessione autentica, ma potrebbe anche essere il modo che ha trovato per spiegare una realtà che lui stesso fatica a comprendere.
Continui a valorizzare le sue qualità, i suoi interessi e le occasioni in cui si sente competente. Un ragazzo che sviluppa una buona autostima affronta con maggiore forza anche le inevitabili difficoltà relazionali.
Se nel tempo dovesse notare un aumento della tristezza, un ritiro sociale marcato, un calo dell'umore o una crescente sofferenza rispetto ai rapporti con i coetanei, potrebbe essere utile un confronto con uno psicologo dell'età evolutiva. Non perché ci sia necessariamente un problema, ma per comprendere meglio come sta vivendo questa fase e aiutarlo a sviluppare strategie relazionali sempre più efficaci.
A cura della Dott.ssa Lucia
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